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Avrebbero diritto all'accoglienza ma Istituzioni e Questura fingono di non vedere. Vivono sotto i ponti e sono sempre di più

Sono i profughi arrivati a Trento soprattutto dalla rotta dei Balcani, direttamente, senza l'invio del Ministero dell'Interno. Per la legge e per le convenzioni internazionali andrebbero subito accolti ma si teme l'effetto richiamo: alcuni dormono in strada da otto mesi

Di Donatello Baldo - 07 ottobre 2018 - 06:01

TRENTO. "Direzione accoglienza", questo il titolo della camminata che ieri si è mossa dal Muse ed è arrivata fino alla Residenza Fersina, dove abitano i richiedenti asilo. Tra i tanti migranti presenti, tra le associazioni coinvolte nell'organizzazione, c'erano anche pakistani, bengalesi, ragazzi giovani soprattutto: quelli che dormono sotto un ponte, quelli che la Residenza Fersina la sognano di notte, un letto, una doccia, che non possono avere. 

 

Sono venti, venticinque, ma il numero dei richiedenti asilo che dormono all'aperto è molto più grande: "Noi siamo questi ma ce ne sono altri, tanti altri, quasi un centinaio". A Trento, nella Trento che si vanta tanto di saper aiutare il prossimo ci sono loro, che di giorno bazzicano il Punto d'Incontro, Casa Maurizio, le strutture gestite dai volontari, ma che di notte apparecchiano un giaciglio di fortuna, spiegano le coperte su un cartone, appoggiano la testa sui loro vestiti ammucchiati. 

 

Alcuni vivono in strada da otto mesi. Sono i migranti arrivati in Italia via terra, che hanno camminato tra i fili spinati dei Paesi che non accolgono, che espellono, che respingono. Non hanno attraversato il mare, ma le montagne. Hanno tutto il diritto di fare domanda di asilo, ma la politica fa finta di non vederli, la Questura fa di tutto per scoraggiarli. 

 

Ieri hanno deciso di appiccicarsi un adesivo sulla giacca: "Richiedenti protezione internazionale, non ancora accolti dalla Stato italiano". Una piccola ricerca di visibilità, perché sanno bene che sono invisibili. Anche un piccolo segnale di protesta, perché non ce la fanno più ad aspettare.

 

(Continua dopo l'immagine)

Per la legge, per tutte le convenzioni internazionali, dovrebbero essere in possesso della richiesta di asilo per protezione umanitaria, che poi una commissione deve valutare, come per tutti. Ma loro hanno in tasca soltanto l'appuntamento con la Questura, che per avviare la pratica chiede, kafkianamente, di dimostrare di avere un tetto sopra la testa. 

 

Viene chiesto un domicilio, inteso dalla burocrazia come lo spazio fisico in cui si dorme (mentre altre Regioni e altre Questure chiedono l'elezione di un domicilio anche presso le strutture di accoglienza). Loro sopra la testa, se va bene, hanno un ponte. I dormitori a Trento sono pochi, sono chiusi, sono fruibili solo per 30 giorni all'anno. Poco tempo per eleggerlo a domicilio. E il risultato è l'odissea delle domande che scadono, che non sono regolari, che vengono rifiutate. 

 

E la politica? Gira lo sguardo altrove, soprattutto in questi lunghi mesi di campagna elettorale. La storia che raccontano, in Comune come in Provincia, è una menzogna crudele: "Non possiamo accoglierli tutti, dobbiamo farli entrare nell'accoglienza goccia a goccia altrimenti vengono tutti qui in Trentino". Anche se ne hanno diritto, meglio rimangano fuori, in fila, stremati e ora che arriverà l'inverno infreddoliti: "Così quelli che arriveranno vedono la situazione e vanno altrove". 

 

La politica li trasforma in dissuasori: la loro funzione è quella di rimanere in fila, esclusi, fuori. Così che tutti sappiano che qui è difficile avere un letto su cui dormire, una speranza, un diritto riconosciuto. Meglio fuori, perché la sicurezza non si elimina togliendo la gente dalla strada, integrando i migranti all'interno di percorsi di inclusione. No, la sicurezza è in capo alla polizia, anche quella del Comune di Trento che passa la mattina e se trova una coperta la butta nella spazzatura. 

 

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