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Coronavirus, come il mondo sta affrontando la pandemia che ha già infettato 340 mila persone. Ecco l'analisi globale per regione geografica

La pandemia di Covid-19 si sta configurando come un evento epocale, che al 22 marzo 2020 ha infettato 340 mila persone di cui 13 mila sono decedute e 91 mila guarite. Il suo impatto non è però semplicemente sanitario, bensì anche politico, sociale ed economico

 

Di Lucia Brunello - 22 marzo 2020 - 22:04

TRENTO. Una pandemia che è entrata prepotentemente in ogni regione geografica del pianeta stravolgendone gli aspetti sociali ed economici. Tantissime sono le dinamiche coinvolte, ecco perché qui di seguito vi offriamo una panoramica globale su come i diversi paesi stanno affrontando l'emergenza non solo dal punto di vista sanitario, ma anche politico e socio-economico.

 

Partiamo da una visione generale: quando sono preparati gli stati del mondo ad affrontare il Covid-19? 
La mappa qui sotto si basa sul Global Health Security Index (Ghs) del 2019, indice che misura la preparazione di ogni singolo Paese ad eventi epidemici tenendo in considerazione la capacità preventiva, qualitativa, diagnostica e la risposta rapida del sistema sanitario in generale, considerando inoltre l'adesione ed il rispetto delle norme internazionali in materia e la sicurezza ambientale.

Ora più nel dettaglio: la situazione in Africa.
Partiamo subito con un dato: in Africa ci sono 2 medici per 10mila persone, mentre in Italia ce ne sono 41. Ora, la preoccupazione per il contagio da Coronavirus nel continente è reale. “Il nostro migliore consiglio all’Africa è prepararsi per il peggio” ha detto il direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus, nel briefing sul Covid-19 del 18 marzo 2020.  Lunedì 16 marzo, l’Associated Press ha riferito che trenta su cinquantaquattro Paesi in Africa hanno segnalato la presenza del virus e l’elenco è probabilmente incompleto. La preoccupazione principale per il Continente africano sono i sistemi di salute pubblica deboli e i governi che spesso non godono della fiducia popolare.

 

La statunitense Bloomberg riporta con alcune cifre la debolezza del sistema sanitario africano: l’Africa rappresenta il 16 percento della popolazione mondiale ma solo l’1 percento della sua spesa sanitaria. Durante la crisi dell’Ebola nell’Africa occidentale 2014-2016, la malattia ha ucciso circa 11 mila persone direttamente, un’analisi ha fatto emergere che altri 10 mila sono stati uccisi a causa di risorse dirottate

 

Le diagnosi sono complicate specialmente contando la carenza di kit di test del Coronavirus. La mancanza di conoscenza poi può favorire il panico, come è accaduto durante le epidemie di Ebola, dove gli operatori sanitari sono stati più volte attaccati dalla popolazione locale. In Sud Africa, con una delle infrastrutture sanitarie più sviluppate del continente, le persone infette dal virus stanno crescendo del 61 per cento al giorno. Un crescita che porterebbe il sistema medico ad essere travolto entro aprile.

 

L'Ufficio Regionale dell’Oms per l’Africa sta lavorando a stretto contatto con i suoi 47 Stati membri e con i suoi partner dal 2005 per attuare interventi di preparazione e risposta alle pandemie. L’Oms ha organizzato corsi di aggiornamento di squadre nazionali di risposta rapida in Congo, Etiopia, Costa d’Avorio e Repubblica Democratica del Congo. 

 

Ci sono però, secondo gli esperti, alcuni fattori che potrebbero mitigare la portata del virus in Africa. Tra questi l’alta percentuale di popolazione giovane, che sembra essere più adatta a sopravvivere e la coabitazione nelle famiglie tra generazioni diverse, che a differenza delle strutture di assistenza per gli anziani occidentali tendono ad essere più sicure.

