''Improvvisazione è la parola chiave dell'anno scolastico in corso'', lettera di una professoressa che si avvia all'esame di maturità
Mentre gli studenti manifestano in piazza anche gli insegnanti si sentono schiacciati nell'incertezza più totale: ''Questa sensazione di essere quotidianamente allo sbaraglio, nell’incertezza, nel cambiamento continuo non ci aiuta a costruire serietà''

TRENTO. ''L’improvvisazione mi pare sia la parola chiave dell’anno in corso. Questa sensazione di essere quotidianamente allo sbaraglio, nell’incertezza, nel cambiamento continuo non ci aiuta a costruire serietà, ad essere esempio e modelli per i/le giovani discenti che vedono anche nella scuola quell’insicurezza che da più parti nella società respirano''. A scrivere è una docente di una scuola superiore trentina, la professoressa Maria (Nella) Pingitore. E' lei a trasformare in lettera il pensiero di molti insegnanti e studenti che tra pochi mesi si troveranno ad affrontare uno degli esami di maturità più misteriosi della storia.
E sono tantissime le incognite. Per esempio, spiega la professoressa, ci sono ''le modalità di svolgimento dell’orale'' che non sono ancora state oggetto di Decreto e ''resta da chiarire perché a uomini e donne di 19, 20 anni non si possa pretendere profondità, sintesi, rielaborazione personale, fatica nel loro impegno? Le tre buste ridurranno l’orale ad un qualcosa che scopriremo quel giorno ma possiamo già supporre che lasceranno per sempre indelebile l’impressione nei candidati che un orale andato male è da attribuire alla sfortuna della busta scelta e non alla propria responsabilità''.
E mentre gli studenti scendono in piazza per protestare (QUI ARTICOLO) rispetto all'assoluta incertezza che regna sovrana su quel che succederà tra tre mesi, pubblichiamo integralmente la lettera della docente che spiega bene la situazione che stanno vivendo tantissimi giovani, i loro familiari e gli insegnanti.
Giunti a soli tre mesi dall’esame di maturità, o esame di Stato, dubbi e incertezze descrivono la nostra, di insegnanti e studenti, quotidianità scolastica.
E’ arrivato in quinta il Triennio dell’Alternanza Scuola -lavoro e dei molteplici cambiamenti ad essa connessi. All’improvviso, ad anno iniziato della classe terza di tre anni fa 2016-2017, abbiamo iniziato a costruire percorsi di Alternanza, dimostrando, noi insegnanti, professionalità e capacità di interpretare un percorso tutto da inventare, in collaborazione con le realtà del territorio.
Per accogliere tutte le ore di Alternanza abbiamo dovuto modificare i programmi di studio, cercando di non perdere di vista l’insieme delle competenze, abilità e conoscenze caratterizzanti una scuola superiore di secondo grado, salvaguardando anche quel ruolo da registi che spetta a chi svolge anche una funzione educativa con giovani allievi/e.
Ora siamo arrivati in quinta e da settembre, anziché prepararci serenamente per l’esame, e per le scelte future di studio o lavoro, inseguiamo le infinite novità che si rincorrono per il nuovo esame di stato e che non sembrano rispettare il soggetto principale di questa esperienza: lo/la studente/studentessa e il suo diritto di crescere in un ambiente di apprendimento sicuro. Decidere il contenuto e modalità di una prova di maturità, prova importante di cui tutti abbiamo memoria, in corso d’anno non è certo un esempio interessante.
Ogni volta che con la mia classe cerchiamo di ricostruire il filo conduttore del percorso dei nostri tre anni, sorridiamo perché è evidente lo scarto tra la preparazione offerta e richiesta nel corso dell’anno scolastico e le eventuali “tre buste” predisposte per l’orale. A parte il fatto che la modalità di svolgimento dell’orale non è stata ancora oggetto di Decreto, resta da chiarire perché a uomini e donne di 19, 20 anni non si possa pretendere profondità, sintesi, rielaborazione personale, fatica nel loro impegno? Le tre buste ridurranno l’orale ad un qualcosa che scopriremo quel giorno ma possiamo già supporre che lasceranno per sempre indelebile l’impressione nei candidati che un orale andato male è da attribuire alla sfortuna della busta scelta e non alla propria responsabilità.
L’improvvisazione mi pare sia la parola chiave dell’anno in corso. Anche per la simulazione della prima prova di italiano del 19 febbraio scorso. Le tracce erano già facilmente recuperabili dal sito del Miur prima delle 8.10, se non la sera precedente. Inizialmente sembrava una simulazione obbligatoria con valutazione, successivamente questa obbligatorietà è venuta meno, al punto che alcune scuole non l’hanno proposta agli studenti e altre l’hanno proposta con modalità diverse.
Noi insegnanti mettiamo la nostra dignità e parola al servizio degli studenti e della scuola e come minimo vorremmo che le istituzioni di riferimento considerassero serie le esperienze di crescita che coinvolgono insegnanti e studenti, cioè persone. Questa sensazione di essere quotidianamente allo sbaraglio, nell’incertezza, nel cambiamento continuo non ci aiuta a costruire serietà, ad essere esempio e modelli per i/le giovani discenti che vedono anche nella scuola quell’insicurezza che da più parti nella società respirano. Invece noi insegnanti, sappiamo bene che spesso la scuola rappresenta per i giovani un punto fermo di cui spesso hanno bisogno, di un luogo sicuro nel quale è anche legittimo sbagliare, a dispetto di quello che talvolta gli studenti stessi affermano perché calati nel loro ruolo di adolescenti.
Il messaggio che passa, con questi cambiamenti in corso d’opera, a mio avviso, è che in fondo la vita è solo un gioco continuo, anche a 19, 20 anni, confermandoli in quell’immaturità dalla quale tutti i giorni, gli insegnanti cercano di farli uscire per accompagnarli nel mondo, senza schematiche semplificazioni, anzi, ponendoli di fronte alla complessità, chiedendo loro lo sforzo di comprenderla per cercare una strada da intraprendere.














