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La notte in cui brillarono decine di bombe: la Feuernacht compie 59 anni. Lo storico Romeo: “Non ci fu una guerra civile, come qualcuno aveva sperato”

La notte tra l'11 e il 12 giugno 1961 decine di bombe scoppiarono in Alto Adige, abbattendo i tralicci e lasciando Bolzano al buio. L'azione, organizzata in concomitanza con la Festa del Sacro Cuore di Gesù, in cui i tirolesi accendono i fuochi sulle montagne, ebbe importanti conseguenze per le sorti della vertenza aperta tra Bolzano, Vienna e Roma. Effetti diversi da quelli voluti dagli attentatori

Di Davide Leveghi - 11 giugno 2020 - 11:29

TRENTO. Ci sono dei fili, nella storia tirolese, che connettono interi secoli. Altri che la Storia ha “tranciato”, scorporando una regione storica e delegando agli Stati nazionali il compito di trasformarne i connotati interni, fra politiche etniche e culturali snazionalizzatrici, lotte più o meno violente e avvicendamenti tipici di una terra di confine. La Notte dei fuochi del 1961, con cui la “guerra dei tralicci” salì alle luci della ribalta internazionale (e con questa la questione sudtirolese) ne collega alcuni, fra dirette eredità del passato e nuovi significati nazionali legati ad una bicentenaria tradizione religiosa.

 

Ce n'è uno che collega l'esperienza storica decisiva della storia tirolese, l'insurrezione hoferiana del 1796 contro gli invasori franco-bavaresi, con le dinamiche autonomistiche altoatesine. Il termometro politico nella provincia di Bolzano, alla vigilia della spettacolare serie di attentati avvenuti nella notte fra l'11 e il 12 giugno 1961, aveva registrato un aumento della temperatura dello scontro, culminato nell'internazionalizzazione della vertenza sudtirolese di fronte alle Nazioni Unite dell'anno precedente. L'Austria, infatti, accettando il grido d'aiuto di una comunità che si sentiva tradita nelle aspettative autonomistiche, disattese dallo Stato italiano, decideva di portare la questione all'Assemblea generale dell'Onu, riaprendo così (nonostante fosse stata formalmente scartata dal Patto De Gasperi-Gruber del 1946) l'opzione politica dell'autodeterminazione.

 

Gli attentati a obiettivi sensibili, come tralicci dell'elettricità e case popolari in costruzione, avevano già preso avvio dal settembre del 1956, mentre nel novembre dell'anno successivo, dopo una serie di bocciature da parte di Corte costituzionale e governo dei progetti autonomistici volkspartisti, il “popolo sudtirolese” si ammassava nel prato di Castelfirmiano per ascoltare la voce del nuovo Obmann dell'Svp Silvius Magnago, tra le rivendicazioni del “Los von Trient” e la comparsa nella folla dei volantini del Befraiungsauschuss Südtirol, l'associazione terroristica indiscussa protagonista della Notte dei fuochi e della prima fase degli attentati in Alto Adige.

 

La spola offerta da importanti esponenti politici e del mondo accademico e culturale austriaci permise al Bas, dove convergevano diverse anime, di capitalizzare questo sostegno, intervenendo “a gamba tesa” nella difficile trattativa fra Bolzano, Vienna e Roma. La notte della Festa del Sacro Cuore, in cui sulle montagne si accendono fuochi che simboleggiano il patto fra il popolo tirolese e il Sacro Cuore di Gesù, rappresentò l'occasione propizia per scuotere la società altoatesina.

 

“La data fu scelta sia per il suo valore simbolico che per motivi logistici e operativi – spiega lo storico bolzanino Carlo Romeo da sempre la Festa del Sacro Cuore di Gesù aveva saldato religione, identità etnica e politica. In nome dell'alleanza tra il Signore e il popolo tirolese, dal 1796 si erano svolte tutte le più importanti mobilitazioni della storia tirolese. Vi era poi un motivo pratico: si tratta della notte in cui vengono tradizionalmente accesi i fuochi sulle montagne, così che i numerosi gruppi che dovevano piazzare le cariche ai tralicci e ad altri obiettivi potevano confondersi nel viavai dei preparativi”.

 

Fin dall’anno precedente si era pensato a un’azione in grande stile, poi più volte rimandata – continua - un’azione unitaria su cui convergessero tutte le diverse anime del Bas. Bisogna considerare che questo, nato nel 1957, era diviso in più componenti, spesso in dissenso tra loro. L’ala originaria, quella sudtirolese e 'contadina' incarnata da Kerschbaumer, era orientata verso attentati dimostrativi, che sollevassero clamore senza il pericolo di colpire vite umane. Vi era poi il gruppo nordtirolese, più 'borghese' e 'intellettuale', che oltre a fornire esplosivo, armi e finanziamenti, aveva importanti contatti politici e voleva imporre strategie e linee politiche. Esso aveva inoltre diretti rapporti con gruppi autonomi sudtirolesi, ad esempio quello di Georg Klotz, che mirava a una vera e propria guerriglia partigiana. Alla Feuernacht parteciparono anche gruppi giovanili delle associazioni studentesche austriache (Burschenschaften), che negli anni a seguire avrebbero rappresentato l’ala di estrema destra del terrorismo per il Sudtirolo”.

