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Vaccini, i promotori del manifesto shock: ''Le leggi razziali impedirono l’accesso nelle scuole ai bambini ebrei come ha fatto la legge del 2017 con chi non era in regola''

Pubblichiamo la posizione di SiAmo che ha promosso la campagna pubblicitaria che paragona quel che è successo nel '39 alla legge sui vaccini. Una serie di voli pindarici che cercano di trovare giustificazioni a quel che a tutti (a noi sicuramente) è parsa come una bieca propaganda priva di qualsiasi attinenza con la realtà

Di Luca Pianesi - 20 febbraio 2019 - 16:54

TRENTO. Cosa c'è dietro quel manifesto che paragona le leggi razziali e quindi i bambini vittime dell'Olocausto (QUI ARTICOLO SUL MANIFESTO APPARSO A TRENTO) alla legge sui vaccini e ai bambini che per scelta dei loro genitori non vengono vaccinati? Qual è stato il pensiero che ha spinto i promotori di questa campagna a creare questo incredibile e insensato accostamento che ancora difendono e per il quale chiedono comprensione? Quale ragionamento, se di ragionamento si può parlare, può esserci stato alla base di un confronto diretto tra una legge aberrante che ha provocato la morte di 1,5 milioni di bambini e una legge di sanità pubblica che salva e salverà vite di bambini e adulti garantendo una sempre più alta copertura della comunità?

 

Le risposte a queste domande pensiamo siano niente, nulla, nessuno ma lasciamo a voi la possibilità di formarvi un'opinione leggendo il testo completo di quanto scrivono i promotori di questa campagna mediatica che mescola ''Stelle di David'' a ''divieti di siringhe'' e si pone la fondamentale domanda ''Ma qual è lo studio scientifico che conferma queste teorie discriminatorie?''. La risposta è, ancora una volta, ovviamente, ''nessuno'' perché un tale confronto non ha nessuna attinenza con nessun tipo di realtà. Con i vaccini si sono salvate, si salvano e si salveranno vite a bizzeffe. Il resto è solo bieca propaganda.

 

Ma tant'è. Ecco quanto sostiene SiAmo che promuove la campagna.

 

 

 

Comprendiamo quello che sta accadendo. Comprendiamo l’indignazione, le proteste, il sentimento che li muove. Perché conosciamo quello che è accaduto ottant’anni fa in Europa ed è lontanissima dal nostro cuore e dal nostro pensiero l’idea di minimizzare quanto avvenne allora. Desideriamo però che la medesima empatia venga esercitata da tutte le parti in causa nel dibattito apertosi dopo che un nostro manifesto - circolante su camion vela per le vie di Trento - è stato preso di mira da un esponente del Pd locale e, in seguito, dalla comunità ebraica. Oggetto del contendere il parallelo – contenuto nel manifesto - fra le leggi che nel 1938 impedirono l’accesso nelle scuole ai bambini ebrei e la legge 119 che dal 2017 prevede la medesima esclusione per i bambini non in regola con il nuovo calendario vaccinale – 10 vaccinazioni obbligatorie a partire dai 2 mesi di età, con circa 33 antigeni nei soli primi 13 mesi di vita.

 

Intanto ci preme precisare che la bimba ritratta nel nostro manifesto fu deportata ad Auschwitz nel 1942 e ad Auschwitz morì l’anno successivo, a soli 14 anni, pur essendo cattolica, pagando con la vita il prezzo non d’una fede ma d’una presunta inferiorità razziale: Czeslawa non era ariana, non apparteneva a quella razza superiore che il nazismo intendeva promuovere e proteggere da contaminazioni e a costo di orribili sperimentazioni. Ci premeva non chiamare in causa la comunità ebraica, con il suo carico di memoria e dolore, ma l’umanità intera, vittima in quanto tale di un massacro dalle motivazioni indegne.

