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A 56 anni dalla tragedia del Vajont: si staccano 270 milioni di metri cubi di roccia. Storia di un "disastro prevedibile"

Il distacco di un enorme massa di roccia dal versante del monte Toc e la sua caduta nell'invaso provocarono il 9 ottobre del 1963 un'onda di oltre 250 metri che si riversò nella piana sottostante. Longarone veniva cancellata, Erto e Casso venivano lambite dal disastro. Nei giorni successivi si contarono 1917 vittime

Di Davide Leveghi - 09 ottobre 2019 - 21:01

TRENTO. Se esistesse un registro mondiale dei “disastri evitabili”, non c'è dubbio che il nostro Paese figurerebbe più volte. Tra questi, il disastro del Vajont, avvenuto il 9 ottobre di 56 anni fa, fu citato proprio con questa dizione in una sessione dedicata alla corretta comprensione delle scienze della terra organizzata dall'Assemblea della Nazioni Unite nel febbraio 2008.

 

"Il Vajont" è una tragedia che tuttora colpisce l'immaginazione di un intero Paese. L'esondazione di un lago artificiale, successiva ad una frana che staccandosi provocò un'onda che superò di 250 metri il coronamento della diga, uccise 1917 persone, spazzando via interi abitati. Ma soprattutto, il disastro del Vajont, fu una tragedia annunciata.

 

La diga, posta in una valle scavata dal torrente Vajont, affluente del Piave, fu costruita a partire dal 1957 dalla Società Adriatica di Elettricità. Incastrata in versanti di montagne franose, dominanti la piana del Piave che divide Veneto e Friuli, l'invaso fu riempito manifestando sin dall'inizio problematiche inquietanti.

 

Nel marzo 1959 una prima frana su un fronte di 500 metri precipitò dalle falde dei monti Castellin e Spiz riversando nel lago dei Pontesei, uno dei bacini della diga, una massa di ben 3 milioni cubi di roccia. La caduta provocò la formazione di un'onda che superò di 7 metri la diga, e ciò nonostante il livello dell'acqua fosse più basso di 13 metri rispetto all'orlo. Un'operaio che stava passando in bicicletta venne travolto e il suo corpo mai ritrovato.

 

Poco più di un anno dopo, il 4 novembre 1960, furono 800mila i metri cubi che si staccarono dal monte Toc cadendo nel lago, provocando un'ondata di 10 metri. Il versante preannunciava la sua friabilità – un'immensa fessura si aprì sulla montagna -, l'ombra del disastro si stava allungando su tutta la zona.

 

E il disastro, difatti, non tardò. Alle 22.39 del 9 ottobre 1963, circa 270 milioni di metri cubi di roccia – un volume più che doppio rispetto all'acqua contenuta nell'invaso – scivolò alla velocità di 180 chilometri orari nel bacino sottostante, provocando una triplice onda. Una, dirigendosi verso l'alto, lambì le abitazioni di Casso. La seconda si diresse verso le sponde del lago distruggendo alcune località nel comune di Erto e Casso. La terza, con un'altezza di 250 metri, scavalcò la diga precipitando nella valle sottostante, fino alla piana del Piave.

 

Il fondovalle veneto fu spazzato via venti secondi dopo il crollo. Tra tutti i piccoli borghi cancellati, il più popoloso fu quello di Longarone, dei cui 1450 abitanti non ne rimase in vita uno. Sui circa 2000 cadaveri ne furono recuperati i ¾, metà non fu possibile identificarli.

 

Le cause del disastro furono chiare sin dal primo momento. La Sade, che quell'anno cedeva la diga all'Enel, nata l'anno precedente dall'unificazione del sistema elettrico nazionale, aveva costruito l'invaso occultando al pubblico la non idoneità dei versanti, considerati a rischio idrogeologico. Nascondendo premeditatamente la pericolosità, il livello dell'acqua fu innalzato al fine di rendere controllata l'inevitabile frana nell'invaso. I calcoli non risultarono corretti.

 

Le grandi precipitazioni fecero il resto, dando la “spinta” decisiva alla massa franosa. In un articolo del febbraio 1961, la giornalista dell'Unità Tina Merlin anticipò ciò che sarebbe potuto accadere nella valle denunciando la possibilità di frana. Fu denunciata per diffusione di notizie false e tendenziose atte al turbamento dell'ordine pubblico e processata. Ne uscì assolta.

 

Gli strascichi giudiziari sarebbero terminati solo nel 2000, con un accordo per la ripartizione dei danni divisa in terzi tra Enel, Montedison e Stato Italiano. L'ingegnere Alberico Biadene e il capo del Servizio dighe Francesco Sensidoni furono (gli unici) condannati in Cassazione, a cinque anni il primo e a tre e otto mesi il secondo per disastro e omicidio. Poterono godere subito, però, di tre anni di condono.

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