Contenuto sponsorizzato

Un altro mondo è ancora possibile? Eredità, rotture e continuità del G8 di Genova. "I temi del controvertice sono gli stessi di adesso"

Nel secondo approfondimento de il Dolomiti sul ventennale del G8 di Genova, diamo invece spazio a chi, in veste di attivista, ha rielaborato i temi del controvertice, portando avanti le battaglie di allora e quelle di adesso. Sono giovani che nel 2001 o erano bambini o non erano ancora nati, ma che se guardano a quei fatti mostrano di avere delle idee chiarissime

Credits to Ares Ferrari
Di Davide Leveghi - 21 luglio 2021 - 11:30

TRENTO. In piazza a Genova, in quei giorni di luglio del 2001, c’era una galassia di sigle e d’umanità. Il movimento di protesta contro la globalizzazione selvaggia, caduto sotto la semplificante e distorsiva etichetta giornalistica di “no global”, conteneva in sé anime diversissime, sfaccettate sia negli obiettivi della protesta che nei metodi attraverso cui metterla in pratica.

 

C’erano le svariate anime della sinistra, dai sindacati ai comunisti, dai verdi alla sinistra extraparlamentare. C’erano molteplici volti del mondo cristiano, dai movimenti pacifisti alle chiese protestanti. C’erano i centri sociali e il variegato mondo associazionistico. C’era, infine, anche il cosiddetto “blocco nero”, fluido insieme di singoli che a partire da Seattle si era imposto agli occhi del mondo come l’anima insurrezionale, anarchica e indomabile dell’anti-capitalismo – su cui pesavano e pesano dei dubbi riguardanti l’infiltrazione di provocatori.

 

Riuniti tutti (eccetto questi ultimi) nel Genoa Social Forum – a cui aderirono quasi 1200 sigle fra partiti, associazioni, sindacati, centri sociali e organizzazioni non governative – i movimenti animarono il controvertice dopo mesi, se non anni, di preparazione. Rappresentavano le facce di una battaglia su più fronti, contro la globalizzazione finanziaria e i diktat del Fondo monetario internazionale, contro lo sfruttamento dei Paesi poveri e a favore dell’ambiente e della pace.

 

Il G8 di Genova, dunque, non era che il teatro di un’immensa e variegata partecipazione ad una visione del mondo alternativa rispetto a quella degli otto leader dei Paesi più industrializzati al mondo, riunti in una roccaforte militarizzata per decidere i destini del pianeta. Una visione del mondo alternativa al capitalismo e al suo volto più spietato, il neoliberismo – non a caso uno degli slogan era “Un altro mondo è possibile”.

 

Nella definizione degli spazi, dei sit-in e dei cortei, d’altronde, c’era la più chiara manifestazione di quest’anima variopinta, così come dei “fronti” di battaglia del movimentismo in piazza. Mentre il summit tra i potenti del mondo si riuniva in un centro storico genovese fortificato per l’occasione dalla costruzione di una zona rossa (con tanto di varchi presidiati) e di una zona gialla ad accesso limitato, il controvertice si svolgeva secondo un preciso copione: si cominciò giovedì 19 luglio, in un clima gioioso, con un serpentone di persone scese in piazza per rivendicare i diritti dei migranti.

 

Il giorno successivo, invece, ci sarebbero dovuti essere presidi e cortei animati da sindacati, disobbedienti e pacifisti, con l’obiettivo, in alcuni casi, di forzare simbolicamente i varchi della zona rossa. La manifestazione più attesa era quella in partenza dallo stadio Carlini, punto di riferimento delle Tute bianche, afferenti per lo più al mondo della sinistra extraparlamentare e dei centri sociali. Con caschi, protezioni di gommapiuma e scudi di plexiglass, come annunciato dal loro leader e portavoce del Genoa Social Forum Luca Casarini (assieme a Vittorio Agnoletto), avrebbero cercato lo sfondamento della zona rossa – “dalle periferie dell’impero, dai molti mondi che resistono e crescono con il sogno di un’esistenza migliore per tutti, oggi noi, piccoli sudditi ribelli, vi dichiariamo formalmente guerra – aveva proclamato l'attivista veneto – è una scelta che avete provocato, perché noi preferiamo la pace, è una decisione che per noi significa sfidare la vostra arroganza e la vostra forza, ma siamo obbligati a farlo”.