 

 

La situazione in Asia:
Essendo il continente asiatico largamente esteso, i suoi diversi paesi sono stati colpiti dal virus in maniera differente così come lo sono le risposte che hanno messo in campo. Partiamo dalle funzionalità del sistema sanitario asiatico: alcuni Paesi membri dell’Asean (Associazione regionale del Sudest asiatico) hanno dimostrato, secondo il Council of Foreign Relations, una invidiabile capacità di reazione durante questo focolaio. Dopo che gli scienziati cinesi hanno rilasciato la sequenza di dna di Covid-19 ad accesso libero, l’Istituto di ricerca medica della Malaysia ha sviluppato nello stesso giorno sonde per i test, prima anche dei protocolli di laboratorio dell’Organizzazione mondiale della sanità. Anche a Taiwan, dopo che il coronavirus è emerso in Cina, sono stati messi in cantiere piani di crisi sviluppati dopo la Sars, tra cui la preparazione rapida degli ospedali, l’avvio di intensi sforzi di monitoraggio e la messa a disposizione dei test. 

 

Singapore è, secondo gli esperti, un esempio positivo. Lo Stato ha pagato coloro che si trovano in quarantena, rafforzando in questo modo la fiducia dei cittadini nelle istituzioni. La sua “vittoria” sul Covid-19 viene attribuita al sistema sanitario di alto livello. Stessa cosa in Corea del Sud, Taiwan, Hong Kong. Più che chiudere in casa i cittadini, si è preferito tracciare ogni singolo caso con sistemi da noi impossibili che solo in parte si affacciano ora: accesso a ogni singola possibilità di tracciamento, dal telefonino alla carta di credito con un controllo implacabile.  

 

La Corea del Sud, Paese molto colpito dal virus, ha prontamente intensificato i test dal momento che il governo ha autorizzato le società coreane a produrre test in serie. In questo modo è riuscito a controllare in media diecimila persone al giorno. Il programma di sensibilizzazione prevede poi visite a domicilio per persone sospettate di avere contatti con pazienti malati. Con queste misure, la Corea del Sud sembra aver contenuto l’epidemia nonostante episode di nuova  insorgenza. Anche qui un importante ruolo nel contenimento e nella mitigazione dell’epidemia lo ha ricoperto anche l’impiego del tracciamento elettronico e della geolocalizzazione, che permettono di sapere costantemente, sia alle autorità che al resto della popolazione, dove si trovano le persone che sono risultate positive al test per Covid-19. 

 

Le Filippine hanno imposto tardivamente il divieto di viaggio mentre il Vietnam ha fatto ricorso subito a misure coercitive, mettendo in quarantena 10mila persone nel comune di Son Loi dopo che sei dei sedici casi del Paese provenivano da quel Comune. Ha anche chiuso le scuole. La Cambogia ha invece rifiutato di rimpatriare ventitré studenti cambogiani che si trovavano a Wuhan, ma ha permesso alla nave da crociera Westerdam con a bordo alcuni malati, di attraccare e visitare Phnom Penh. 

 

Quanto a India, Pakistan, Bangladesh, Sri Lanka, Nepal la situazione è stata affrontata in modi assai diversi. Pochissimi test in India e quindi con un fenomeno di cui non conosciamo la portata, mentre lo Sri Lanka ha chiuso immediatamente le sue frontiere essendo stato uno dei primi Paesi colpiti fuori dalla Cina. Preoccupazione in Afghanistan dove i casi sono pochi ma il sistema sanitario già deve sopportare il peso della guerra.

 

La situazione in Europa:
L’Oms ha dichiarato l’Europa come il nuovo epicentro del Coronavirus. Dopo la rapidissima ascesa del numero di test positivi in Italia, i numeri sono cresciuti anche in Spagna, Francia, Germania e tutto il Vecchio continente ha reagito nelle prime settimane di Marzo.

 

L’esempio italiano, che ha portato in poco tempo a stabilire una “zona rossa” in tutto il Paese, fermando scuole, eventi e luoghi pubblici, ma anche vendita e produzione di molti beni non essenziali, rappresenta l’emblema della Repubblica parlamentare, per la quale la salute è un diritto sociale la cui prevalenza sui diritti patrimoniali è sancita a livello costituzionale. Così in molti altri Paesi del Continente, che infatti hanno lentamente iniziato a recepire il modello italiano, chiudendo luoghi pubblici, scuole e università, incoraggiando i cittadini a lavorare da casa e imponendo progressivamente misure di restrizione della libertà di movimento per impedire il diffondersi del contagio.

