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Burkini e velo? Per lo sport non sono un ostacolo. Il vero salto da fare è culturale

L'interessante studio per Atas di Milena Belloni dimostra come lo sport favorisca l'integrazione degli stranieri anche in Trentino con dati e interviste. Khadija: "Noi donne musulmane possiamo fare sport. Il profeta Mohammed consigliava di fare nuoto, equitazione e il tiro con l'arco. Il problema è che in molti casi non possiamo farlo con il nostro abbigliamento"

Di Luca Pianesi - 24 dicembre 2016 - 19:34

TRENTO. Burkini sì, burkini no, velo ammesso in palestra ma non negli sport di squadra. E' il pregiudizio a creare l'ostacolo più difficile da scavalcare, anche nel mondo dello sport. A certificarlo uno studio condotto dall'Antas onlus in collaborazione con l'Università di Sociologia di Trento, Uisp e Coni dal titolo "relazioni in movimento (la pratica dello sport come mezzo di integrazione delle donne di origine immigrata in Trentino)". Un'analisi che ai dati aggiunge anche dei case study, delle interviste a donne straniere che vivono in Trentino e che per un motivo o per l'altro praticano o hanno provato a praticare sport.  

 

Tutte sono convinte del fatto che l'attività sportiva potrebbe rappresentare una grande chance di integrazione. Liuba gioca con l'Asd Rugby Femminile Trento ha 33 anni ed è dell'Est Europa. "Il rugby ha allargato le mie amicizie, le conoscenze e mi ha anche aiutato a trovare un lavoro perché solo parlando con le persone scopri che c'è quella ditta o quell'altra cooperativa". Adis, originaria dei Caraibi, ha 44 anni e fa l'insegnante di nuoto e spiega: "Quando sono arrivata non conoscevo nessuno e potermi inserire in una società sportiva mi ha dato la possibilità di imparare la lingua e di conoscere gente. Il fatto di creare un circolo sociale per me è stato fondamentale".

 

Tra i principali ostacoli, soprattutto per il mondo femminile delle aspiranti sportive, c'è quello culturale. Raluca, per esempio, spiega come i suoi genitori non accettassero il fatto che lei facesse judo uno sport da uomini nella Romania di un tempo. E anche per la famiglia di Liuba il rugby le avrebbe portato via troppo tempo mentre sarebbe stato meglio che si realizzasse in quanto moglie e madre. Problemi, in realtà, questi tipici anche della nostra società. E lo sottolineano anche "gli studi sulle pari opportunità di donne e uomini nello sport - scrive Milena Belloni nel suo report - gli stereotipi di genere esistono ed influiscono sulla partecipazione di donne e uomini all’attività fisica anche nelle società occidentali. Si pensi, ad esempio, alla percezione generalizzata del calcio come uno sport maschile e del fatto che le donne impegnate in questa attività vengono spesso considerate spregiativamente come mascoline".

 

E la religione? "Nella percezione comune - si legge nella relazione - la religione, specialmente la religione musulmana, è vista come un ostacolo per l’emancipazione femminile" ma in realtà "l’Islam non nega in nessun modo alle donne di praticare sport, anzi le incoraggia soprattutto in discipline quali il nuoto, il tiro all’arco e l’equitazione. Nel Corano l’attività sportiva viene consigliata per entrambi i sessi. Le donne che praticano sport sono presenti nel Corano. In primis, Aisha, la moglie di Maometto. Si narra addirittura che Aisha lo batté in una gara di corsa". La 21enne Khadija spiega: "Il profeta Mohammed consigliava di fare nuoto, equitazione e il tiro con l'arco… sì sono i tre sport che lui stesso raccomandava sia alle donne che agli uomini e diceva: "insegnate ai vostri figli questi tre sport!'". Nei fatti tuttavia, il modo in cui l’attività è organizzata nei paesi occidentali può costituire un ostacolo alla partecipazione di donne religiose. Khadija ad esempio spiega con riferimento al nuoto: “Di per sé non è lo sport la cosa vietata ma diciamo la cosa vietata è il fatto che una donna musulmana col velo si metta in costume di fronte ad altri uomini, è questa la cosa vietata, non è compatibile con il suo stile di vita, tutto qua.” Poi aggiunge: “Secondo me non ha senso insomma dire a una persona o ti vesti così e allora puoi praticare questo sport se no no, cioè è un limite che poni a questa persona, perché cioè io conosco anche delle ragazze che fanno danza e sono comunque cristiane e tutto che magari si ritrovano a dover fare dei saggi e devono mettere vestiti corti e anche loro si sentono un po’ a disagio insomma, questa cosa qui, secondo me, è una scelta personale”.

