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''Ho visto bimbi fuggire scalzi dalla guerra e profughi al confine con le carriole. Ma in Uganda c'è speranza'' il reporter Bellocchio a Trento per ''Despina, storie dall’esodo''

L'autore del documentario (realizzato con Gualazzini e Tesei) racconta la sua esperienza in Uganda: ''Un Paese dall'accoglienza forte, dove si vede sperimentata la resilienza''. La proiezione mercoledì al Cuminetti

Immagine tratta dal documentario
Pubblicato il - 10 marzo 2019 - 22:49

TRENTO. Un viaggio nella speranza data dall'accoglienza, dalla prospettiva di un'integrazione. È quello che hanno fatto in Uganda, un Paese povero ma che ha saputo inventare un sistema d'accoglienza all'avanguardia, i corrispondenti di guerra Daniele Bellocchio, Marco Gualazzini e il documentarista Alessandro Tesei, da cui sono nati un reportage e un documentario. Quest'ultimo, "Despina, storie dall'esodo", racconta le vicende di tre donne fuggite dal conflitto bellico in Sud Sudan.

 

Un esodo enorme nel cuore dell'Africa, che ha portato l'Uganda a ospitare un milione e mezzo di rifugiati, per la maggior parte donne e bambini fuggiti dalla guerra civile.

 

Il documentario, prodotto da "Gli occhi della guerra" e il "Giornale.it" con il contributo di Distretto Rotary 2050 e altri Rotary Club e il supporto logistico di ACAV, sarà proiettato mercoledì 13 marzo alle 20.30 al Teatro Cuminetti nell'ambito dell'evento Respect Woman proposto dal Rotary Club di Trento (qui articolo). Lo racconta uno dei suoi autori, il reporter freelance Bellocchio.

 

Daniele Bellocchio, di cosa tratta il documentario?

Parla del modello d'accoglienza, molto virtuoso, messo in campo dall'Uganda. Uno dei Paesi più poveri del mondo, che però è riuscito ad accogliere un milione e mezzo di rifugiati. Quando arrivano vengono accolti, gli viene assegnato un lotto di terra. Il 30% degli aiuti umanitari, poi, deve rimanere alla comunità ospitante. Ne è derivata la costruzione di infrastrutture, tra cui ospedali, che prima non c'erano.

 

Come si declina questo modello d'accoglienza?

È un modello che mira al passaggio di stato sociale dei profughi: è previsto che entro cinque anni entrino a far parte della cittadinanza attiva. Prevede poi una sempre maggiore interazione con la comunità ospitante.

 

Il reportage non tratta di temi astratti, è incentrato sulle vite di chi ha sperimentato sulla propria pelle la fuga dalla guerra.

È la storia di tre donne: una madre che vive da un anno in un campo profughi, che è più cosciente, introspettiva, che rappresenta la vita che conduce chi arriva in Uganda. Di una ragazza fuggita, che ha avuto la mamma impiccata, che abbiamo seguito dal confine per le prime tre settimane per raccontare l'accoglienza. E di una neonata, una bimba nata da uno stupro, da una mamma che ha abbandonato il Congo diretta verso l'Uganda.

Cosa raccontano le loro storie?

Quella della madre, una donna di 27 anni che da due non vede il marito, è la storia della vita dei rifugiati. "Bisogna fare sempre qualcosa - mi ha detto - perché altrimenti si viene divorati dai ricordi". Ma nei campi profughi si fa poco. E si sperimentano mille difficoltà, tra cui quella di dover dipendere da altri. Ma nonostante tutto la sua storia è quella delle persone a cui è stata data una nuova possibilità, una possibilità di vita.

 

E la vicenda personale della giovane mamma?

Per lei l'Uganda è la terra che le ha dato la possibilità di veder nascere la sua figlia, rappresenta la speranza per il futuro della bambina.

 

Quanto tempo avete vissuto in Uganda per realizzare il vostro lavoro? E cosa significa nel titolo il riferimento a Despina?

Siamo rimasti in Uganda 40 giorni. Despina è una delle Città invisibili di Calvino, un approdo dal deserto e la terra ferma per chi arriva dal mare. È un'immagine molto evocativa.

Crede che il modello ugandese di accoglienza possa essere esportato in Europa?

Da noi non è applicabile come metodo, ad esempio perché non si dispone abbastanza terreno da assegnare. Ma può esserlo come modello, per gli obiettivi che si prefigge: l'interazione della cittadinanza con la popolazione di rifugiati e il divenire cittadini attivi della popolazione dei rifugiati.

 

E a livello personale cosa le ha dato quest'esperienza?

A dire in vero dal punto di vista personale la sento un'esperienza incompleta. Questo perché vorrei incontrare nuovamente queste persone. Il progetto che ho avuto modo di osservare è importante, permette di vedere applicato il concetto della resilienza, del non farsi impattare a un'onda d'urto. Lo si vede nelle persone che arrivano al confine con le carriole: non c'è fatalismo, c'è una reazione. Ne è esempio il padre che arriva dopo una lunga marcia a piedi nudi con il figlio: subito al bambino vengono date delle ciabatte. Sembra una cosa da niente, ma è importante. E queste sono storie forti, che fanno molto bene, che permettono di indagare fino a dove può arrivare la speranza dell'uomo.

 

Siete stati anche in Congo?

Ci ero già stato sempre per lavoro, e anche in Somalia. Ma in quei casi le esperienze erano diverse: si sentiva il timore di farsi sopraffare dal fatalismo e dall'assenza di una prospettiva. Il Congo, poi, è molto brutale: vi avvengono stupri etnici, ci sono ferocia, miseria, povertà. Una situazione quasi Dantesca. E a pochi chilometri di distanza, invece, c'è l'Uganda, che permette la speranza.

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