 

Nell’ultimo giorno di manifestazioni, sabato 21 luglio, ci sarebbe stato infine il grande corteo finale, la sfilata dell’universo movimentistico aderente al Genoa Social Forum, la cui destinazione finale doveva essere il piazzale antistante allo stadio Marassi, luogo scelto per il comizio finale. Alle violenze scoppiate il giorno precedente, in cui perse la vita il giovane Carlo Giuliani, seguì però la richiesta di annullamento, respinta dal Gsf. A nulla valse, invece, il servizio d’ordine organizzato da alcune sigle per evitare le infiltrazioni di violenti nel “serpentone”, spezzato in due dalle forze dell’ordine e travolto dall’ingiustificata brutalità poliziesca.

 

Come raccontato nell’articolo dedicato ai testimoni presenti in quei giorni a Genova (QUI l’articolo, prima parte degli approfondimenti dedicati da il Dolomiti al ventennale del G8), le proteste furono compromesse dall’esplosione di violenza scaricata sui partecipanti al controvertice – a cui seguirono le brutalità alla Diaz e nelle carceri di Bolzaneto – oltre che dalle devastazioni operate dal blocco nero. Per tanto tempo, si è pertanto discusso sulla premeditazione o meno dell’operato poliziesco, nell’ipotesi di un piano preordinato volto a colpire un movimento forte e partecipato, sostenitore di una visione del mondo alternativa a quella incarnata dai capi di governo degli otto Paesi più industrializzati del pianeta.

 

Da questa eventuale premeditazione – non esclusa dalla palese disorganizzazione nella strategia di gestione della piazza, mal coordinata tra le diverse forze di polizia e di certo non favorita dalle caratteristiche della città di Genova – scaturisce dunque un interrogativo: fu, quella di Genova, la fine di un sogno? Fu il sanguinoso e doloroso risveglio, la conclusione di un universo movimentistico capace di offrire concrete alternative alla globalizzazione selvaggia e al paradigma neoliberista?

 

“Molte riflessioni osservano come Genova sia stato l’inizio della fine di un ‘900 molto lungo - spiega Emanuele Pastorino, tra i promotori con il Forum della pace dell’iniziativa 'Genova 2001. Avere vent’anni', tenuta nelle scorse settimane fra Trento, Arco e Brentonico (QUI l’articolo) - un inizio della fine caratterizzato da un movimento dei movimenti che si è consolidato sulla costruzione nella diversità, anche con contraddizioni molto grandi, e che ha lasciato in eredità lo schianto e la sconfitta. Una sconfitta che io penso non abbia significato la completa scomparsa ed il dissolvimento di quell’attivismo, ma una sua trasformazione”.

 

Alcune cose sono finite e lasciate al passato, altre sono nate – continua - l’eredità di Genova sta in questo: l’impatto ha immobilizzato le forme, i meccanismi e i punti di riferimento, che si sono ricercati così com’erano. Invece, a vent’anni di distanza, possiamo dire che questi siano cambiati radicalmente. Lo vediamo nelle forme e nei linguaggi diversi di mobilitazione e attivismo a livello locale, nazionale e internazionale. Malgrado ciò, permane al tempo stesso una crisi dei corpi intermedi, ancora legati a forme novecentesche e incapaci di riconoscere questa trasformazione”.