 

E nel testo si cita anche il caso di una giovane che ha dovuto lasciare la squadra di pallavolo perché non le permettevano di indossare il velo nonostante fosse molto brava e del caso del burkini. "Alcuni bagnini - si legge nel testo - non lasciano accesso alle piscine provinciali alle donne con il burkini, nonostante non ci sia nulla sul regolamento che lo vieti. A questo si aggiungono episodi di reazioni xenofobe di alcuni locali al costume integrale. Simili considerazioni possono essere fatte per il velo. Nonostante esso non sia un ostacolo di per sé al movimento e alla pratica sportive, alcuni professori di scuola, sottolineavano questo capo di vestiario come un impedimento per le ragazze nel fare educazione fisica. A volte il velo veniva percepito dagli insegnanti come ostacolo a causa degli spilli usati per mantenerlo fermo; in altre occasioni invece, il velo sembrava assumere un valore più generale di subordinazione al volere della famiglia e di arretratezza. Anche nel focus group con gli insegnanti di educazione motoria, l’abbigliamento “diverso” in generale (ad esempio i vestiti tradizionali delle ragazze pakistane) veniva visto da alcuni come un possibile ostacolo alla partecipazione all’ora di educazione motoria. Se in alcuni casi queste affermazioni sembrano fondate, in altri sembra piuttosto che l’ostacolo sia il risultato della mancanza di comunicazione tra famiglie e personale scolastico o tra stranieri e nativi in un’atmosfera mediatica che tende a demonizzare il velo o la diversità in quanto minaccia alla cultura locale.

 

Il punto di partenza dell'inchiesta è che la nostra regione, il Trentino Alto Adige, è il territorio in cui si pratica più sport e attività motoria d'Italia: quasi un abitante su due, infatti, secondo le statistiche elaborate dal Coni pratica sport (il 47,8%), con un picco a Bolzano (il 52,3%) e un dato, comunque, molto alto anche a Trento (43,4%) quando la media nazionale si ferma al 30%. Sono, però, di più i trentini, rispetto alle trentine, a misurarsi con corse, capriole, canestri e attività fisica: per la precisione il 53% contro il 37%. Poi ci sono gli stranieri che rappresentano (fonte Istat) circa il 9% della popolazione totale della provincia. E i gruppi più rappresentati sono i rumeni (20,6%), gli abanesi (13,7%) e i maorcchini (8,7%) e con percentuali minori macedoni, moldavi, ucraini, pakistani, tunisini e polacchi. Nel complesso il 53,6% degli stranieri presenti in Trentino sono donne con picchi tra i migranti ucraini. Tra i bambini il 37,3% del totale degli studenti delle scuole primarie sono stranieri, il 24,9% nelle scuole dell'infanzia e il 20,3% in quelle secondarie di primo grado. 

 

Ma lo sport? Lo sport è quasi off-limits per gli stranieri. "I dati dei tesserati con Uisp - si legge nel documento - per gli anni 2015, 2016 (in totale rispettivamente 4827 e 5106) mostrano che gli stranieri sono circa il 3% del totale degli iscritti (152 nel 2015 e 198 nel 2016). Tra di essi le percentuali di donne e uomini è più o meno bilanciata (tra gli iscritti stranieri le donne erano il 49% nel 2015 e il 57% nel 2016)". E poi ci sono le federazioni sportive: tra quelle che hanno dato la loro disponibilità a partecipare allo studio di Antas la presenza di stranieri è sempre molto bassa (9 stranieri su 3246 tesserati di atletica, 0 nella scherma su 74 iscritti, 7 nel tiro con l'arco su 367 e 6 su un totale di 404 nel kayak).

 

Variegata, invece, la realtà della pallacanestro dove gli stranieri sono molto di più rispetto alle altre federazioni:

 


 

E poi ci sono i dati del dipartimento della conoscenza che mostrano come anche nelle scuole gli stranieri prendano parte alle attività sportive parascolastiche in numero inferiore rispetto ai loro coetanei italiani. Ad esempio - riporta lo studio - a fronte di un 11,92% di iscritti stranieri alle scuole medie, solo 18 bambine straniere fanno atletica leggera (il 5%) contro 44 bambini stranieri e 660 italiani. Anche negli altri sport le bambine straniere sono sempre in numero inferiore rispetto ai maschi e in generale gli stranieri raramente superano il 10% dei partecipanti alle attività sportive.

 


In conclusione i risultati di questo studio sembrano confermare l’importante ruolo dello sport nel favorire l’integrazione socio-economica e linguistica delle donne di origine immigrata e che il superamento delle disuguaglianze nello sport dipende da un rafforzato dialogo interculturale tra comunità di migranti e società locale. Superando la barriera culturale, dovuta prima di tutto al pregiudizio, avremo più sportivi e più integrazione e chissà, perché no, anche più vittorie.

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