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Anche a Trento c'è chi ricorda Sepp Kerschbaumer, il “terrorista buono” che organizzò la Notte dei fuochi e diede avvio alla scia di bombe sudtirolesi

La Schützenkompanie Trient Major Giuseppe de Betta ha deciso di aderire all'iniziativa lanciata dalla Südtiroler Heimatbund, associazione separatista, in vista del tradizionale appuntamento dell'8 dicembre, quando al cimitero di Appiano si commemora il primo capo del Bas Sepp Kerschbaumer. Al posto della cerimonia, una campagna di manifesti ha portato anche a Trento il ricordo ambiguo della figura che diede avvio al terrorismo sudtirolese

Di Davide Leveghi - 04 dicembre 2020 - 12:02

TRENTO. Anche Trento, da venerdì 4 dicembre, vedrà comparire per la città dei manifesti dedicati a Sepp Kerschbaumer e ai “suoi compagni di lotta”. Il fondatore del Bas (Befreiungsausschuss Südtirol), il “Comitato di liberazione del Sudtiroloche col tritolo voleva trasformare l'Alto Adige nella nuova Algeria, sollevando la popolazione contro lo Stato invasore, potrà contare anche sul benvolere della Schützenkompanie Trient Major Giuseppe de Betta di Paolo Primon.

 

Nell'impossibilità di svolgere la tradizionale commemorazione al cimitero di Appiano, dove ogni 8 dicembre, a ridosso dell'anniversario della sua morte (7 dicembre 1964), si celebra il “terrorista buono”, il Südtiroler Heimatbund ha deciso di tappezzare la provincia di Bolzano (e non solo) di manifesti che lo ricordano. Un'iniziativa che ha trovato sostegno anche nel capoluogo trentino, così come avvenuto nell'ottobre scorso, quando in più parti della città comparivano dei cartelloni e dei poster su “un'ingiustizia durata 100 anni”, campagna lanciata dalla stessa associazione separatista sudtirolese in occasione del centenario dell'annessione italiana del territorio a sud del Brennero – a cui seguiva una manifestazione in Piazza Duomo con tanto di “corona di spine” a raffigurare il dolore dei tirolesi (QUI un approfondimento sulle diverse iniziative e i fatti collegati a quella giornata).

 

Figura dal punto di vista storico sicuramente affascinante, quella del commerciante di Frangarto di Appiano è stata la più idonea a fare da sponda a una memoria depotenziata della dinamite sudtirolese. Kerschbaumer, nettamente contrario alla violenza nei confronti degli uomini in virtù di un profondo cattolicesimo, guidò un'organizzazione che non mirò – almeno fino a quando c'era lui – a produrre vittime, bensì a colpire gli interessi italiani.

 

Solamente dopo il suo arresto, avvenuto come conseguenza della Notte dei fuochi, il Bas virò verso strategie di stragismo e di scontro frontale con lo Stato italiano. Radicalizzata, la sigla spostò il suo baricentro verso le centrali ideologiche tirolesi e bavaresi, accogliendo neonazisti, pangermanisti e figure decisamente equivoche.

 

Sulla coscienza di Kerschbaumer peserà molto la morte accidentale dello stradino Giovanni Postal, dilaniato da una bomba inesplosa in quella spettacolare Notte dei fuochi, quando decine di bombe brillarono, lasciando Bolzano al buio e imponendo una rilevantissima perdita economica all'industria italiana. Ma è per questo il commerciante di Frangarto, coi “suoi compagni di lotta” (come evidenzia anche il manifesto) una figura meno negativa in una provincia democratica e pacificata dall'autonomia speciale? Dove sta il confine fra il Freiheitskämpfer (il “combattente per la libertà”) e il terrorista?

 

In un'intervista fatta lo scorso anno, proprio in occasione della celebrazione appianese, Leopold Steurer, tra i maestri della storiografia sudtirolese, raccontava così l'iniziativa. “Organizzata dall'Heimatbund, associazione nata nel 1974 con lo scopo di sostenere i detenuti politici per poi trasformarsi in partito radicale di rottura con l'Svp – spiegava a il Dolomiti – la commemorazione è espressione di un movimento che considera il Bas in un'ottica di continuità, da Kerschbaumer a Burger (Norbert Burger, cittadino austriaco che prese l'iniziativa del Bas dopo la sua “decapitazione”, seguita alla Notte dei fuochi, ndA). Strumentalizzano Kerschbaumer. La continuità, che in realtà non esiste, diviene necessaria per legittimare il terrorismo. La questione che questa figura pone è: esiste il terrorista buono?”.

 

Cavallo di Troia” che permette di giustificare il ricorso alle armi da parte dei sudtirolesi, cosa impedisce di strumentalizzarne la memoria, tracciando una linea che rivaluta agli occhi dell'opinione pubblica il latitante Georg Klotz, il “martire” Alois Amplatz (ucciso dai servizi segreti italiani mentre di nascosto cercava di tornare in Italia) e il responsabile delle stragi Norbert Burger coi suoi “bravi ragazzi della Valle Aurina”? Può una società immatura dal punto di vista storico (e critico) slegare le bombe ai tralicci dal tritolo contro treni o caserme?

 

Ci permetta il lettore di dubitarlo. L'idealismo di Kerschbaumer poteva pure partire da concetti legittimi per una minoranza che aveva sofferto il tragico distacco dalla madrepatria, le vessazioni fasciste e la mostruosità nazi-fascista delle Opzioni, ma finì per adottare metodi antidemocratici. I mezzi per quel fine tanto agognato, la libertà del Sudtirolo dal giogo italiano (e non l'autonomia, come certa storiografia di lingua tedesca vuol far erroneamente credere), coincidevano con lo scontro etnico, in cui a fare da bersaglio non ci furono solo le forze dell'ordine o il potere economico italiano, simboli dell'occupazione, ma le migliaia di lavoratori giunti in quello sperduto angolo delle Alpi per trovare fortuna e scappare dalla miseria.

 

Ci spieghi dunque, il promotore dell'iniziativa a Trento, comandante della compagnia di Schützen di Trento Paolo Primon, dove sta questa volta il desiderio di “insegnare ai trentini la storia della loro terra”, che la scuola italiana avrebbe il torto di non insegnare. Non è questa una rivendicazione vera e propria di una memoria dannosa per la convivenza e il futuro della nostra regione? La “corona di spine” doveva rappresentare il dolore di un “popolo scomparso” dai libri di testo e dalla memoria pubblica ufficiale del Trentino italiano. La manifestazione dello scorso 10 ottobre non era quindi una rivendicazione nostalgica ma un “modo per far conoscere ai trentini la storia”. Affermare lo stesso di questa iniziativa appare un po' più complicato. Questa volta, infatti, la nostalgia ha un obiettivo ben più scivoloso e poco attinente a una democrazia: il terrorismo.

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