Contenuto sponsorizzato

Vent’anni dopo, uno sguardo su Genova: cosa ha significato? La parola ai testimoni, dalla violenza alle battaglie per un altro mondo possibile

Nel primo approfondimento sul ventennale dei fatti di Genova del 2001 diamo spazio ai testimoni, a chi, in quei drammatici giorni di luglio, era presente in piazza per manifestare il desiderio di un mondo migliore. La violenza delle polizie, le cariche contro i manifestanti pacifici, gli abusi alla Diaz e nel carcere di Bolzaneto, le battaglie di una galassia di movimenti riuniti nel Genoa Social Forum: qual è il giudizio su quei giorni? E che cosa è rimasto, a vent’anni di distanza?

Credits to Michele Ferraris
Di Davide Leveghi - 20 luglio 2021 - 10:16

TRENTO. “La più grave sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo la Seconda guerra mondiale”. E’ questa la principale fotografia lasciata dai fatti avvenuti vent’anni fa a Genova, quando il controvertice organizzato nelle parti della città al di fuori della zona rossa – il centro storico “fortificato” appositamente per ospitare il summit degli otto premier dei Paesi più industrializzati al mondo – venne sconvolto dalla violenza brutale delle forze di polizia.

 

L’universo dei movimenti aderenti al Genoa Social Forum, espressione italiana di un movimento internazionale venutosi a cavallo del nuovo millennio, si era incontrato nella città ligure per opporre la propria visione del mondo a quella incarnata dal G8. Pacifismo, lotta al capitalismo, alla globalizzazione selvaggia, alla finanziarizzazione dell’economia, allo sfruttamento dei Paesi più poveri, alla criminalizzazione dei migranti, avevano riunito soggetti anche diametralmente diversi, esprimendo anime variegate, dai centri sociali ai movimenti cattolici, dall’associazionismo alla politica, passando per i sindacati.

 

C’era un mondo in quei tre giorni a Genova. C’era “il mondo” – secondo l’idea del Genoa Social Forum – contrapposto ai “pochi” che decidono delle sorti del pianeta. Una galassia di realtà, diverse e variopinte, unite nel rivendicare un’alternativa alla politica delle grandi istituzioni economiche internazionali. Nell’album di fotografie di quei giorni a Genova, dunque, oltre alle violenze e alle devastazioni (materiali e morali) ci sono anche i colori e le speranze delle migliaia di persone accorse al controvertice per testimoniare il desiderio verso un mondo più giusto.

 

“Avevo 25 anni e la mia esperienza non è dissimile da quella di tanti miei coetanei – racconta Stefano Bleggi, membro del Centro sociale Bruno e presente a Genova da giovedì 19, giorno del corteo dei migranti, a lunedì 23 luglio, giorno successivo alla fine del summitsono andato a Genova perché credevo, come faccio ancora, che un mondo migliore, diverso e più giusto sia necessario. Un mondo in cui il profitto di pochi non può prevalere sulla vita di molti. Ero lì, dunque, con tutto il portato ideale che ha contraddistinto quel ciclo di lotte e movimentazione sociale. Ero lì perché era importante esserci, perché lì si sarebbero ritrovati i responsabili del modello neoliberista e della globalizzazione”.

 

“A Genova ho visto la brutale violenza di tutte le forze dell’ordine, ho respirato lacrimogeni, sono scappato dalle cariche, ho vista la mattina seguente il sangue della Diaz, persone a mani alzate malmenate – continua – ma ho anche visto migliaia e migliaia di persone resistere, partecipare alle conferenze, attraversare le piazze tematiche, rimanere lì nonostante avessero assassinato Carlo Giuliani. E ho visto tantissime persone arrivare dal Trentino il sabato nonostante la repressione, nonostante alcuni appelli allo stare a casa. È stato un passaggio fondamentale nella mia vita: ho capito sulla mia pelle che il potere costituito è pronto a fare la guerra e usare tutti i mezzi necessari per non perdere nemmeno un pezzettino della ricchezza e del privilegio che hanno sottratto a miliardi di persone”.

 

Nello scorrere le immagini di quei giorni, dunque, lo spartiacque non si può che vedere nella seconda drammatica giornata, quella di venerdì 21 luglio. Se nel primo giorno, infatti, le manifestazioni si erano svolte in un clima gioioso – seppure non mancasse una respirabile tensione, alimentata dai racconti allarmistici dei mezzi di comunicazione (QUI un approfondimento) – la carica al corteo di via Tolemaide, da cui poi si produrrà l’uccisione di Carlo Giuliani, mise in chiaro quale fosse l’atteggiamento delle autorità verso la protesta.

 

Alle devastazioni indisturbate del blocco nero, le forze di polizia rispondono tardivamente e brutalmente, rovesciando la violenza sui manifestanti pacifici. Così avviene in piazza Paolo da Novi, in Piazza Manin (dove i pacifisti della Rete Lilliput vengono caricati dalla polizia) e, appunto, in via Tolemaide, dove – come si legge nella sentenza del processo ai venticinque manifestanti imputati di devastazione e saccheggio – “l’ordine pubblico fu turbato in conseguenza della carica dei carabinieri, illegittima e arbitraria”, producendo la prima vittima in piazza dopo 24 anni dall’omicidio di Giorgiana Masi.