 

Organizzata in Svizzera dai “due rami” del Bas, l'azione coinvolse non meno di 200 persone cercando di colpire una delle risorse simboliche ed economiche cruciali della presenza italiana in Alto Adige, la produzione idroelettrica, con cui si riforniva un'ampia fetta dell'industria dell'Italia settentrionale. Mentre sulle montagne comparivano i tradizionali fuochi, più di 60 tralicci venivano minati, con le cariche esplosive che però scoppiarono solo nella metà dei casi. Su Bolzano calava il buio del black-out, milioni di danni stimati ed effettivi colpivano invece la produzione energetica. A Salorno, lo stradino Giovanni Postal, autore già in precedenza di uno sventato attentato, moriva dilaniato da un ordigno inesploso che cercava di togliere da un albero.

 

Da un punto di vista operativo l’obiettivo di massima era interrompere l’approvvigionamento di energia elettrica di parte dell’Italia settentrionale e soprattutto della zona industriale di Bolzano, fermando gli altiforni (cosa che non riuscì) – prosegue Romeo - da un punto di vista strategico è più difficile rispondere proprio per la diversa impostazione dei gruppi, alcuni dei quali probabilmente non erano consapevoli delle conseguenze che sarebbero potute scaturire. La risoluzione dell’ONU dell’anno prima, che aveva invitato Italia e Austria a trattare, aveva comunque profondamente deluso tutti i secessionisti. E non a caso le trattative italo-austriache erano state rese più difficili proprio dagli attentati. Nei piani di qualcuno poteva esserci un calcolo delirante: a questo colpo così 'grosso' lo Stato italiano avrebbe risposto con estrema forza; forse anche il gruppo italiano locale avrebbe reagito; si sarebbe creata una situazione di guerra etnica, come a Cipro e in Algeria, e l’ONU sarebbe dovuta intervenire direttamente, questa volta ripensando i confini”.

 

Ma gli esiti degli attentati, in realtà, finirono per essere ben diversi, segnando le sorti del Bas di Kerschbaumer e del territorio altoatesino, prontamente militarizzato e trasformato, in una particolarmente accesa fase della Guerra fredda, in un vero e proprio laboratorio di quella che sarebbe stata la “strategia della tensione”. “In primo luogo risultò indebolita la posizione dell’Austria, da tempo accusata dall’Italia di non fare nulla per impedire l’attività terroristica. Di fatto il governo italiano, intavolando le trattative con i rappresentanti della minoranza sudtirolese (commissione dei 19), emarginò Vienna dalla soluzione politica della questione. Anche la posizione dell’SVP risultò temporaneamente indebolita: dovette dar prova di buona volontà, accettando di discutere con Roma sul piano di un ampliamento delle competenze provinciali ma all’interno del quadro regionale del 1948”.

 

Gli attentati, dunque, seppur non avessero riscosso gli effetti desiderati dagli attentatori, non poterono che esacerbare gli animi, portando da una parte ad un atteggiamento più duro da parte dello Stato italiano – che militarizzò il territorio – e dall'altra ad un deterioramento della già difficile convivenza tra i gruppi etnici presenti in Alto Adige. La stampa italiana e quella tedesca reagirono con sdegno.

 

Per la società altoatesina, fu uno shock, almeno inizialmente – chiarisce Romeo – l'arrivo in massa di forze dell’ordine e militari pose la provincia in una specie di stato d’assedio. Da parte del gruppo italiano si levarono richieste di misure più severe verso il gruppo sudtirolese (il senso era: 'Roma è stata finora troppo generosa'). In campo sudtirolese la Feuernacht fu condannata dai massimi esponenti dell’opinione pubblica. Emblematica fu la durezza con cui il 'Dolomiten' parlò di una 'Festa del Sacro Cuore profanata'. Di lì a poco, ambienti politici ed economici sudtirolese formarono una corrente (Aufbau) per invitare la SVP a un atteggiamento più moderato e responsabile isolando i fanatici. Insomma non ci fu una guerra civile, come forse qualcuno aveva sperato”.

 

Le principali testate nazionali inviarono subito i loro corrispondenti. Anche a causa dei cliché vincenti nelle logiche massmediatiche, la realtà della provincia venne talvolta rappresentata come una terra compattamente ostile e omertosa e le radici della tensione furono spesso ridotte semplicisticamente a rigurgiti dell’ideologia nazista oppure al conservatorismo di una mentalità feudale e antimoderna. Col tempo si registrarono servizi e reportage più sereni e con analisi più approfondite. In Austria e in Germania, dove fino ad allora stampa e opinione pubblica si erano schierati compattamente per la causa sudtirolese, quegli attentati provocarono sconcerto e disorientamento. Dopo un iniziale clamore, la stampa internazionale in quell’estate in piena 'guerra fredda' ebbe presto altre cose da raccontare, come l’inizio della costruzione del muro di Berlino”.

 

E per il Bas? “Come spesso accade nelle dinamiche terroristiche, l’isolamento politico spinse alcuni gruppi a una radicalizzazione – chiosa - gli attentati non solo proseguirono ininterrottamente, ma cominciarono a mettere in conto anche la possibilità di fare vittime: un’escalation che seguiva ormai logiche sempre più aberranti. Basti pensare che l’ondata degli arresti che si abbatté sul Bas sudtirolese, nel luglio 1961, partì in seguito all’indagine su un attentato fallito per un soffio: una carica esplosiva collegata all’accensione dell’automobile del giornalista della pagina tedesca dell’'Alto Adige', considerato un 'traditore'”.

 

Arrestato per gli attentati della Feuernacht assieme a gran parte del Bas sudtirolese – Georg Klotz e Alois Amplatz riuscirono a riparare in Austria - Sepp Kerschbaumer si sarebbe addossato gran parte delle responsabilità per le conseguenze di quella terribile notte. Morì in carcere nel 1964, mentre il suo ricordo viene ogni anno rinnovato in una discussa commemorazione al cimitero di Appiano.

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