“Povertà educativa: rischio abbandono scolastico 15 volte più alto per chi proviene da famiglie con bassi livelli d'istruzione. La probabilità di laurearsi è 5 volte più bassa”
I dati arrivano da Davide Azzolini, ricercatore di Fbk-Irvapp, che fa un punto sulla questione in occasione di Didacta Italia 2025

TRENTO. Parlare di povertà educativa in Italia impone, tra le altre cose, di andare oltre il concetto di “merito” – agganciato dal governo Meloni proprio all'istruzione nel rinominare il dicastero nel 2022 – e guardare ai dati, che mettono in evidenza una realtà chiara ma spesso trascurata nel dibattito politico. Il rischio di abbandono scolastico nel nostro Paese è infatti 15 volte più alto per chi proviene da famiglie con bassi livelli di istruzione rispetto a chi proviene da famiglie di laureati, e la probabilità di conseguire una laurea è 5 volte inferiore.
In occasione di Didacta Italia 2025, a fornire il quadro è il ricercatore di Fbk-Irvapp – l'Istituto per la ricerca valutativa sulle politiche pubbliche della Fondazione Bruno Kessler – Davide Azzolini, in un'analisi che mette in luce come il background culturale di bambini e bambine nel nostro Paese influenzi ancora pesantemente il loro percorso educativo. Un fenomeno, riassume il centro di ricerca trentino, che di fatto impedisce loro “di far fiorire liberamente talenti e aspirazioni”.
Con buona pace, aggiungiamo noi, di chi proprio del merito fa uno strumento retorico per appiattire divergenze e privilegi che, come evidenziano i dati, devono invece essere riconosciuti – e analizzati – in primis a livello politico. Gli effetti delle disparità sul fronte della povertà educativa non riguardano infatti solo le prospettive “formali” a livello scolastico e accademico, spiega Azzolini, ma anche la partecipazione per esempio ad attività extrascolastiche, con conseguenze importanti sulle aspirazioni e sulle aspettative future dei giovani.
Di seguito l'approfondimento sul tema realizzato da Fbk insieme a Davide Azzolini.
Come si può definire la povertà educativa e chi ne è più colpito in Italia?
Per povertà educativa si intende la privazione, per bambini, bambine e adolescenti, della possibilità di apprendere, sperimentare, sviluppare e far fiorire liberamente capacità, talenti e aspirazioni.
Per quanto il concetto di povertà educativa sia relativamente recente, esso riguarda un tema che non è affatto nuovo, ma che è, anzi, noto da tempo: la Costituzione italiana, all’articolo 34, recita che “la scuola è aperta a tutti” e che “i capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”.
Puntualmente, ogni anno, però, i dati statistici, sanciscono che questo nobile obiettivo è in gran parte disatteso. Le condizioni familiari incidono sulla povertà educativa dei figli. Solo per fare alcuni esempi: il rischio di abbandono scolastico è 15 volte più alto per chi proviene da famiglie con bassi livelli di istruzione rispetto a chi proviene da famiglie di laureati, e la probabilità di conseguire una laurea è 5 volte inferiore. Anche sul fronte degli apprendimenti si rilevano criticità legate al calo dei livelli medi di apprendimento dopo la pandemia da Covid-19 e alla persistenza dell’effetto delle condizioni economiche individuali e del contesto scolastico sui risultati educativi. Ma la povertà educativa non si limita a questi esiti “formali” e si manifesta anche in altre dimensioni, come la partecipazione ad attività extrascolastiche, che hanno riflessi importanti sulle aspirazioni e aspettative future dei giovani.
La valutazione di impatto delle politiche pubbliche – settore in cui Fbk-Irvapp è punto di riferimento nazionale – può essere uno strumento strategico per promuovere equità e qualità nel sistema educativo?
L’articolo 34 della Costituzione non si limita a esplicitare il diritto allo studio, ma attribuisce alle istituzioni anche un mandato d’azione: “La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze.”
È proprio su quell’aggettivo “effettivo”, e quindi sul concetto di efficacia, che entra in gioco la valutazione. La valutazione di impatto ha lo scopo di capire cosa è efficace e cosa non lo è. Ha l’obiettivo di distinguere gli interventi che funzionano da quelli che non funzionano. Di comprendere quali interventi sono più efficaci per quali sotto-gruppi di beneficiari, e in quali contesti. In questo modo aiuta decisori politici, tecnici e professionisti a prendere decisioni informate basate su evidenze, orientando le risorse verso ciò che realmente contribuisce a ridurre la povertà educativa.
Quali sono i principali studi e progetti di cui si sta occupando in questo ambito?
Come centro di Fbk, da almeno dieci anni ci occupiamo di progetti di ricerca valutativa su programmi di contrasto alla povertà educativa.
Tra i temi che affrontiamo vi sono studi sull’efficacia di interventi innovativi nel campo del diritto allo studio scolastico e universitario, in particolare programmi che incentivano il risparmio familiare come leva per favorire la prosecuzione degli studi. Come Fbk siamo impegnati a produrre evidenze empiriche su più programmi portati avanti in Italia da Fondazioni filantropiche e organizzazioni del Terzo Settore. Nel complesso, i risultati emergenti dalle valutazioni sono incoraggianti.
Un altro ambito di ricerca riguarda il fenomeno delle perdite di apprendimento (learning loss), e in particolare il modo in cui queste colpiscono con maggiore intensità i soggetti più vulnerabili nei periodi in cui la scuola è chiusa, sia per cause emergenziali (come durante la pandemia da Covid-19) sia per cause strutturali (ad esempio, le vacanze estive). In questo contesto, abbiamo analizzato gli effetti di programmi di intervento intesi a contrastare tali perdite, sia durante i mesi estivi (come nel progetto Arcipelago Educativo) sia nel tempo extrascolastico durante l’anno (ad esempio, programmi di supporto pomeridiano e tutoring, Compiti@Casa).
Quali sono le prospettive future?
Mi sembra che qualcosa si stia muovendo, sia sul fronte della crescente attenzione nel dibattito pubblico al tema della povertà educativa, sia su quello dell’importanza della produzione e dell’uso di evidenze empiriche per prendere decisioni informate.
Se ne parla, credo, con sempre maggiore consapevolezza e da più prospettive, non più come prerogativa di una parte o dell’altra, ma come un tema condiviso e riconosciuto nella sua rilevanza collettiva. Se tutto questo porterà a qualcosa di buono, non lo so. Di certo, è una responsabilità comune — di ricercatori, valutatori, decisori e tecnici — continuare a lavorare affinché le politiche e le pratiche educative siano fondate su evidenze solide.