 

Per la prima volta, dopo vent’anni dalla riforma che smilitarizza la polizia di Stato (1981), si palesano tutti i limiti delle strategie di ordine pubblico: dall’addestramento inadeguato ad un ritorno alla militarizzazione, dallo scarso coordinamento con le altre forze dell’ordine alla mancanza di trasparenza, efficienza e professionalità, i giorni di Genova aprono uno squarcio desolante e pauroso. Si rivedono i caroselli con i blindati, lanciati a folle velocità sui manifestanti, il lancio indiscriminato e pericoloso dei lacrimogeni (ad altezza uomo e perfino dagli elicotteri), l’uso addirittura delle armi da fuoco (vengono sparati venti colpi di pistola, di cui uno mortale).

 

“C’ero anch’io a Genova, come presidente del Forum trentino per la pace – racconta Vincenzo Passerini, protagonista della politica e del mondo associativo trentini – ero alla mia seconda legislatura in Consiglio provinciale e con il Forum avevamo partecipato a diverse iniziative, mandando dei nostri rappresentanti a Porto Alegre (dove, nel gennaio del 2001, si era tenuto il World Social Forum, ndr). Partecipai alla manifestazione del sabato, il giorno dopo la morte di Carlo Giuliani. C’era stato dibattito sulla partecipazione o meno, ma alla fine con un bel gruppo di trentini eravamo scesi a Genova coi pullman organizzati dalla Cgil. C’era una fiumana di gente, quel giorno. Famiglie, scout, il mondo del volontariato, i sindacati, un lunghissimo corteo di persone, pacifico e variegato”.

 

“Mentre in lontananza si vedevano disordini, il corteo pacifico venne aggredito dalla polizia, volutamente spezzato in due – continua – era una situazione molto pericolosa, perché non esistevano vie d’uscita. Dispersi con i lacrimogeni, anche il gruppo di trentini si divise in piccoli gruppetti, fuggiti dove potevano nelle strade di Genova e rincorsi con i manganelli. Tornammo ai pullman utilizzando il cellulare per capire quali fossero i percorsi meno pericolosi. E lì cominciarono i racconti dei pestaggi. Qualcuno era finito al pronto soccorso e per assisterli rimase lì l’onorevole Giovanni Kessler. L’impressione era infatti di vivere in un clima d’assedio, in cui non si sapeva cosa ci sarebbe potuto accadere. Le persone erano abbattute psicologicamente, ma ancora nulla si sapeva su quello che sarebbe successo alla Diaz e a Bolzaneto. Quello che avevamo visto noi non era che un anticipo, un’operazione politica a cui fecero da sponda i racconti delle televisioni, che parlavano solo delle devastazioni e non delle violenze delle forze dell’ordine contro i manifestanti pacifici”.

 

Assaltato brutalmente l’enorme serpentone del sabato, nondimeno le forze di polizia non cessarono lì i loro abusi. Nella notte tra sabato e domenica, infatti, le scuole Diaz-Pertini e Pascoli vengono fatte oggetto di un’irruzione della polizia. Si sostiene che nella prima, dove alloggiavano una novantina di manifestanti, si trovi il covo del blocco nero. I fatti, ampiamente conosciuti, finiscono per raccontare di una vera e propria “macelleria cilena” ai danni di civili inermi, di falsificazioni e depistaggi nelle indagini e di una coda, per i feriti meno gravi, da incubo, tra torture e umiliazioni nel carcere di Bolzaneto.

 

Il G8 ha messo a nudo uno Stato in cui si pensava che fosse scontata la difesa dei diritti fondamentali – esordisce Nicola Canestrini, impegnato dal 2001 nel pool di avvocati riuniti nel Genoa Legal Forum – sono bastati due foulard sui volti degli agenti, infatti, per rendere vani sessant’anni di giurisprudenza. Il diritto più importante in una democrazia, quello di poter manifestare liberamente il proprio pensiero politico, è stato leso. Non lo so se ci sia stata premeditazione o se sia stato lasciato campo libero a chi ha gestito l’ordine pubblico in modo criminoso, fatto sta che, grazie anche ad una mancata rielaborazione di quei fatti, ciò che si è seminato in quel G8 a Genova ha continuato a crescere”.

 

Non c’è stata infatti alcuna riflessione su quanto visto in piazza e non solo – continua – il dibattito si è caratterizzato per una polarizzazione che ha finito per annichilirlo. La mancanza di una rielaborazione e l’11 settembre hanno reso deludente la risposta da parte delle istituzioni sulle responsabilità di chi, inequivocabilmente, ha compiuto dei reati. E così da parte della comunità. La mia domanda, visti anche gli episodi di Piacenza o delle rivolte nelle carceri, è pertanto che cosa abbiamo imparato da Genova. Molto poco, credo. Si sperava in uno scatto di reni e invece siamo usciti più deboli: l’impunità cova sotto le ceneri, nulla è cambiato nell’identificazione degli agenti e il risultato, gravissimo, è la perdita di fiducia nella forze dell’ordine. Poi si sono perse più occasioni, come nel caso dell’istituzione del reato di tortura. Non c’è stato alcun vaccino alla malattia della violazione più grave dei diritti umani in uno Stato democratico dopo la Seconda guerra mondiale. Lo Stato di diritto è morto sotto le manganellate di Genova e le torture alla Diaz e Bolzaneto”.

