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Solidarietà migrante, i richiedenti asilo trentini nel ghetto di Rosarno per allestire una scuola tra le baracche dei braccianti

Nella Calabria del lavoro nero e dello sfruttamento tre associazioni, con l'aiuto dei profughi ospitati a Rovereto, stanno allestendo una struttura che servirà per le lezioni di italiano a stranieri, per punto medico e ufficio legale

Pubblicato il - 28 marzo 2018 - 21:26

ROSARNO. Il Collettivo Mamadou di Bolzano la realtà di Rosarno la conosceva da tempo, il ghetto e le tendopoli, le baracche di immigrati, i braccianti sfruttati per pochi euro al giorno. Da anni lavora nelle zone più povere del Paese dove l'immigrazione è sfruttata dal lavoro nero e abbandonata dai servizi e dall'accoglienza 'ufficiale'.

 

"Andavamo a Rosarno per tenere corsi di italiano agli stranieri - racconta Matteo De Checchi - lì abbiamo trovato una situazione al limite del dramma. Abbiamo pensato a cosa fare, anche per rendere più accogliente il momento delle lezioni". E l'idea è venuta grazie all'incontro con l'associazione Brave New Alps e soprattutto con un gruppo di architetti che si occupa di tematiche sociali, quelli di Area527.

 

"Abbiamo costruito la prima architettura migrante e meticcia - spiega - una struttura che si chiama Hospital(ity) School. Servirà per la scuola - spiega - capace di contenere una classe di 40 persone. Poi sarà il punto sanitario per i Medici per i Diritti Umani e per Emergency, ma anche il riferimento per i diritti grazie alla collaborazione con la Cgil che utilizzerà la struttura per la consulenza legale".

 

Una struttura costruita e ideata in Trentino. "La costruzione vera e propria è stata fatta all'interno della Meccatronica, a Rovereto. Il grosso del lavoro, tra ottobre e gennaio, è stato realizzato dai richiedenti asilo ospitati in Trentino".

 

Richiedenti asilo che ora sono a Rosarno, assieme ai volontari delle associazioni, per il montaggio. "Tutto bene - assicura Fabio - qualche problema tecnico con le fondamenta da sistemare ma nel complesso tutto procede. Il morale della truppa è alto", dice sorridendo.

 

Staranno a Rosarno sette giorni, lunedì mattina ritorneranno a Rovereto. "Lavoriamo sotto lo sguardo di carabinieri e polizia che da lontano ci osservano curiosi. A pochi passi da noi inizia la distesa della baraccopoli, duemila persone che vivono nelle tende".

 

I soldi per la realizzazione della struttura sono arrivati dall'autofinanziamento. "A maggio è partito il crowdfunding - spiega Matteo - e per la realizzazione abbiamo speso poco più di 10 mila euro. Il trasporto, che costa quasi 2 mila euro, l'ha finanziato la cooperativa Sos Rosarno, una delle poche che assume i braccianti in regola di tutta la zona". 

 

Questa struttura diventa quasi un simbolo, una delle prime opere dedicate all'accoglienza, che va oltre alla baracca. Un luogo per l'istruzione, la salute, i diritti. Un lavoro collettivo che ha impegnato anche i richiedenti asilo. "Qui la situazione è grave - spiega Matteo - è un buco infernale".

 

A Rosarno, come in tutta la piana di Gioia Tauro, le condizioni dei braccianti sono al limite. "Qui si coltivano il 90% degli agrumi di tutta Italia - osserva Matteo - ma le condizioni del lavoro sono disastrose. Si lavora in nero, si è fortunati se si viene pagati qualche euro. Ci sono africani, tanti, ma anche italiani e bulgari".

 

C'è lo sfruttamento del lavoro, c'è la 'Ndrangheta. "Ci si deve scontrare non soltanto con la mancata accoglienza, con l'assenza di intervento sociale, ma si devono fare i conto anche con la criminalità organizzata, con tutti coloro che utilizzano il lavoro a basso costo".

 

L'inaugurazione di Hospital(ity) School avverrà non a caso il Primo Maggio, nel giorno in cui si celebra il lavoro, contro lo sfruttamento.

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