 

Empatia, dicevamo: ascolto, partecipazione, sforzo di comprensione, immedesimazione. La mattina del 28 luglio 2017, migliaia e migliaia di famiglie italiane hanno dovuto scoprire al risveglio che i loro bambini non avrebbero più potuto frequentare nidi e materne. Migliaia e migliaia di famiglie hanno dovuto scoprire che i loro figli avevano perduto il diritto di crescere nei luoghi da sempre destinati all’infanzia. Migliaia e migliaia di famiglie hanno dovuto scoprire di aver perduto il diritto di prendere decisioni e compiere scelte relative al proprio bene primario: il corpo, la vita stessa dei loro figli. Si tratta o non si tratta della medesima spoliazione subita da migliaia di bambini innocenti in quel lontano e misero 1938? Lo stupore non è il medesimo?

 

Lungi da noi l’idea di costruire paragoni improvvidi con quanto avvenuto in seguito, deportazione, umiliazioni, torture, morte. Ma è possibile ipotizzare, fatta la tara di quel futuro e del nostro (che non ci è dato conoscere), che si sia vissuta la medesima sensazione di straniamento, di sofferenza, di stupore, di paura, anche? Oggi ci tolgono la scuola, domani chissà. Oggi ci tolgono il diritto alla socialità, alla conoscenza, al gioco, domani chissà.

 

Basta davvero un briciolo di empatia per comprendere che in quella mattina del 28 luglio 2017 milioni di persone – fra genitori, nonni, zii – sono state attraversate dagli stessi sentimenti che avevano attraversato un’ottantina di anni fa i cuori di tutti i genitori, nonni, zii ebrei di fronte a un regio decreto che il 5 settembre del 1938 realizzava la prima e più vile discriminazione di regime: quella dei soggetti più indifesi, i bambini. C’è qualcuno che possa negare questo parallelo sentimentale, intimo, prima ancora che terrificante negli esiti? Non c’è, ne siamo certi.

 

Potremmo anche fermarci qui, senza avventurarci nei meandri delle ipotesi su quel che ci aspetta oggi. Ma un piccolo invito alla riflessione vogliamo aggiungerlo: può un essere umano venire privato del diritto di disporre del proprio corpo? Può un essere umano essere costretto a curare se stesso in un modo piuttosto che in un altro? Chi stabilisce cosa è meglio per ogni singolo individuo, unico e differente da ogni altro? Come può una pratica di massa essere valida indistintamente per tutti, posta quella innegabile unicità? Quale sommo interesse, inesistente prima del 2017, si sta tutelando? Basterebbe cercare delle risposte a queste domande per far cadere nel vuoto polemiche innescate strumentalmente da esponenti politici che si fanno gioco dei sentimenti – sinceri e legittimi – della comunità ebraica come di quelli della comunità della “libera scelta”, che SìAmo si onora di rappresentare. 

 

E’ una trappola per tutti noi, senza distinzione di razza, di religione, di idee politiche o filosofiche. La chiave è una sola per tutti, quindi, e non va smarrita: la chiave è il pensiero libero, il pensiero critico, che non si lascia orientare dal primo scienziato integralista come dall’ultimo politico in cerca di consensi. Ai quali chiediamo, senza indietreggiare di un solo passo, di rendere pubblico, se esiste, lo studio scientifico che dimostra l’esistenza della immunità di gregge vaccinale umana e che giustificherebbe il terribile atto discriminatorio posto in essere in Italia con la legge 119 del 2017.

 

Di questo studio – l’unico che potrebbe legittimare quanto accaduto - restiamo in attesa, mentre ci apprestiamo a eliminare dai nostri manifesti quella stella a sei punte che comprendiamo poter ferire  ancora oggi chi ha dovuto subire l’orrore della Shoah. Chiediamo però a tutti di comprendere il nostro punto di vista: senza studi accreditati che dimostrino l’esistenza dell’immunità di gregge vaccinale umana la stessa resta un dogma nel cui nome si sta consumando una azione (politica e non scientifica) discriminatoria e perciò razzista.

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