 

La narrazione dominante, con cui l’intero movimento – al di là delle responsabilità – è stato criminalizzato, ha imposto di conseguenza una sensazione da “fine della storia”. L’alternativa al mondo dei potenti, della globalizzazione finanziaria e del neoliberismo, è parsa sostanzialmente spazzata via dalle violenze, quelle utili come pretesto delle frange più radicali del movimento, e quelle soprattutto ingiustificate e ingiustificabili delle forze dell’ordine. Ma a vent’anni di distanza, questa immagine dell’uccisione del sogno, riesce davvero a spiegare esaustivamente il dopo-Genova?

 

A distanza di 20 anni è sotto gli occhi di tutti che quel movimento aveva ragione – prosegue ancora Bleggi - la disuguaglianza è aumentata, le guerre per il controllo delle risorse sono diventate permanenti, i temi ambientali e della giustizia climatica e sociale hanno dato vita ad altri movimenti sociali, ad altre lotte. Le persone sono costrette a fuggire dalle loro terre a causa di conflitti, povertà, desertificazione e di fronte a loro trovano barriere, polizie e filo spinato”.

 

“Sicuramente il portato di Genova, l'onda lunga, è rimasto per molti anni, generando molte esperienze. Certo, ci sono persone tornate con le ossa rotte a casa, quelli che hanno pagato il prezzo più alto. Altre sono tornate a fare quello facevano prima a livello locale, magari con ancora più intensità. Altre ancora hanno avuto paura. È nella natura umana e hanno il mio rispetto. Ma molte altre sono tornate ancora più convinte, continuando a scendere in piazza e resistendo, hanno partecipato ad altri cicli di lotte. Penso al movimento no-war contro la guerra in Afghanistan e Iraq o a quello dell'Onda nato poco prima del movimento degli indignados. A Trento l'anno dopo occupammo l'ex Zuffo, fummo tra i promotori del contro-forum di Riva del Garda, agimmo a livello locale contro l'inceneritore oppure contro le leggi razziste del governo Berlusconi-Fini. Genova è parte della nostra generazione: è una ferita aperta ma è stata anche una formidabile palestra di vita”, conclude.

 

L’aggressione al corteo pacifico voleva delegittimare i movimenti, tra cui quello pacifista– aggiunge invece Passerini – l’11 settembre, poi, ha tagliato le gambe al dialogo con le altre culture e il movimento non si è più ripreso. A Firenze ci fu una grande manifestazione pacifica per sanare le ferite, che però sono rimaste. Genova fu una trappola per i movimenti. Ciononostante i temi portati avanti dal controvertice sono quelli di oggi, erano profetici. Pensiamo alla crisi economica, frutto di un mondo finanziario senza regole. Pensiamo ai muri contro ai poveri, opposti a quelli inesistenti per i capitali. Pensiamo alle guerre scatenate da Bush. Il modello di globalizzazione contro cui si manifestava a Genova ha dimostrato di essere fallimentare”.

 

“L’idolo della privatizzazione, della deregolamentazione, dell’abbattimento delle frontiere eccetto che per i poveri, tutto questo modo di organizzare il mondo era stato intuito nelle sue verità profonde dal World Social Forum – conclude – ciò che resta, dunque, sono le battaglie per un ordine del mondo altro. Il cuore del Forum era l’impegno della società civile e delle realtà locali per la costruzione di questa alternativa: la strada è ancora questa. Lo slogan ‘Un altro mondo è possibile’ può anche aver perso il suo fascino mediatico, ma mantiene una sua consistenza”.

 

Questo è il primo di due approfondimenti sui fatti di Genova del 2001. La voce, nella "prossima puntata", passa a chi quella vicenda non l'ha vissuta in prima persona. Anche perché, in qualche caso, non era ancora nato. 

Contenuto sponsorizzato
Ultima edizione
Edizione ore 19.30 del 30 luglio 2021
Contenuto sponsorizzato
Contenuto sponsorizzato
In evidenza
Cronaca
31 luglio - 16:18
Ad ufficializzare la decisione una nota del presidente Fugatti nella quale spiega di aver scelto il dirigente del Dipartimento salute per le sue [...]
Cronaca
31 luglio - 13:32
Sono 27 in tutto i casi riscontrati in Provincia di Bolzano nelle ultime 24 ore con zero decessi. I tamponi effettuati, tra molecolari e [...]
Cronaca
29 luglio - 16:41
Grande malumore da parte degli esercenti per la scelta del governo di introdurre il Green Pass. Confcommercio Trentino: "È impensabile [...]
Contenuto sponsorizzato
Contenuto sponsorizzato
Contenuto sponsorizzato