 

E’ innegabile la grandiosità del controvertice di Genova – gli fa eco Gaia Beberi, attivista di Amnesty International giovani, coinvolta nella co-progettazione di ‘Avere vent’anni’ – è impressionante l’eterogeneità delle persone in piazza e ammirevole la capacità del Gsf di riunirle in un’unica manifestazione. Sarebbe semplicistico, tuttavia, dire che dopo non ci sia stato nulla di paragonabile. Porto il caso della lotta a favore dei diritti umani e nello specifico di Amnesty, che dopo il 2001 ha intensificato il proprio lavoro. In generale le cause per cui si manifestò in quei giorni sono ora portate avanti sia da gruppi dell’epoca, che da nuovi gruppi, magari con modalità diverse ma sempre con lo stesso obiettivo. Penso al Pride che ogni anno colora le strade di centinaia di città, alle piazze piene a sostegno della Palestina, a Black Lives Matter, alle Sardine, a Mediterranea, che da qualche città italiana si è diffusa in altri Paesi. La volontà di combattere per i diritti umani non è mai cessata”.

 

Genova, però, non è stata solo luogo di incontro, confronto, inizio di una lotta intersezionale in Italia – prosegue - è stata anche scenario di fatti inenarrabili, di cui si parla troppo poco. Quando, dopo un anno che era diventata attivista, ho cominciato ad informarmi su quanto era avvenuto a Genova sono rimasta sgomenta. Normalmente, quando si pensa a scontri fra manifestanti e forze dell’ordine, che abusano del loro potere, si pensa alla Bielorussia, al Venezuela, alle violenze della polizia negli Usa contro le persone non bianche. Mai all’Italia, il Paese dove sono morti Cucchi, Aldrovandi, Giuliani. Il Paese dove i detenuti vengono brutalmente pestati nelle carceri, in cui dei manifestanti sono stati picchiati mentre riposavano in una palestra e portati nelle carceri, dove le violenze sono continuate. Di colpo, quando vieni a sapere queste cose, inizi a unire pezzetti di notizie, a comprendere alcuni atteggiamenti di persone che nel 2001 c’erano già, diffidenti verso le forze dell’ordine”.

 

Per una persona della mia generazione è molto strano parlare di Genova – aggiunge Edoardo Giudici, anch’egli coinvolto nell’iniziativa come presidente del Consiglio degli studenti universitari di Trento -  alcuni erano molto giovani, altri non erano nemmeno nati. L’approccio con questo evento è quindi da una parte quello che si ha verso un fatto storico, dall’altra ti rendi conto di quanto sia recente e non superato. È una ferita aperta, non metabolizzata. E questo perché il dibattito pubblico non è all’altezza, come spesso accade in questo Paese. Una presa di coscienza avrebbe permesso di non rifare certi errori e invece, dopo Giuliani, la Diaz e Bolzaneto, ci rendiamo conto che gli abusi di potere della polizia non sono questione superata, vedi Santa Maria Capua Vetere. Speriamo allora che il ventennale sia occasione per riparlarne. Per quello che posso percepire io, nella mia generazione, l’interesse non manca. C’è curiosità verso avvenimenti rimossi”.

 

Troncato il filo che teneva legato il “movimento dei movimenti”, le battaglie e le cause per cui lottare certo non sono sparite. Frammentate, atomizzate, slegate, le questioni del controvertice hanno continuato a caratterizzare il dibattito pubblico, mostrandosi con il passare del tempo profetiche e sempre più cogenti. Cambiate, invece, sono le forme dell’attivismo, le modalità con cui si combattono le battaglie per il miglioramento delle condizioni materiali e spirituali delle persone.

 

“Rileggendo le testimonianze del controvertice di Genova – continua Pastorino - il primo sentimento che emerge è lo sgomento. I temi di cui si parlava allora sono gli stessi di adesso. Sembra un déjà-vù ma se ci fermiamo a riflettere vediamo che le condizioni attuali sono peggiori. Quello che serve oggi, rispetto al controvertice, è non limitarsi a guardare quel momento come un unicum irripetibile. Dal disfacimento di quel movimento dei movimenti sono nate esperienze capaci di mettere assieme piccole pratiche, di farle sedimentare, di migliorare le condizioni materiali in ambiti circoscritti. Il passo successivo che dovremo fare è dare una sistemazione a queste esperienze, trovare la chiave di volta per ricomporle in uno schema più complessivo, non però ricostruendo il movimento dei movimenti, che probabilmente ha avuto in Genova la sua fine, ma coi nuovi metodi e le nuove forme di adesso”.