 

Diversi i livelli di impegno da parte dello Stato sullo spettro dei paesi Europei: la Spagna, dove il numero dei contagi sta salendo rapidamente, ha imposto una quarantena nazionale, chiudendo i confini e invitando i cittadini a stare a casa. Misure simili, che impongono ai lavoratori dei settori “non essenziali” di rimanere a casa, si ritrovano anche in altri Paesi come la Repubblica Ceca (che ha dichiarato uno stato di Emergenza nazionale) e la Danimarca, dove il numero dei casi è ancora relativamente contenuto. Più lenta la risposta di Paesi come Germania e Francia, nella quale di domenica si sono comunque tenute le elezioni per i sindaci– con un numero record di cittadini astenuti.

 

La risposta dell’UE inizia a profilarsi completa e uniforme: la Banca Centrale Europea ha annunciato un programma da 750 miliardi di Euro, mentre altri 375 miliardi di euro in programmi di finanziamento regionale sono stanziati dalla Commissione Europea. Nel frattempo, Commissione ed Europarlamento pianificano una strategia di condivisione di materiale sanitario tra i Paesi dell’Unione: materiale sterile per i medici in prima linea, ma anche attrezzature da laboratorio e per le unità di terapia intensiva, fondamentali nella lotta al virus. Un’Europa che “si fa comunità” nel momento del bisogno, anche a costo di riprendere quei Paesi che preferirebbero isolarsi e fare da soli. E non solo: la Commissione, di solito inflessibile osservatrice delle regole fiscali UE, promette completa flessibilità e la sospensione – mai avvenuta prima – del Patto di stabilità, per dare sollievo agli Stati le cui legislazioni di emergenza inevitabilmente influiranno sul debito pubblico. 

 

Una comunità che lavora insieme per proteggere i suoi cittadini e il mercato interno: i ministri delle Finanze di tutta l’Eurozona hanno approvato una serie di misure per contrastare le dure ricadute economiche della pandemia, che alcuni prevedono più catastrofiche della crisi del 2008. Alle manovre economiche approvate dai singoli Stati (moratorie fiscali, sussidi statali o prestiti alle imprese) si sommano misure di supporto fiscale mai viste prima e linee di liquidità stabilite a Bruxelles.

 

Grande assente al tavolo delle istituzioni UE è il Regno Unito, reduce dalla Brexit, che ha rivendicato il proprio modo di fare anche in tema Coronavirus. La strategia iniziale di Londra rifiutava l’approccio di “social distancing” in vigore nel resto del Mondo: scuole e business aperti, nessun divieto agli assembramenti di persone, frontiere aperte anche a visitatori dall’Italia e dalla Cina. E così, mentre il resto del Pianeta si prodigava per evitare i contagi, nel Regno Unito era “business as usual”: lo stato liberal capitalista la cui economia pareva non potersi e non doversi fermare, lasciando così sulle singole imprese (prime fra tutte le compagnie aeree) e sulle università la scelta, individuale, di perdere profitto per garantire la sicurezza di tutti.

 

 

L’idea inglese iniziale, quella di sviluppare un’”immunità di gregge” al virus anche a costo di parecchie vittime (come ha dichiarato Johnson in una conferenza stampa contestatissima), è cambiata negli ultimi giorni dopo uno studio dell’Imperial College di Londra: servono misure drastiche, rettifica Downing Street, o anche il sistema sanitario inglese – universale, efficiente e tra i migliori del mondo – collasserà sotto l’enorme richiesta di posti in terapia intensiva. Il governo ha stanziato 39 miliardi per i prossimi due anni. Intanto, voci di corridoio annunciano un imminente lockdown della città di Londra, che per il momento continua a lavorare senza tregua. Sulla City potrebbe marciare l’esercito, a presidio della sicurezza sanitaria nazionale. 

 

La situazione in Medio Oriente:
Nella regione medio-orientale due casi simbolo sono Iran e Israele. Nel Paese Persiano, il terzo al Mondo per contagiati, ogni dieci minuti una persona muore a causa del Coronavirus, mentre ogni ora si registrano cinquanta nuove persone infette. Il primo caso segnalato nella Repubblica islamica risale al 19 febbraio, mentre i contagi al 19 marzo  sono 18.407 con 1.284 morti. Le attività commerciali, escluse farmacie e quelle che vendono beni necessari come gli alimentari, resteranno chiuse almeno fino al 3 aprile come misura per evitare l’ulteriore diffusione del virus.

