Non solo foibe ed esodo: le tappe delle “complesse vicende del confine orientale”, fra nazionalismo e scontro etnico
L’articolo 1 della legge istitutiva del Giorno del Ricordo fissa la data del 10 febbraio come momento di conservazione e rinnovamento della “memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale”. Quest’ultimo aspetto, però, passa sempre sottotraccia, nonostante sia centrale per la comprensione dei fenomeni in questione. Si conclude anche quest’anno la rubrica “Memory 27/1-10/2”, dedicata alle ricorrenze memoriali e al loro effetto sull'immaginario pubblico

TRENTO. “La Repubblica riconosce il 10 febbraio quale ‘Giorno del ricordo’ al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale”. Recita così il primo articolo della legge numero 92 del 30 marzo 2004, con cui il Parlamento italiano ha istituito il Giorno del ricordo.
Tale legge, nata in un contesto di ricercata convergenza fra le forze politiche, in nome di una suppostamente necessaria riconciliazione – ripetutamente venduta con l’inquietante formula della “memoria condivisa” (QUI un esempio) - suscita ogni anno accese polemiche. Al nocciolo della questione, infatti, possiamo intravedere alcuni punti estremamente problematici: dall’assegnazione di un’insegna onorifica ai parenti degli infoibati alla possibile deriva vittimistica, il Giorno del ricordo – come spiegava lo storico Raoul Pupo in questa stessa rubrica, QUI l’articolo - “agisce su un lutto non elaborato” lasciando spazio ad un “uso prepotentemente politico” della storia.
Ma perché questa legge alberga in sé dei nodi tanto problematici? Nei due esempi appena citati troviamo una risposta: il ventaglio di possibilità aperto dalla legge per l’assegnazione del riconoscimento ai parenti delle “vittime delle foibe” ha prodotto un cortocircuito coi principi regolativi della nostra vita democratica, cioè con l’antifascismo. Nel corso degli anni, infatti, per qualche centinaio di volte sono state consegnate dalla Repubblica nata dalla Resistenza targhe commemorative a parenti o congiunti di figure legate al regime o di membri di formazioni fasciste uccisi dagli jugoslavi – dall’onorificenza sono esclusi i morti in combattimento e coloro che “facevano volontariamente parte di formazioni non al servizio dell’Italia”.
La “patente d’italianità”, se così la vogliamo chiamare, garantirebbe pertanto non solo lo status privilegiato e assoluto di vittima, ma cancellerebbe ogni azione commessa precedentemente, al di là degli stessi valori alla base della nostra comunità nazionale. In secondo luogo, invece, v’è la deriva vittimistica permessa dalla legge. Il vittimismo è un fenomeno proprio di ogni nazionalismo, laddove enfatizza i torti subiti da una supposta comunità mentre “dimentica” quelli commessi. Scorrendo gli “annali” di questi anni – quasi 20 – di ricorrenza, abbiamo visto come rispetto alla triade di fenomeni al centro dell’appello memoriale (foibe, esodo e complessa vicenda del confine orientale) quello del contesto finisca per passare in secondo piano. Prima di tutto, prima della comprensione potremo dire, c’è la commemorazione, l’emozione e il dovere del ricordo nei confronti della vittima. Vittima che, ovviamente, è per definizione italiana.
Lo scivolamento da una prospettiva nazionale ad una nazionalista, dunque, è insito nello stesso linguaggio della legge. Non solo si evidenzia legittimamente un trauma di una comunità di connazionali – e per estensione un trauma nazionale, per decenni rimosso dal dibattito pubblico da tutte le forze dell’arco costituzionale (cioè dai partiti antifascisti) – ma si stabilisce in assoluto il carattere nazionale delle vittime. Ciò permette, attraverso l’utilizzo di termini spaventosi (e scorretti) ma generici (nell’articolo 3, al comma 2, si legge: “agli infoibati sono assimilati, a tutti gli effetti, gli scomparsi e quanto, nello stesso periodo e nelle stesse zone, sono stati soppressi mediante annegamento, fucilazione, massacro, attentato, in qualsiasi modo perpetrati”), di sfoderare un armamentario retorico incontestabile, dal “genocidio” alla “pulizia etnica”, dai numeri gonfiati alle disposizioni regionali che impongono una verità ufficiale impedendo la libera ricerca e divulgazione (vedi i casi del Fiuli-Venezia Giulia e del Veneto, QUI l’articolo). Ma le uccisione davvero avvennero solamente in base alla nazionalità? E quali cause, più in generale, possiamo individuare all’origine di questi scoppi di “violenza anti-italiana”?