 

I temi del controvertice infatti sono rimasti gli stessi, ma invecchiati male per vent’anni. La globalizzazione selvaggia, i diritti negati, il razzismo sistemico, il cambiamento climatico, lo sfruttamento intensivo, la crisi del lavoro, l’incapacità di cambiare i sistemi produttivi, la redistribuzione, tutto è rimasto sul tavolo. In alcuni dinamiche micro si riescono ad ottenere dei cambiamenti, per quanto fragili e non radicali, ma la sensazione è quella di un’attesa generalizzata per riuscire a capire se esiste uno strumento, un metodo o una comunità in grado di affrontare tutto questo con la consapevolezza della sua complessità. La frase sui muri cileni: ‘Volete tornare alla normalità ma la normalità era un problema’ credo sia ancora estremamente attuale”, conclude Pastorino.

 

“I temi emersi dal controvertice sono più attuali che mai – aggiunge Beberi - se prima le conseguenze del cambiamento climatico sembravano non intaccare le nostre vite, ora capiamo che è una cosa reale e che può influire sulla nostra quotidianità. Sul piano dei diritti umani, dopo decenni di progresso, stiamo assistendo ad un’involuzione preoccupante che pare inarrestabile. Nonostante le numerose denunce di abusi nei campi di detenzione libici, l’Italia ha da poco rinnovato gli accordi di cooperazione per la gestione dei flussi migratori. In Polonia una persona incinta può abortire solo in casi estremi. La Turchia si è ritirata dalla Convezione di Istanbul a difesa delle donne. L’oppressione del popolo palestinese da parte dello Stato israeliano non è ancora cessata. In Ungheria è ora bandita la propaganda Lgbt tra i minori. Nei mesi scorsi abbiamo avuto rivolte in Bielorussia, Venezuela, Colombia, Nigeria, ora si unisce anche Cuba. È da sciocchi pensare che tutta vada bene, il mondo sta implodendo e bisogna fare qualcosa, subito”.

 

Quando si legge o si ascolta il materiale del controvertice non si può che rimanere stupiti dalla loro modernità – afferma infine Giudici - pensare che vent’anni fa già si parlava di diritti dei lavoratori in un mondo globalizzato e di delocalizzazione delle aziende, problemi che sono attualissimi, fa pensare ai diritti dei riders o ai lavoratori di Amazon. C’è poi l’immigrazione, che fino allo scoppio della pandemia ha occupato il dibattito pubblico più di ogni altro tema. E ancora si parlava di emergenza climatica. Viene istintivamente da pensare che forse gli otto grandi della terra avrebbero dovuto ascoltare quanto il controvertice proponeva; che se l’avessero fatto non ci troveremmo al punto di partenza su molti temi, tanto che a vent’anni di distanza, rispetto al clima, è servita una ragazzina svedese per risvegliare le coscienze di milioni di persone”.

Contenuto sponsorizzato
Ultima edizione
Edizione ore 19.30 del 30 luglio 2021
Contenuto sponsorizzato
Contenuto sponsorizzato
In evidenza
Cronaca
31 July - 18:26
Da marzo sono stati registrati 157 decessi per Covid, mentre a luglio sono 17 i pazienti ricoverati negli ospedali trentini. L'importanza dei [...]
Cronaca
31 July - 17:07
Il sopralluogo è avvenuto mercoledì. Secondo le ultime informazioni i carabinieri avrebbero verificato alcuni aspetti che sono emersi nel corso [...]
Cronaca
31 July - 16:18
Ad ufficializzare la decisione una nota del presidente Fugatti nella quale spiega di aver scelto il dirigente del Dipartimento salute per le sue [...]
Contenuto sponsorizzato
Contenuto sponsorizzato
Contenuto sponsorizzato