 

Per Israele la questione Coronavirus si intreccia con la tecnologia. La Nso, azienda israeliana specializzata in spyware ha infatti annunciato di aver sviluppato una tecnologia in grado di dare un contributo al contrasto all’epidemia. La Nso si occuperà infatti di analizzare enormi volumi di dati per mappare i movimenti delle persone contagiate e per identificare con chi sono venute in contatto. Il software raccoglie ed elabora le informazioni relative al tracciamento dei telefoni cellulari delle persone infette per tutto il periodo di incubazione del Coronavirus e confronta questi dati con quelli raccolti dalle compagnie di telefonia mobile. 

 

La situazione in Nord America: 
Al 22 marzo 2020 secondo gli Cdc, gli Stati Uniti contano più di 25 mila casi accertati, con 300 morti. Particolarmente sotto pressione sono 3 Stati: New York, Washington e California, ma l’aumento di contagiati viene temuto ovunque. L’iniziale sottostima del rischio da parte dell’amministrazione Trump, che il 9 marzo aveva twittato sostanzialmente comparando Covid-19 all’influenza, mentre il 13 marzo, alla luce del crescente numero di casi e dell’attenzione internazionale montante ha poi dichiarato lo “Stato di Emergenza Nazinale”, attivando il 18 marzo il “Defense Production Act”. Tutti questi ordini esecutivi sono volti ad accentrare il potere nelle mani dell’Esecutivo, permettendogli potenzialmente di impiegare risorse quasi illimitate, coordinare gli Stati federali per il bene della nazione, dispiegare l’esercito per supplire alle mancanze di medici e anche coordinare l’economia interna per la produzione dei beni necessari per fare fronte alla crisi. 

 

La minaccia vera più immediata a detta di molti è interna e multipla. Innanzitutto il sistema sanitario americano, che sebbene sia il più caro al Mondo, essendo in gran parte privato, vede circa 27 milioni di persone non assicurate ed incapaci quindi di curarsi. Poi l Presidente stesso, che non sembra avere una strategia in mente e sta demandando le manovre operative più delicate agli Stati federali coinvolti, confondendo la popolazione. Per sostenere l’economia però, “infilando denaro liquido nelle tasche degli americani”, anche in virtù della tempesta finanziaria che attanaglia Wall Street, il Tesoro Americano sta studiando con il Congresso un piano che ammonta a 1 trilione di dollari, per scongiurare inflazione galoppante, carenza di denaro e recessione. Per alleggerire la pressione economica sui cittadini e le famiglie, Washington starebbe inoltre pensando di estendere il “tax day” ovvero il limite ultimo per il pagamento delle tasse dal 15 aprile al 15 luglio.

 

Il dilettantismo di Trump è emerso chiaramente anche a livello internazionale. Da una parte il Presidente si ostina a definire il Nuovo Coronavirus, come “il virus cinese”, costruendo una chiara narrativa accusatrice nei confronti della Cina. A suo dire avrebbe dovuto “agire prima” e con più “trasparenza”, facendo anche intendere di non fidarsi pienamente delle indicazioni fornite sull’azzeramento dei contagi, come emerge dalla Conferenza Stampa del 19 marzo 2020. Dall’altra Trump avrebbe provato, fallendo e irritando non poco Berlino, ad acquistare l’azienda farmaceutica tedesca basata a Tubingen “CureVac”, che starebbe progettando un vaccino che andrebbe in sperimentazione all’inizio dell’estate. 

 

Infine, molti accusano Trump di scarsa lungimiranza, non solo nell’azione messa in campo recentemente, ma due anni fa. Nel 2018 la sua amministrazione ha infatti smantellato il “White House National Security Council’s Directorate for Global Health Security and Biodefense”, un dipartimento del governo ad hoc, che si sarebbe proprio dovuto occupare di prevenire e gestire eventuali fenomeni pandemici/epidemici, minimizzando le ripercussioni e massimizzando il coordinamento tra tutti gli enti e Stati coinvolti.