Innanzitutto, per comprendere i fatti al centro della ricorrenza, si rende necessario circoscriverli. Da una parte le uccisioni, avvenute in Istria tra il settembre (dall’armistizio di Cassibile e dallo sfascio del Regio esercito) e l’ottobre ’43 (conquista tedesca della penisola) e in Venezia Giulia nella primavera/estate del ’45 (arrivo a Trieste dell’Esercito popolare di Liberazione della Jugoslavia); dall’altra l’esodo, spalmato su un periodo per più lungo e per questo svoltosi in diverse fasi. Intrecciato alle vicende della sistemazione territoriale della zona, l’esodo cominciò agli sgoccioli della guerra e si concluse solamente alla metà degli anni ’50.
Al centro delle iniziative di ricordo, questi due fenomeni non furono che la coda di processi storici ben più lunghi. “La complessa vicenda del confine orientale” – termine che gli storici preferiscono sostituire con il più neutro “Alto Adriatico” – affonda le radici ancora nel XIX secolo. È qui, infatti, che l’insorgenza del nazionalismo produce in queste regioni, soggette all’Impero asburgico, i primi attriti fra italiani e slavi.
Tradizionalmente, in Venezia Giulia, Istria e Dalmazia, gli italiani occupano nella topografia sociale i ruoli borghesi. Derivano le loro origini dal secolare dominio veneziano, abitano le città e qui assimilano – per prestigio della lingua e della cultura italiane – tutti coloro che, di altra nazionalità, si elevano nella scala sociale. Per questo risulta una forzatura, parlando dell’italianità adriatica, ricondurre gli italiani del luogo ad un carattere etnico, preferendo la definizione di “italiani d’elezione”.
Dagli anni ’80 dell’Ottocento, qui come altrove in Europa, a confrontarsi sono i diversi movimenti nazionali. L’irredentismo, come avvenuto anche in Trentino, comprendeva in sé atteggiamenti variegati, dalla dimensione difensiva delle tradizioni linguistiche, letterarie e artistiche alla vera e propria rivendicazione di unione alla madrepatria. La Grande Guerra, da questo punto di vista, rovesciò i rapporti. Il Regno d’Italia non solo conquistò a sé le “terre irredente” (Trentino e Venezia Giulia), ma accolse in seno della nazione altri irredentismi, tedesco in Alto Adige e slavo (croato e sloveno) in Alto Adriatico. Le politiche nei loro confronti non poterono poi che cambiare di segno con l’avvento al potere del fascismo (QUI un approfondimento con lo storico italiano di lingua slovena Jože Pirjevec).
Prima del 1922, nei territori annessi all’Italia (con l’eccezione di Fiume, che vivrà una particolare traiettoria politica, determinata dalla contesa fra lo Stato italiano, il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, i legionari dannunziani e la comunità internazionale), la convivenza fra gruppi linguistici già si era deteriorata. Il nazionalismo italiano, infatti, calcava la mano sul connubio fra slavità e comunismo, rendendo la popolazione di lingua croata e slovena politicamente invisa all’autorità. Il movimento fascista, che a Trieste trovò uno dei suoi centri propulsori, non a caso già nel luglio del ’20 incendiava il Narodni Dom, sede delle organizzazioni slovene presenti in città (QUI l’articolo).
L’atteggiamento del fascismo nei confronti degli slavi fu, come detto, durissimo. L’insegnamento e l’utilizzo pubblico nelle chiese e negli uffici di croato e sloveno fu proibito, ogni organizzazione nazionale bandita, cognomi e toponomastica italianizzati. Duramente colpito dall’apparato repressivo del regime, l’irredentismo slavo ebbe modo di manifestarsi con il ricorso al terrorismo, individuato come strumento per contrastare le politiche snazionalizzatrici.
