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Trento
10 dicembre | 11:40

Un forte boato, poi la scossa: a quasi 50 anni dal terremoto di Santa Lucia un nuovo modello del rischio sismico per l'Alto Garda

L'iniziativa dell'Università di Trento: un team di ricerca al lavoro per sviluppare mappe digitali del rischio sismico della zona di Riva del Garda. “Dalla riproduzione del terremoto del 13 dicembre 1976 – dice l'ateneo – nasce un sistema di valutazione per intervenire in maniera adeguata in scenari di emergenza simili e supportare la pianificazione territoriale”

RIVA DEL GARDA. Erano le 6 e 24 del 13 dicembre 1976 quando, a Riva del Garda, un forte boato è stato seguito da una scossa di terremoto di magnitudo 4.4 della scala Richter. Il sisma – chiamato in seguito il “terremoto di Santa Lucia” – non provocò vittime ma i danni furono ingenti: scuole, chiese, abitazioni ed edifici pubblici inagibili, oltre a centinaia di sfollati. Oggi, a quasi 50 anni dal sisma – che colpì oltre a Riva tutto l'Alto Garda e la valle di Ledro –, un team di ricerca dell'Università di Trento è al lavoro per sviluppare mappe locali digitali del rischio sismico della zona.

 

A riportarlo è lo stesso ateneo, che precisa come “dalla riproduzione del terremoto del 13 dicembre del 1976 nasce un sistema di valutazione per intervenire in maniera adeguata in scenari di emergenza simili e supportare la pianificazione territoriale”. L'obiettivo, in altre parole, è contribuire al monitoraggio del patrimonio edilizio esistente, intervenire sulla mitigazione dei rischi e garantire la sicurezza della popolazione.

 

L'attività di ricerca – scrive UniTrento – finanziata dalla Provincia autonoma di Trento attraverso il Dipartimento protezione civile, foreste e fauna, è partita da una mappatura preliminare del territorio per analizzare i tre elementi che definiscono il rischio sismico: pericolosità, esposizione e vulnerabilità. Indagare la pericolosità del territorio significa conoscere la caratterizzazione del terreno e della risposta sismica dal punto di vista geologico. Ma questa da sola non basta a causare il rischio. Ecco che entrano in gioco gli altri due fattori. L'esposizione tiene in considerazione la presenza di persone, di opere strategiche, di ospedali o plessi scolastici. La vulnerabilità riguarda infine il conoscere effettivamente il patrimonio edilizio, come si è costruito in quella determinata area e come prevenire problemi. Conoscere questi tre aspetti integrati consente di intervenire con azioni mirate per evitare danni maggiori o mitigare gli effetti del terremoto. Avere una stima più solida del rischio complessivo”.



Per quanto riguarda l'area di riferimento, la sismicità nella zona dell'Alto Garda risulta medio-diffusa: “La zona da attenzionare e maggiormente esposta al rischio di risonanza resta il centro storico della cittadina rivana e poco oltre a nord del monte Brione. In quest’area l’attenzione si è concentrata in particolare su uno studio dedicato al municipio: l’edificio è stato infatti identificato come opera strategica e analizzato come caso pilota, con livello di dettaglio tale da costituire un modello di riferimento per future valutazioni su altre opere strategiche del territorio. Sempre secondo questo lavoro, sarebbe opportuna una riorganizzazione dei piani di emergenza, rivedere le vie di fuga e lasciarle libere in modo da garantire in ogni momento le operazioni di soccorso e i collegamenti, per esempio verso l’ospedale”.

 

Come anticipato, per calibrare il modello di mappe sviluppate, il gruppo di lavoro ha ricreato al computer la sequenza sismica e lo scenario dell'evento di 49 anni fa. Incrociando dati satellitari e di archivio, algoritmi, tecniche di machine learning, documenti storici, elementi catastali, registrazione dell'epoca, dettagli sulla faglia forniti dal Servizio geologico della provincia di Trento e dall’Istituto nazionale di Oceanografia e di Geofisica sperimentale (Ogs) e altre informazioni sui danni del sisma di Santa Lucia, si è stato possibile mettere a confronto i risultati con quella che era effettivamente la realtà. Attraverso il modello di previsione elaborato sono stati riprodotti i danni registrati quel giorni, il sistema si è quindi rivelato utile per fare previsioni future qualora dovessero verificarsi altri terremoti in quella stessa zona. Il modello è stato poi ulteriormente validato con un altro terremoto, quello del 2019 in Vallarsa.


“Nel nostro Paese – spiega Chiara Nardin, principale autrice dello studio – esistono delle mappe di rischio a livello nazionale. Il problema principale dei modelli disponibili è che non tengono conto in modo sistematico delle incertezze né della risposta locale, sia dal punto di vista geosismico, sia da quello strutturale. Il nostro approccio, invece, integra queste componenti in maniera coerente, consentendo una riduzione significativa dell’incertezza complessiva e una migliore accuratezza”.

 

Due i principali aspetti innovativi di questo studio, continua l'Università di Trento: “Il primo è l’aver indagato la pericolosità del territorio inglobando studi molto avanzati di microzonazione e dati geologici della sponda trentina del lago di Garda per capire esattamente come si comporta il terreno in caso di scosse. Il secondo riguarda la gestione delle incertezze e la quantificazione oggettiva del rischio. Calcolare con anticipo la misura di probabilità del rischio – sottolinea Nardin – tenendo conto della caratterizzazione del terreno e della vulnerabilità sismica complessiva di uno stabile è fondamentale per la gestione, la pianificazione e la mitigazione di quelli che possono essere gli eventi disastrosi sul territorio”.

 

“Il telaio principale di questo lavoro – conclude UniTrento – nasce un paio di anni fa quando Chiara Nardin partecipa al bando per il premio Reluis (Rete dei laboratori universitari di Ingegneria sismica e strutturale) e lo vince. In quell'occasione la ricercatrice inizia a delineare il progetto assieme a Marco Broccardo, coordinatore scientifico dello studio e professore di Tecnica al Dicam. Poco dopo, è stata coinvolta anche la Provincia autonoma di Trento, in particolare i Servizi geologici, responsabili delle recenti attività di microzonazione sismica. Questo ha permesso di finanziare un dottorato in ingegneria, assegnato a Federico Ugolini, che ha potuto così lavorare in modo dedicato allo sviluppo del progetto. L'iniziativa si è poi ampliata ulteriormente, includendo anche Davide Noè Gorini, professore di Geotecnica che ha integrato gli aspetti geotecnici e geofisici dello studio. Le indagini proseguono. Nelle prossime settimane si concluderanno le analisi sulla zona di Rovereto e in altre parti della Vallagarina. L’intenzione di chi guida lo studio sarebbe quella di arrivare a un unico sistema digitale di raccolta e gestione delle informazioni e rendere le mappe di rischio aperte e accessibili anche alla cittadinanza, condividere queste informazioni per favorire una maggiore conoscenza del territorio in cui si abita”.

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