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Eroe o assassino? Nel giorno del Columbus Day le statue dell'esploratore genovese vengono prese di mira. Trump: "Un grande italiano"

Il passato è un'arena su cui si giocano i valori del presente. Per questo il Columbus Day, giorno in cui si celebra la scoperta dell'America da parte del navigatore genovese, scatena ogni anno furibonde lotte tra chi (di origine europea) lo considera un eroe e chi invece (di origini non europee) lo giudica il responsabile del genocidio dei popoli indiani e delle ingiustizie su cui è stata costruita la storia americana

Di Davide Leveghi - 12 ottobre 2020 - 12:43

TRENTO. Era la notte del 12 ottobre 1492 quando dalle caravelle partite dalla Spagna, dopo mesi di navigazione, all'orizzonte venne avvistata la terra. Quell'evento avrebbe cambiato la storia dell'umanità, o meglio “delle umanità”, se pensiamo che i rapporti tra le due sponde dell'Atlantico mancavano da secoli e secoli.

 

Per chi viveva dall'altra parte, infatti, quell'evento segnò l'inizio della fine. La superiorità tecnologica europea, la totale mancanza di difese immunitarie alle malattie portate dall'Europa (malattie sviluppate dallo stretto e millenario rapporto dell'uomo con gli animali addomesticati) e la brutalità dimostrata dai conquistatori europei portarono in breve tempo alla sottomissione di gran parte del continente americano.

 

La tratta degli schiavi ne avrebbe cambiato definitivamente il volto, rendendo l'America, nei suoi due emisferi, un coacervo di popoli che solo in epoca più recente si sarebbe liberata dal giogo europeo. L'impronta del Vecchio Continente sul Nuovo sarebbe stata comunque indelebile: il nome stesso di quella terra che dalle gelide acque dell'Artico arriva fino alle più remote punte meridionali della Terra dei Fuochi, prese il nome proprio da un esploratore fiorentino che a qualche anno di distanza dall'arrivo di Colombo tra le isole caraibiche comprese che quelle terre non facevano parte delle Indie.

 

Un popolo di poeti di artisti di eroi di santi di pensatori di scienziati di navigatori di trasmigratori” è la scritta che campeggia sul Palazzo della Civiltà italiana di Roma, costruito dall'architetto del regime Marcello Piacentini (lo stesso del Monumento alla Vittoria di Bolzano) nel 1935 con lo scopo di celebrare l'Italia fascista nel mondo in occasione di un'Esposizione universale che a causa della guerra non si sarebbe mai tenuta.

 

La frase, pronunciata da Mussolini dopo l'esclusione dell'Italia dal consesso della Società delle Nazioni provocata dall'aggressione all'Etiopia, fa riferimento anche a chi, come Colombo e Vespucci, fece grande il nome di una Nazione che in realtà, alla loro epoca, non era ancora altro che un'idea. Il colonialismo novecentesco dell'Italia fascista, fatto di brutalità e armi proibite, si inseriva in un lungo percorso di dominazione sui popoli e sui continenti che il genovese Cristoforo Colombo aveva formalmente inaugurato proprio alla conclusione del XV secolo.

 

Un balzo nella storia ci porta quindi all'ondata iconoclasta con cui gli Stati Uniti, l'Europa e non solo sono stati travolti dopo l'uccisione da parte della polizia, il 25 maggio scorso, dell'afroamericano George Floyd. Da giugno, nei soli Usa, sono state 35 le statue dell'esploratore vandalizzate, decapitate o rimosse. Ma perché tutto questo odio nei confronti di un uomo del '400?

 

Il discorso va relativizzato al contesto americano, in cui la mescolanza di popoli provenienti dai vari continenti ha convissuto con la creazione di una gerarchia razziale in cui il bianco è giunto da dominatore e vi è saldamente restato per tutti i secoli a venire. In tutto il continente, infatti, non mancano le tensioni razziali fra i popoli che vivono le stesse terre, dagli indios nell'America Latina ai discendenti degli schiavi africani che popolano i Caraibi, il Brasile e gli Stati Uniti. La furia nei confronti di Colombo non è certo nata con le manifestazioni di Black Lives Matter, dunque, ma si inserisce in un solco che vuole restituire voce alle principali vittime della colonizzazione europea e che si salda con le lotte di chi ha le proprie origini nei continenti depredati dagli schiavisti.

 

L'accusa di anacronismo, del fatto che non si possa giudicare con gli occhi attuali dei personaggi di 500 anni fa, entra in cortocircuito di fronte alle memorie di chi si è visto completamente defraudato da terre che viveva da secoli. Al di là dell'Atlantico, la proiezione europea ha forgiato il Nuovo Mondo su una tabula rasa. Ecco perché Colombo rappresenta il simbolo più palese dell'ingiustizia su cui si è fondato.

 

Un eroe, un grande italiano”. Sono state queste le parole con cui il presidente degli Usa Donald Trump ha celebrato il Columbus Day, dando poi sfogo ai suoi attacchi contro “gli estremisti” che vorrebbero distruggerne la memoria. Considerata una festività centrale per gli statunitensi di origini italiane, il Columbus Day rispecchia proprio quella problematicità intrinseca di una figura vista con occhi diversi a seconda delle provenienze familiari.

 

Se per gli europei, che si contendono (anche con modalità piuttosto curiose, dalla politica della memoria di un'associazione catalana alla casa dell'esploratore ricostruita a Genova) la paternità del navigatore, Colombo rappresenta una figura positiva, diversa risulta la questione per chi ha origini diverse. Conquistatori e conquistati non possono certo avere la stessa considerazione del passato, men che meno dei personaggi che ne hanno determinato il destino. Il passato, anzi, rappresenta un'arena in cui si giocano i valori del presente. Da qui la messa in discussione anche di un personaggio che era sì quattrocentesco e con dei valori del tempo, ma che proprio per questi non si fece scrupoli a trattare gli indios come degli esseri non degni d'essere considerati come l'uomo bianco. 

 

Di anacronismo, dunque, non si può parlare nemmeno nel caso delle tante iniziative che sull'onda delle manifestazioni negli Stati Uniti stanno portando alla messa in discussione di riconoscimenti, onorificenze, odonomastica e monumentalistica (ne avevamo parlato per quanto riguarda il partigiano italo-somalo Giorgio Marincola, morto nell'ultima strage nazista a Stramentizzo, e la coppa Volpi dedicata al Festival del cinema di Venezia al ministro fascista e imprenditore Giuseppe Volpi conte di Misurata). Se la disciplina storica non ammette giudizi e anacronismi, la memoria storica sì.

 

La lotta alle ingiustizie, alle discriminazioni, al razzismo e al sessismo è una direzione su un percorso che si costruisce per un futuro di tolleranza e uguaglianza. Molte di queste lotte non avranno esito, stenteranno o cadranno nel nulla. Ma nulla toglie che se fondate e profondamente giuste debbano essere sostenute, al di là di chi per giustificare i propri privilegi e la propria retriva visione del mondo, le liquidi come espressione di una cultura della cancellazione.

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