 

Il Canada risponde all’epidemia in maniera più diretta e decisa rispetto ai vicini Stati Uniti. La sanità canadese è pubblica e riceve il 10% del PIL nazionale. Inoltre, il Canada è una monarchia costituzionale di tipo federale: la sanità è gestita dalle varie province e territori, permettendo ad una Nazione vastissima un ottimo controllo dei servizi offerti. Il Paese ha reso disponibili da subito test per i cittadini, in particolare quelli di ritorno da Paesi a rischio. Il Canada – definito affettuosamente “nazione mosaico” – ha infatti un’altissima percentuale di cittadini immigrati, di prima o seconda generazione. Ha rapporti profondi proprio con Stati come l’Iran, che ha sempre evitato di allarmare la comunità internazionale tenendo aperte le frontiere anche durante il picco dei contagi, permettendo ai numerosi voli con il Canada di continuare indisturbati.

 

Public Health Canada ha seguito l’epidemia nel mondo proponendo una serie di consigli ai cittadini, invitando la popolazione al “social distancing” e all’isolamento ove possibile. Scuole e università operano a distanza; chiuse le frontiere e ristretto l’accesso al Paese per i non-cittadini.  Il Governo canadese lavora per proporre un piano efficiente contro la pandemia: stanziati 27 miliardi di dollari canadesi per l’emergenza sanitaria, mentre altri 55 miliardi sono destinati al supporto economico per le famiglie, i lavoratori e tutti i cittadini. Una misura importante, soprattutto perché il Medicare canadese copre circa il 70% delle spese sanitarie, lasciando il restante 30% in mano al settore privato, che solo il 75% dei canadesi può permettersi. 

 

La situazione in Sud America:
Tutti i paesi dell’America centrale e Meridionale hanno riportato casi a partire da fine febbraio, e i primi morti in Brasile, Argentina, Ecuador, ma anche Cuba e Repubblica Domenicana. Per contrastare l’epidemia, la maggior parte dei Paesi ha introdotto misure per limitare il movimento e l’aggregazione dei cittadini: sospesi gli eventi sportivi, scuole chiuse in quasi tutti gli Stati sudamericani (mentre restano aperte, perlopiù, quelle del centro America); introduzione di coprifuoco serali e la dichiarazione di “stato di emergenza nazionale” in sette Stati.

 

 

Misure drastiche adottate presto nel contagio, anche in Paesi che contano solo una decina casi: ed è una necessità, per un continente la cui spesa sanitaria media è inferiore a quella del Medio Oriente e del Nord Africa. L’Ocse, Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, ha calcolato una spesa sanitaria media mondiale del 6,6% del PIL: nell’America Latina se ne spende solo quasi la metà.

 

 

Ed è questo il primo ostacolo che il Sud America si trova ad affrontare: sistemi sanitari inadeguati e già provati da altre epidemie (si muore di morbillo, di febbre dengue e di altri arbovirus), che dovranno essere potenziati in breve tempo. L’Argentina ha già annunciato la costruzione di otto ospedali per l’emergenza e molti Paesi come Brasile, Guatemala e Paraguay hanno previsto, nella decretazione dello stato di emergenza, somme ingenti da versare nel sistema sanitario in vista di un’emergenza destinata a crescere.

 

La situazione in Oceania:
Australia e Nuova Zelanda sono entrambe monarchie parlamentari e presentano sistemi di sanità pubblica a copertura universale sostenuti con lo 9,2% dei Pil nazionali. La risposta al nuovo Coronavirus è culminata con l’imposizione di severi limitazioni agli ingressi nei Paesi: dal 19 marzo solo i residenti in uno dei due Stati ed i rispettivi cittadini potranno varcarne in ingresso le frontiere. Sia il Primo Ministro australiano Scott Abbot che la neozelandese Jacinda Arden hanno infatti ribadito che la gran parte dei casi sino ad ora registrati sono “importati dall’estero”.

 

In Nuova Zelanda i 28 infetti sino ad ora registrati erano tutti stati all’estero precedentemente, mentre anche se il Paese dei canguri sta dando i primi segnali di trasmissione comunitaria interna. La restrizione delle libertà di viaggio è quindi ritenuta una politica preventiva prioritaria. Abbott ha però invitato tutti i connazionali a rientrare in patria.

 

Ecco due grafici di analisi globale: 

Grazie al sito "Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo". Per leggere il report completo cliccare "Piccolo Atlante di una pandemia"

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