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Sulle rotte dei migranti, qui Belgrado: "Una popolazione accogliente perché ancora ferita dalle guerre jugoslave"

I ragazzi a contatto con alcune Ong in Serbia. Un episodio di inclusione ben riuscita è quella della piccola cittadina di Bosilegrad, un pacifico senso di comunità: cittadinanza e migranti festeggiano la Pasqua insieme

Pubblicato il - 18 maggio 2018 - 20:25

BELGRADO. Quarta puntata del diario di On The road - Sulle rotte dei migranti tenuto da 20 ragazzi e ragazze che si sono divisi in tre gruppi per percorrere le rotte dei migranti: una verso la Francia e Calais, una verso il Sud Italia e un'altra verso la rotta balcanica e la Bosnia (QUI IL TERZO DIARIO).

Belgrado abbiamo avuto l’opportunitá di farci raccontare il lavoro portato avanti dalla Ong S.o.s Children’s villages, che dal 2015 in Serbia si occupa di assistere e supportare le famiglie migranti e i minori non accompagnati.

 

Le attività dell’organizzazione, come ci hanno spiegato Iva e Maya, sono davvero molteplici e basate su un approccio olistico. Gli operatori, scelti accuratamente, si occupano infatti di offrire supporto psicologico, economico e educativo ai ragazzi, sempre attraverso un approccio giocoso e famigliare.

 

La loro preoccupazione principale è quella di restituire una dimensione di normalità ai ragazzi dopo le terribili esperienze affrontate, senza riaprirne i traumi, ma accompagnandoli in un percorso di scoperta di sé e delle proprie potenzialità.

 

Sarò una sognatrice - spiega un'operatrice - ma spero che un giorno, se uno dei bimbi che ho assistito troverà la sua strada, magari diventando il Matisse del futuro, si ricordi di chi ha creduto in lui. Non ci sarebbe nulla di più bello”.

Un esempio delle loro attività sono la “Toy Library” e il “Super bus”; la prima è un progetto che permette ai bambini di prendere in prestito dei giochi, così da sviluppare in loro lo spirito di condivisione e il rispetto dei beni comuni. La seconda è una sorta di ludoteca ambulante organizzata a bordo di un van che si sposta nei vari centri di transito e ricezione - nonché nei piccoli e piuttosto poveri paesi di periferia - con lo scopo di coinvolgere i bambini in spensierate giornate di gioco collettivo, avvicinando la realtà locale a quella spesso distante dei campi.

 

Secondo l’esperienza personale dell’organizzazione, la cittadinanza serba, nonostante la difficile situazione economica del paese, si è dimostrata particolarmente empatica e accogliente nei confronti dei migranti, memore della  condizione di rifugiati vissuta dalla popolazione balcanica durante le guerre jugoslave degli anni ‘90.

 

Un episodio di inclusione ben riuscita è quella della piccola cittadina di Bosilegrad, la cui cittadinanza, dopo aver ospitato un paio di rifugiati, ha chiesto di poterne accogliere ancora di più: sono partiti dal scambiarsi ricette per arrivare a instaurare un pacifico senso di comunità, tanto da voler festeggiare la Pasqua tutti insieme.

 

Nel pomeriggio ci siamo recati all’Info Park, associazione che fin dal 2015 è stata in prima linea nel parco della stazione di Belgrado, fornendo informazioni e pasti caldi ai tanti rifugiati che vi si erano accampati nella speranza di poter poi proseguire il proprio viaggio.

Nel 2017 il governo serbo ha però suggerito fermamente loro di non proseguire, sostenendo che questo avrebbe potuto far desistere i migranti dall’andare nei centri di ricezione. Gli operatori fanno ad oggi base in una struttura autofinanziata, dove continuano ad assistere i nuovi arrivati sul territorio, organizzando lezioni di tedesco, inglese e serbo, mettendo a disposizione computer e bagni, o dando loro informazioni riguardo i vari campi - circa 17 -  situati in Serbia. 

 

Incuriositi, siamo giunti ad uno di questi, il centro d’asilo di Krnjaca, situato accanto ad un campo Rom e circondato come questo da una desolata discarica.

 

Appena ci siamo avvicinati all’alta recinzione del campo - pietoso velo metallico che cela ad occhi e cuore i tetri capannoni nel quale i rifugiati sono stati sistemati - ci ha subito colpito l’acceso blu stellato di una bandiera dell’Unione europea. Abbiamo dato una fugace occhiata da fuori prima di andarcene, consci dell’impossibilità di avvicinarci oltre al campo, come la guardia ci ha chiaramente fatto intendere. 

 

Siamo quindi ripartiti in direzione Šid, a pochi chilometri dal confine croato, dove il 21 novembre 2017, durante un respingimento della polizia croata, è morta travolta da un treno Madina Hussiny, una bambina afghana di 7 anni

L’abbiamo salutata sulla sua piccola tomba nel cimitero di Šid, in silenzio e col cuore pesante, confortati solo dalla bellezza incontaminata della campagna circostante e dalla gentilezza spontanea di alcuni anziani cittadini, che hanno rinfrancato i nostri spiriti, toccati dalle storie incrociate finora nel nostro cammino.

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