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“Siamo stati anche carnefici”, a 80 anni dall’invasione della Jugoslavia oltre 130 studiosi chiedono il riconoscimento dei crimini fascisti

Il 6 aprile 1941 cominciava l’invasione nazi-fascista della Jugoslavia, che tra lotte fratricide e guerra anti-partigiana lasciò sul terreno oltre 1 milione di vittime. Per questo 134 studiosi italiani, croati e sloveni hanno scritto alle istituzioni del nostro Paese affinché riconoscano i crimini commessi dall’esercito italiano. Lo storico Eric Gobetti: “Una pagina di storia cancellata dalla memoria nazionale”

Di Davide Leveghi - 06 aprile 2021 - 17:25

TRENTO. “Ci raccontiamo sempre che siamo stati vittime della Seconda guerra mondiale, ma c’è anche un’altra parte che dobbiamo ricordare: quella in cui siamo stati carnefici”. Il 6 aprile di ottant’anni fa le forze dell’Asse sferravano l’attacco al Regno di Jugoslavia. Le difficoltà incontrate dal Regio esercito nella conquista della penisola ellenica, annunciata in maniera trionfale (e tronfia) da Mussolini – celebre la locuzione “spezzeremo le reni alla Grecia” – avevano spinto l’alleato tedesco a venire in soccorso.

 

In un mondo balcanico legato ormai a doppio filo all’Asse – dalla Bulgaria alla Romania, fino all’Ungheria e all’Albania, controllata direttamente da Roma – la fragile e frammentaria costruzione jugoslava rappresentava una forza ancora restia a piegarsi. Fu così che, naufragati i tentativi di portare a Belgrado un governo favorevole ai nazi-fascisti, venne decisa una massiccia invasione. Con oltre 700mila uomini, tedeschi, italiani e ungheresi attaccarono il Regno da diversi punti, piegando le resistenze e procedendo alla spartizione del “bottino”.

 

All’Italia andò circa un terzo del territorio jugoslavo. Dai possedimenti albanesi, dalla Venezia Giulia, dall’Istria a da Zara le truppe italiane avanzarono occupando una buona parte della Slovenia (tra cui Lubiana, annessa direttamente al Regno), della Dalmazia (tra cui Spalato, Sebenico e Ragusa/Dubrovnik), il Montenegro e il Kosovo. Con diverse modalità di occupazione, tali territori sarebbero rimasti in mano italiana fino all’8 settembre 1943.

 

Mentre il resto del territorio veniva spartito fra lo Stato fantoccio fascista croato, la Germania, l’Ungheria e la Bulgaria, a caratterizzare il conflitto – tremendo per dimensioni e vittime, stimate in oltre un milione - ci sarebbero stati diversi attori, dagli ultra-nazionalisti impegnati a ripulire etnicamente i propri territori alla più grande forza partigiana d’Europa, quell’Esercito popolare di liberazione della Jugoslavia ben presto egemonizzato dai comunisti.

 

Ed è in base proprio alla presenza di una guerriglia diffusa e bellicosa che si comprendono i gradi del violento dominio imposto dal Regio esercito nelle zone di sua competenza. Ogni soggetto che non accetti di sottomettersi soffre una terribile e durissima repressione. Ogni territorio in cui agiscono le forze partigiane è di fatto ostile, compresa la sua popolazione residente. La repressione, nondimeno, è codificata da una circolare (3C) redatta al principio del 1942 dal generale Mario Roatta, con cui si stabilisce la politica della “terra bruciata” – distruzione dei villaggi, cattura di ostaggi, fucilazioni di rappresaglia, incarnate nell’espressione “testa per dente”, a dimostrare che a un atto del nemico bisognava rispondere con una vendetta esemplare. 

 

Oltre a ciò, sul territorio compaiono i campi di internamento – il più celebre quello sull’isola di Arbe/Rab, in cui le precarie condizioni di detenzione portano al superamento delle percentuali di mortalità del campo di Buchenwald – in cui vengono rinchiusi per lo più civili. Furono circa 100mila le persone internate, di cui, in un solo anno (estate ’42- autunno ’43) 30mila ad Arbe (dove perdono la vita per fame e malattie almeno 1500 persone).

 

Ciononostante, nell’Italia del dopoguerra, entrata a far parte (a differenza della Jugoslavia, il cui percorso è decisamente atipico – QUI un approfondimento) del “mondo occidentale”, nessuno dei criminali di guerra di cui la Jugoslavia chiese l’estradizione venne consegnato alle autorità del posto – lo stesso avvenne per Albania, Grecia, Libia ed Etiopia. Spariti definitivamente dalle aule dei tribunali con l’amnistia Togliatti del 1946, i crimini (e i criminali) di guerra italiani sarebbero stati consegnati al dimenticatoio e fatti riemergere a fatica dalla storiografia. Nella memoria pubblica, di contro, si imponeva e trionfava il mito del "bravo italiano" (QUI un approfondimento), con cui le invasioni e le aggressioni coloniali venivano addolcite dalla naturale bontà d’animo auto-riconosciutasi dagli stessi italiani, molto “più umani” dei colonizzatori francesi o inglesi o degli alleati tedeschi.

 

Per questo, a ottant’anni dall’invasione nazi-fascista alla Jugoslavia, un gruppo di 134 studiosi di diversi Paesi (Italia, Slovenia e Croazia), tra cui spiccano alcuni dei massimi esperti sul tema, hanno firmato un documento inviato al presidente della Repubblica, al presidente del Consiglio dei ministri, al Senato, alla Camera, al Ministero della Difesa e a quello degli Affari esteri e della cooperazione internazionale. Si tratta di un appello alle istituzioni per un riconoscimento ufficiale dei crimini fascisti in occasione dell’ottantesimo anniversario dell’invasione della Jugoslavia da parte dell’esercito italiano” (qui di sotto il documento).

 

 

 

 

“Credo che sia importante questo gesto di riconoscimento dei crimini commessi in Jugoslavia, e in generale di quelli commessi dall’esercito italiano durante l’epoca fascista, perché si tratta di una pagina di storia che è stata cancellata dalla nostra memoria nazionale – spiega al nostro giornale lo storico Eric Gobetti, tra i promotori dell’iniziativa – è un importante riconoscimento degli errori fatti nel passato dal nostro Paese e anche una presa di distanza da parte della Repubblica italiana che finalmente condanna una volta per tutte senza se e senza ma i crimini del fascismo, ribadendo sua distanza e differenza da quel Paese e da quel regime”.

 

Come accennato, infatti, questo scollamento tra la narrazione dominante del proprio recente passato nazionale e degli effettivi crimini commessi in nome della Nazione ha lasciato non poche scorie nel senso storico comune della popolazione italiana e nella sua memoria pubblica. “Un gesto del genere – riprende Gobetti - andrebbe in qualche modo a mettere in discussione quel mito del bravo italiano che ci siamo costruiti e che consente ricostruzioni storiche in gran parte frutto di luoghi comuni e stereotipi che poco hanno a che fare con la realtà”.

 

“Il caso delle foibe è quello più eclatante – lo storico torinese se ne occupa da anni, da ultimo con il volume per la collana ‘Fact checking’ di Laterza E allora le foibe? (QUI articolo), non a caso foriero di polemiche e isterie ancora prima della sua pubblicazione (QUI articolo) - in definitiva ci raccontiamo sempre che siamo stati sempre e solo vittime della Seconda guerra mondiale, ma c’è anche la parte del carnefice che dobbiamo ricordare per dare un giusto riconoscimento della vicenda storica e una giusta assunzione di responsabilità storica”.

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