L’ultima tappa, dunque, non rappresentò che il culmine: la Seconda guerra mondiale, con la sua carica razzistica ed imperialistica, esacerbò gli odi etnici. Nell’aprile 1941, l’Italia fascista, assieme all’alleato tedesco, aggrediva la Jugoslavia, spartendosi il territorio. La Serbia, rimasta formalmente indipendente ma sottoposta al controllo germanico, perdeva territori a favore di Ungheria e Bulgaria, alleati dell’Asse. La Croazia si costituiva in Stato indipendente, retto dal regime fascista – già foraggiato dall’Italia – degli ustascia di Ante Pavelić. Annessasi la Bosnia, lasciava all’Italia la Dalmazia. Anche il Montenegro passava sotto controllo italiano, legato all’Albania, già protettorato italiano. La Slovenia, infine, fu divisa fra Germania, Ungheria e Italia, con la costituzione della provincia di Lubiana. In questo contesto, circa 100mila jugoslavi finirono internati nei campi di concentramento italiani – il più noto sull’isola di Arbe/Rab (QUI un approfondimento).
Fu questo, dunque, il contesto in cui avvennero le rese dei conti nei confronti degli italiani. Dopo anni di oppressione nazionale, dopo i crimini di guerra commessi nei confronti della popolazione civile durante l’occupazione, il rovesciamento degli equilibri libera lo spazio ad un coacervo di violenze: politica, sociale, personale. La Resistenza jugoslava, egemonizzata dai comunisti, dall’impegno a cui costringe le forze d’occupazione passa gradualmente all’avanzata verso nord. Il 20 ottobre 1944, l’Armata rossa e l’Esercito di Liberazione entrano a Belgrado. Le truppe italiane, lasciate allo sbando poco più di un anno prima dal cambio d’alleanze deciso da Badoglio e dal re, hanno preso la strada dei campi di concentramento tedeschi o quella delle montagne: nella primavera del ’44, si calcola, fra i 20 e i 30mila soldati del Regio esercito si sono integrati nelle formazioni della Resistenza jugoslava (Eric Gobetti, E allora le foibe?).
Nel mese di vuoto istituzionale fra l’armistizio di Cassibile e la conquista tedesca dell’Istria, a cadere sotto i colpi del movimento di liberazione sono i “nemici del popolo” – categoria sotto cui rientrano “segmenti di classe dirigente italiana particolarmente invisi ai partigiani, per il loro ruolo svolto nel regime fascista (gerarchi, squadristi), nelle istituzioni (podestà, segretari comunali) e nella società locale (possidenti terrieri, commercianti ed artigiani accusati di strozzinaggio) o comunque ritenuti pericolosi per il nuovo potere” (Istituto regionale per la storia della Resistenza e dell’Età contemporanea nel Friuli-Venezia Giulia, Vademecum per il Giorno del ricordo), stimati fra le 500 e le 700 unità.
Usate storicamente come discarica, all’arrivo dei partigiani le foibe – come attestato dalle fonti – sono già “in funzione” per l’eliminazione dei cadaveri di caduti in combattimento o eccidi. Le difficoltà di scavare il terreno carsico rendono l’infoibamento una soluzione più efficace, adottata da tutte le parti in causa. Legati fra loro e posti sul bordo dell’abisso, i condannati, sottoposti a fucilazione collettiva, precipitavano nella foiba - fu dunque strumento d'eliminazione dei cadaveri più che metodo di uccisione.
Diversa ancora, infine, fu la violenza della primavera/estate ’45. Giunti a Trieste, i partigiani jugoslavi conducono strada facendo una "pulizia politica", eliminando i nemici presenti e futuri. Tra l’Isonzo, la Slovenia e la Croazia, le uccisioni investono circa 9000 sloveni filo-nazisti (i dobromanzi), almeno 60mila ustascia e qualche migliaio di italiani. Nonostante le difficoltà di dar vita a un bilancio, le stime più verosimili raggiunte dalla storiografia concordano su un massimo di 5000 vittime totali, fra il ’43 e il ’45.
Messi di fronte alla possibilità di perdere il proprio status privilegiato e di dover accettare la costruzione di una società socialista, furono circa 300mila coloro che decisero di abbandonare casa e trasferirsi in Italia. L’esodo, cominciato nel subbuglio della guerra, si concluse ufficialmente nella primavera del ’56, trasformando profondamente – come avvenuto in tutta l’Europa dell’Est – il volto multietnico dell’Alto Adriatico.























