Sono 68 milioni le bottiglie pronte per essere stappate nella notte più lunga dell'anno
Secondo Coldiretti l’Italia vende nel mondo quasi 700 milioni di bottiglie di generico spumante, per un fatturato attorno al miliardo e mezzo di dollari. In crescita anche il mercato del Trento Doc

TRENTO. I botti più gentili esplodono in queste ore. Una sequenza che somiglia ad una raffica. Le previsioni danno almeno 68 milioni di bottiglie con vini briosi pronte ad essere stappate, per i prosit che lasciano alle spalle il 2018. Statistiche a parte gli spumanti sono di moda. Decisamente ostentati da quanti ricercano nelle prestigiose cuvèe raffinate nuances aromatiche, da chi nel perlage intravvede la sostenibile leggerezza dell’essere. Spumanti costosi, riserve che speso vengono stappate solo per udire il botto del tappo che si stacca dal collo della bottiglia. Uno spreco quasi sempre voluto, pienamente in linea con la spensierata raffica di stappature di bottiglie assolutamente ‘pop’.
In ogni caso bollicine però che conquistano le prime pagine solo in queste ricorrenze. Creando qualche confusione. Perché non specificano i valori dello spumante, accomunando la sarabanda dei vini briosi. Penalizzando – di fatto – le produzioni decisamente mirate allo stile di una tipologia di vino che non ammette banalità. Come dire: le stratosferiche elaborazioni di prosecco non si devono confondere tra spumanti ottenuti con la paziente rifermentazione del vino in bottiglia. E’ una questione di correttezza e non una tentazione elitaria. Proprio così.
Il bere gioioso nella notte di San Silvestro non ha sicuramente scopi didattici. Ma è il sintomo più appariscente di quanta strada deve ancora compiere l’educazione ad un giusto consumo di vino. Rispettoso di tutta la cosiddetta filiera vitivinicola. Non solo: un conto è stappare una bottiglia di vino dolciastro, per rumoreggiare in onore del nuovo anno; diverso è fare il botto con uno spumante classico, vino rinato, dopo qualche anno di meditato riposo sui lieviti. Secco e suadente, giustamente inebriante. Come un classico Trento Doc. Tanti e variegati i modi per descriverlo. Altrettanti quelli per gustarlo. Anche a Capodanno.
E’ la gioia del vino, la sua vitale briosità, inno alla rinascita. Un perlage che evoca perle sospese nel calice, leggiadre, supreme trame di piacevolezza. Che ben poco hanno da spartire con le bolle ottenute ‘gasando’ vini privi di personalità. Proprio per non creare confusione, per ‘dare a Cesare quello che è di Cesare. Lo ribadisce il mercato stesso. Secondo Coldiretti l’Italia vende nel mondo quasi 700 milioni di bottiglie di generico spumante, per un fatturato attorno al miliardo e mezzo di dollari. Vale a dire: poco più di 2 euro a bottiglia. Ecco perché non bisogna accomunare sotto la voce ‘spumante’ ogni tipologia di vino brioso.
Tra le Dolomiti la briosità del vino ha l’indole della classicità più rinomata. Nulla da invidiare al fascino indiscutibilmente sfarzoso dello champagne. Due vini apparentemente simili – per procedimento enologico – ma altrettanto diversi. Per stile e nel modo stesso d’interpretare le uve (medesime varietà in uso in Francia) ma anche per l’approccio al consumo da quanti bevono ‘bollicine’ e non solo per le feste di fine anno. Una sfida tutta da elaborare. Che la cinquantina d’aziende spumantistiche del Trento Doc portano avanti con determinazione, ottenendo ottimi riscontri di mercato, imponendosi sulle tavole più importanti ma forse meno tra la fascia dei consumatori nostrani, quanti abitano a poca distanza dalle cantine dove questi vini rinascono.
Carenza di educazione al bere, pure una certa ritrosia a condividere le bollicine d’autore nei momenti gioiosi del quotidiano. Stappando bottiglie solo per i botti delle ricorrenze. Abbinando questa tipologia addirittura ai dolci natalizi. D’accordo, i gusti non si discutono. Ma sorseggiare un Trento Doc con un pandoro o panettone - pure con lo zèlten – è una sorta di eresia. Dettata dal buon senso, non da questioni elitarie di presunti esperti di vino, con dissertazioni che fanno quasi sempre perdere il senso delle cose, tra linguaggi astrusi e pure arroganti. Puntare alla sincerità del vino, alla sua capacità di coinvolgere.
Complessità gustativa, non complicata versatilità. Tanto per capire: paragonando lo spumante classico al mondo dell’editoria, lo scopo non è incentivare alla lettura quanti hanno già biblioteche casalinghe, bensì far prendere in mano un libro (un calice) a qualcuno che mai sfoglia volumi (lo assapora con curiosità). Sorseggiamolo dunque a tutto pasto e onoriamo il brindisi della mezzanotte versando nei calici qualcosa di buono anche per i nostri propositi. Non solo vino spumeggiante. Auguri.












