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Abbattere o conservare le statue di Cristoforo Colombo? Sul tavolo ci sono la maturazione democratica e la lotta per la giustizia

Il 12 ottobre 1492 Cristoforo Colombo metteva piede sull’isola poi ribattezzata San Salvador. Fu l’evento che cambiò la storia del mondo, dando avvio a processi che trasformarono radicalmente la demografia del continente americano. Per questo, attorno alle statue e alla memoria del navigatore genovese, si combattono aspre battaglie

Di Davide Leveghi - 12 ottobre 2021 - 11:06

TRENTO. Il 12 ottobre 1492, Cristoforo Colombo, salpato su concessione della Corona di Spagna alla ricerca di una via più breve per le Indie, giunse sull’isola di San Salvador, nell’arcipelago delle Bahamas. Fu il primo passo di quello che sarebbe passato alla storia come uno dei più importanti eventi dell’umanità, la scoperta di un “nuovo mondo”, la scoperta di quella che poi sarebbe stata ribattezzata – in onore di un altro navigatore originario di un regno della penisola italiana, Amerigo Vespucci "America".

 

La prima popolazione con cui gli spagnoli al comando di Colombo fecero la conoscenza furono i Taino. Da San Salvador, poi, gli esploratori avrebbero mosso verso l’isola di Hispaniola, che attualmente ospita gli Stati di Haiti e Santo Domingo. Il navigatore genovese avrebbe a quel punto cominciato a cercare oro, avvalendosi del lavoro coatto della popolazione. Nei quattro viaggi compiuti tra il ’92 e il 1502, avviò di fatto la colonizzazione dei territori del Centro America e di quella caraibica. Lungi dal voler sterminare la popolazione indigena, se ne servì per i propri scopi non lesinando violenze ed abusi e dando il là al lungo processo della conquista del continente e dell’arrivo corposo di “merce umana”, gli schiavi, necessaria per lavorare al servizio del conquistatore.

 

Uomo figlio del suo tempo, ebbe sì il merito d’aver “scoperto” le terre ad Ovest dell’Atlantico – inconsapevolmente, tra l’altro – dando di fatto avvio alla modernità, ma al tempo stesso la primigenia colpa d’aver aperto una lunga stagione di sofferenza, morte e pratiche genocidiarie. Le malattie e la violenza bruta dei conquistatori, ammantata dall’aura dell’evangelizzazione, avrebbero sostanzialmente eliminato nei secoli a venire gran parte della popolazione indigena delle Americhe. E questo per “merito” non solo della Spagna dei re cattolicissimi, ma anche di altri regni europei, dall’Inghilterra al Portogallo, passando per l’Olanda e la Francia. La demografia dei diversi territori americani, sottoposti a diversi domini, sarebbe stata a quel punto trasformata sia attraverso l’emigrazione dalle madrepatrie, sia attraverso pratiche violente, come la tratta degli schiavi e gli abusi sulle donne indigene. All’origine del meticciato che caratterizza ampie fette del continente, vi è dunque un originario abuso, una violenza cruciale per intendere quanto, a secoli di distanza, sta avvenendo nell’ambito della lotta attorno ai simboli negli spazi e nell’immaginario pubblici.

 

Al nome di Colombo, nel tempo, furono dedicati dai coloni europei toponimi, istituzioni, statue, festività. Il navigatore genovese venne innalzato così a progenitore di un’America europeizzata, la cui ragione di vita fu la conquista stessa cominciata dagli spagnoli al suo comando e proseguita con enormi contingenti di uomini e mezzi. Nel solo caso degli Usa, dove la furia iconoclasta contro le statue di Colombo (mai arrivato nella parte settentrionale del continente) degli ultimi mesi si coniuga ad una ben più annosa battaglia attorno al Columbus Day (festività nata nel 1934 su iniziativa di Franklin Delano Roosvelt, in omaggio e riconoscimento verso gli italo-americani a lungo discriminati ma tanto importanti per la cultura statunitense), questo assunto è stato messo in crisi dalle minoranze indigene e afroamericane, proprio perché non risulta più sostenibile giustificare un sistema democratico con simboli che incarnano valori diametralmente opposti. Cioè, la conquista, con tutti gli strascichi che questa significò per gli indigeni e i discendenti africani.

