Novanta giorni in malga, in un libro la storia di Francesco che a 25 anni ha deciso di fare il casaro
Francesco Gubert che raccontato in un libro la sua esperienza vissuta in malga dieci anni fa. "Sono stati 90 giorni che mi hanno segnato. Le malghe avranno un futuro solo se sapranno raccontarsi"

TRENTO. Il profumo del formaggio, dell'erba fresca, le passeggiate nei pascoli e la brezza che accompagna lo scampanare delle vacche. Un mondo genuino che in molti conosciamo ma che rappresenta solo il lato più poetico della malga. Altra cosa sono le tante fatiche che chi lavora in malga si trova a sopportare per tre lunghi mesi, da metà giugno a metà settembre.
E' proprio questo il mondo che Francesco Gubert, 35enne trentino, dottore agronomo già molto conosciuto e blogger de ildolomiti.it, ha voluto raccontare nel suo primo libro “Novanta giorni – Diario di una stagione in alpeggio” (QUI IL LIBRO). Oltre 120 pagine all'interno della quali Francesco racconta in presa diretta la sua personale esperienza di lavoro in malga, i momenti di paura, di fatica ma anche le sorprese e le nuove amicizie. La vita di 90 giorni in alpeggio fatta quando aveva 25 anni.
Un libro scritto da un giovane per i giovani e per chi al mondo d'oggi è curioso ed ha voglia di andare oltre. Magari riscoprendo quei valori e quegli aspetti, compreso il fallimento, che non si vogliono conoscere ma che fanno parte della natura dell'essere umano.
Francesco, da dove è arrivata questa voglia di mettere nero su bianco con un libro questa esperienza in malga?
In questo libro racconto una storia che è successa dieci anni fa. E' un'esperienza che ho sedimentato molto a livello personale. Però ad un certo punto ho capito che era venuto il tempo di metterla nero su bianco. Lo scorso novembre sono andato in Colombia e durante questo viaggio di tre settimane mi sono promesso che al ritorno mi sarei preso del tempo per raccontare questa esperienza. Così è nato il libro.
Ma come mai proprio questi 90 giorni?
Sentivo l'esigenza di raccontare questa esperienza che per me è stata molto dura e mi ha segnato. Accanto a questo però ho fatto anche un'altra riflessione: la malga è spesso percepita come un luogo idilliaco, con i fiori alle finestre e le vacche al pascolo. Sentivo il bisogno di “illuminare da dentro” questo mondo, offrendo una prospettiva diversa: quella appunto di chi in malga ci lavora. Il malgaro non si mette di certo a scrivere in un libro quello che fa, ha ben altro di cui occuparsi. Dunque ho colto l'occasione per raccontare una realtà “altra” rispetto a quella che si conosce di solito.
Nel libro racconti quello che ti è successo 10 anni fa. Da cosa è iniziata la tua esperienza?
Avevo 25 anni ed ero in una fase della mia vita in cui non avevo le idee molto chiare. Stavo facendo un dottorato in Austria. Ad un certo punto ho capito che la strada che avevo intrapreso non faceva per me. Era un lavoro noiosissimo, mi occupavo di modelli matematici con i quali calcolavo quanta erba cresceva nei prati di montagna. Allora ho provato a cambiare strada. Mi ero rivolto ad un rifugio per fare una stagione ma alla fine non venni chiamato. Cercando poi su internet ho trovato che in una malga in Svizzera, a Berna, cercavano un aiuto casaro e allora ho chiamato e nel giro di due giorni ho mollato tutto e sono andato lì a mungere le vacche. E' stato bellissimo e quando ho terminato la stagione, sono tornato a Trento. L’anno successivo a febbraio mi è arrivata la proposta per una malga in Valsugana che cercava un casaro. In un primo momento mi tremavano le gambe perché il lavoro del casaro non è una cosa banale e anche perchè si trattava di gestire un'intera malga con 100 vacche da latte. Una certa responsabilità insomma.
Cosa ha detto la tua famiglia di questa tua idea? Un ragazzo di 25 anni con una laurea e un dottorato che decide di andare a lavorare in una malga.
I miei mi hanno detto “No ghe sen! Con tutti i soldi che abbiamo speso per farti studiare”. Poi mio padre, che arrivava da una famiglia di contadini e che ha conosciuto la miseria, mi ha anche chiesto se ero diventato matto. Io però volevo provarci e quindi, nonostante il parere negativo non solo dei genitori ma anche di amici e parenti, sono andato avanti. Oggi un'esperienza di questo genere è quasi di moda ma in quel periodo non era proprio vista bene.
Nel libro racconti molte cose personali, soprattutto del rapporto che hai con tuo fratello e come in quella occasione ti è stato vicino.
Si, Giuseppe. Lui mi è stato di grande aiuto, aveva appena comprato casa proprio nel paese della malga dove iniziavo a lavorare e si è preso a cuore la mia situazione. Anche lui si è reso conto delle difficoltà e mi è stato molto accanto, soprattutto all’inizio, quando temevo di non farcela. Veniva a trovarmi e mi portava la pizza alla sera.
Racconti quando è iniziata la tua avventura ma quali sono le paure che avevi?
A febbraio ho conosciuto i titolari della malga e poi a maggio ho iniziato. In Svizzera avevo fatto l'aiuto malgaro,ma qui la situazione era ben diversa. Io però volevo fare qualcosa di alternativo rispetto al solito percorso che faceva un ragazzo di 25 anni. Volevo discontinuità anche se non avevo alcuna esperienza vera e propria ed ero molto preoccupato. Avevo però a che fare con persone di montagna, per loro la malga è tutto e le aspettative erano alte. Per colpa dell'agitazione dei primi giorni mi sono anche slogato una caviglia.
Hai trovato però anche dei nuovi amici.
Si, uno in particolare, a cui ho dedicato il libro. Si chiama Franz e ancora oggi siamo molto amici. Lui era una sorta di mosca bianca in questo mondo perché faceva l'insegnante e ad un certo punto ha deciso di lasciare tutto per fare l'allevatore. Con lui ho subito avuto una connessione di un certo tipo. Ho trovato in lui una persona con una certa sensibilità. Questo mi ha aiutato molto.
Rifaresti questa esperienza in malga?
Ci ho pensato, però ho maturato la consapevolezza che non è la mia strada. Professionalmente mi sono occupato di malghe e le ho girate tutte, almeno quelle presenti in Trentino. Se mi chiedono di dare una mano ad insegnare a qualcuno a fare formaggio ci vado volentieri, ma io in malga non ci voglio più tornare da casaro.
E la consiglieresti?
Si assolutamente, perché è un’esperienza di vita che si deve fare e permette di rendersi conto di cosa significa lavorare in agricoltura. La consiglierei, però, per gradi e non come ho fatto io, che mi sono subito buttato a gestire una situazione complessa.
Questi 90 giorni cosa ti hanno insegnato?
Mi hanno insegnato che se non ci sono più le condizioni per andare avanti ci si può fermare. Non è un fallimento, significa semplicemente ammettere che in quella situazione non ha più senso continuare o insistere. Mi ha insegnato a vivere il fallimento ma anche la resistenza alla fatica.
Il mondo della malga oggi ha un futuro?
Io sono convinto che la malga ha dei contenuti da raccontare che sono modernissimi. Il grosso problema, però, è che facciamo fatica a farlo e servono persone proprio questo. Solo se saremo capaci di raccontare veramente questo mondo ci sarà per le malghe un futuro.









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