 

In alcuni Paesi dell’America Latina, su tutti il Messico, questo dibattito attorno a Colombo ha portato all’esaltazione del meticciato o all’accento sulle radici indie dei Paesi sorti nell’Ottocento. Il 12 ottobre è così diventato il Día de la Raza. A Città del Messico, il monumento che per quasi 150 anni ha troneggiato nella rotonda del Paseo de la Reforma, da annuncio recente della sindaca della città, verrà sostituito così da quello dedicato ad una donna della civiltà olmeca, antica popolazione precolombiana originaria del Messico centro-meridionale.

 

Attorno alla figura di Colombo, dunque, si gioca una battaglia di memorie non indifferente. Una battaglia che ha a che fare con i valori che una società si vuole dare come riferimento. Perché, come spesso si dimentica (volutamente o meno) in questo dibattito, questo stanno a significare le statue. Non sono semplici omaggi, ma incarnano quanto i committenti vogliono promuovere. Toglierli o colpirli non significa pertanto “cambiare la storia” quanto cambiare l’interpretazione che si dà alla storia. Non si tratta quindi di fare damnatio memoriae, ma di spingere verso una rivalutazione dei valori che tengono unità una comunità. E queste sono differenze non indifferenti.

 

Detto ciò, un’altra domanda, che rimbalza spesso sui media, è: un’opera d’arte può essere vandalizzata? Argomento utilizzato dai detrattori della furia iconoclasta che ha colpito monumenti e statue, si è spesso aggiunto a quello che, rincarando la dose, accusa i distruttori di anacronismo. Com’è possibile, dicono, giudicare una statua costruita in un’altra epoca, dove vigevano altri valori, con gli occhi di adesso? Ebbene, per entrambe le questioni ci sarebbe una possibile controargomentazione: in primo luogo un’opera d’arte non deve necessariamente stare in uno spazio pubblico, dove il suo stesso apparire pone il tema dei valori che rappresenta.

 

Il secondo argomento – che si intreccia indissolubilmente con il primo – ha invece a che fare con l’evoluzione dei valori di riferimento di una società, che nel tempo cambia. E per fortuna, potremo dire. In una società in teoria egualitaria, non schiavista, democratica, quanto può negativamente incidere una statua o un monumento che incarna od esalta la diseguaglianza, lo schiavismo e l’oppressione antidemocratica? Quanto, tornando a Colombo, la conquista violenta?

 

Le strade che si aprono di fronte a questo dilemma sono diverse e c’è chi sostiene che storicizzazione, contestualizzazione, musealizzazione o ri-significazione, attraverso targhe, tabelle esplicative e così via, possa risultare un’operazione ancor più efficace della distruzione. Il caso di Bolzano, del Monumento alla Vittoria (simbolo della conquista italiana, ragione della presenza stessa degli italofoni, QUI l'articolo) o del bassorilievo di Hans Piffrader sulla storia del fascismo in piazza Tribunale, può dimostrarne l’efficacia. Ma anche l’iconoclastia, d’altra parte, può rappresentare un momento catartico che di certo non spazza via le diseguaglianze e le ingiustizie a cui si riconducono quei simboli, ma che per le meno porta nello spazio pubblico la voce di quelle minoranze che la diseguaglianza e l’ingiustizia l’hanno vissuta sulla propria pelle.

 

Ogni contesto, nondimeno, si caratterizza diversamente. Ogni caso va preso non secondo un rigido schema manicheo di distruzione o conservazione a prescindere, ma può e dovrebbe passare anche attraverso il dialogo e la negoziazione – non sempre possibile, specie in una società sistemicamente razzista e diseguale. Da sempre, d’altronde, statue e monumenti sono al centro di una negoziazione dei valori che una società si vuole dare. E chi difende l’argomentazione “conservatrice” forse dovrebbe valutare con più elasticità la possibilità che quelle statue, quelle targhe o quei monumenti, culturalmente e politicamente insostenibili, prendano la strada dei musei, dove il loro contenuto più disturbante finisce per essere neutralizzato.

 

Non è questione di lana caprina e ogni situazione meriterebbe un approfondimento e una considerazione diversi. I distinguo sono importanti, ma ancora di più lo è la comprensione dell’altro, delle sue sofferenze, delle sue speranze, dei torti inflitti. Lo è, sommamente, il fare i conti con la propria storia, che dagli Usa all’Italia rappresenta d’altronde un problema decisamente spinoso. Questo perché, sul tavolo, ci sono la maturazione democratica e la lotta per la giustizia.

 

(per chi volesse approfondire il tema, si consiglia la lettura degli articoli del sito Historia Ludens)

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