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La "Rivolta degli Schützen": quando l'equilibrismo dell'Svp tremò di fronte alle proteste irredentiste

Il 12 aprile di 34 anni fa, durante il Congresso di Merano della Südtiroler Volkspartei, l'anima più oltranzista del partito manifestò platealmente contro la chiusura del Pacchetto gestita dal segretario Magnago. Era l'espressione di un disagio verso la realpolitik dell'anziano Obmann, in una fase di recrudescenza dello scontro etnico

Di Davide Leveghi - 12 aprile 2020 - 10:02

BOLZANO. E’ un Alto Adige ormai lanciato verso la fine della vertenza internazionale quello in cui avvenne la storia che si sta per raccontare. Già da tempo il secondo Statuto d’autonomia era stato approvato, tra Roma, Bolzano e Vienna le trattative proseguivano serrate, la luce in fondo al tunnel di un travagliato processo che aveva visto esplodere bombe di diversi colori, aspri frizioni etniche, difficili lavorii diplomatici e politici, si stagliava ormai all’orizzonte.

 

Eppure gli scontenti non mancavano. Mentre l’Svp, il partito che aveva guidato la minoranza sudtirolese alla conquista dell’agognata piena autonomia, monopolizzando la politica provinciale per mezzo secolo, si faceva garante dell’attuazione delle mancanti norme del Pacchetto – quell’insieme di 137 provvedimenti concernenti l’autonomia della Provincia di Bolzano – una fronda interna al partito manifestava la sua disapprovazione, alimentando il fuoco del sogno indipendentista. “Das Packet ist tod! Freheit für Südtirol!”, ‘il Pacchetto è morto! Libertà per il Sudtirolo'.

 

Sul fronte italiano la situazione non era certo delle migliori. L’autonomia del secondo Statuto veniva vista come una rivincita etnica. Passati da un ruolo di predominio negli ambiti della vita pubblica altoatesina, gli italiani assistevano esterrefatti e impotenti alla loro marginalizzazione. La tradizionale preferenza verso la Democrazia Cristiana veniva erosa a tutto vantaggio del Movimento Sociale Italiano, unica forza politica che si opponeva strenuamente all’autonomia. Nelle elezioni amministrative del maggio ’85, lo stesso anno in cui la “trasparenza” degli italiani d’Alto Adige di fronte allo Stato veniva denunciata all’opinione nazionale dal reporter Sebastiano Vassalli – autore di un celebre pamphlet dal titolo Sangue e suolo. Viaggio fra gli italiani trasparenti – il partito post-fascista, in controtendenza col resto del Paese, registrava il suo trionfo, diventando il primo partito di Bolzano.

 

Una campagna elettorale giocata sul rifiuto dell’autonomia dava così i suoi abbondanti frutti. Il Secolo d’Italia, giornale del partito, usciva con un’edizione straordinaria: a grandi lettere il titolo “Il MSI davanti a tutti a Bolzano”. Il segretario Giorgio Almirante accorreva nel capoluogo, rilasciando interviste, mostrandosi di buon umore per i risultati ottenuti in tutte le località dove gli italiani rappresentavano un buona percentuale della popolazione, a Brennero, a Merano, a Bressanone, a Laives, e, soprattutto, esultava per la sconfitta dell’acerrimo nemico. “Come italiano sono felice per il risultato dell’Alto Adige. Come politico e come missino sono più felice per la sconfitta del PCI”, dichiarava ai giornalista.

 

Almirante rivendica il ruolo di sindaco di Bolzano per il candidato missino Andrea Mitolo, mentre rilancia la raccolta firme contro l’autonomia cominciata prima delle elezioni. Dalla sede di Roma comincia un lavoro di pressione, una pressione che più che ottenere risultati politici – gli italiani d’Alto Adige, secondo la nuova ripartizione dei seggi, non eleggono un proprio candidato in Parlamento – contribuisce a surriscaldare gli animi.

 

Sono anni di “nevrosi etnica”, come scriveva lo storico e giornalista Piero Agostini. Nel 1984, durante il 175° anniversario dell’insurrezione hoferiana, di fronte a tutte le autorità di Vienna, Innsbruck e Bolzano, gli Schützen portano in corteo una scultura ferrea rappresentante una corona di spine, simbolo del “martirio del popolo sudtirolese sotto il giogo italiano”, mettendo in serio imbarazzo Silvius Magnago, a un passo dal chiudere la vertenza con Roma. A Lana, il maggio di quello stesso anno, proprio due importanti rappresentanti dell’associazione folkloristica e paramilitare con la piuma di fagiano vengono dilaniati dallo scoppio di una bomba che stavano fabbricando.

 

L’eco delle bombe si spegnerà solo nel 1988. E così, tra gli scoppi impotenti degli ultimi ordigni, il 12 aprile 1986 si tiene al Kursaal di Merano il 34° congresso della Südtiroler Volkspartei. Mentre l’Obmann Magnago si accinge a tenere il suo discorso, sul palco e nella platea irrompono gli Schützen. Lo striscione con la scritta “Selbsbestimmung”, ‘Autodecisione’, viene srotolato, al microfono si precipita il comandante Peter Piock: “La nostra pazienza è finita!”, grida.

 

 

 

 

“Südtirol in Not!”, ‘il Sudtirolo è in pericolo’, il “Pacchetto è morto”, sono queste le parole che risuonano nelle ampie sale che hanno ospitato i decisivi momenti decisionali dell’Svp e della storia politica del secondo ‘900 altoatesino. Per quel partito che ormai si identifica totalmente con l’autonomia (questione all’origine anche oggi di discussioni, si veda la data scelta per la visita dei presidenti della Repubblica italiano e austriaco), è uno choc. In quel 12 aprile, "per un attimo si respirò l’aria del golpe", raccontava sempre Agostini.

 

La capacità del “partito di raccolta” della “Stella alpina” è messo in difficoltà dalla protesta delle “teste piumate”. Nella destra del partito di acuisce la frattura, l’ala che non digerisce la realpolitik di Magnago ha sbottato platealmente. L’avvicinamento verso la chiusura della vertenza, d’altra parte, avverrà lo stesso, anche se in sordina. In fondo non è che una formalità. Tuttavia l’Svp, in quel momento, assisteva sorpresa alla messa alla prova della sua capacità equilibristica di mantenere sotto controllo l’irredentismo e al tempo stesso di porsi come unico interlocutore con Roma – celebre la frase dello stesso Magnago con cui si concluse il discorso dell’approvazione del Pacchetto nel 1969, “Un sì eterno non esiste”.

 

E a più di trent’anni, a ben vedere, questo atteggiamento non pare affatto superato. Da Luis Durnwalder che si rifiuta di festeggiare il 150° anniversario dell’Unità d’Italia, dimenticando d’essere il governatore anche dei 120mila italiani della provincia, ai silenzi sulle “provocazioni toponomastiche” degli Schützen, fino alle boutade” sul nome Alto Adige nei documenti che regolano i rapporti con l’Europa. Le tensioni latenti nella società altoatesina si manifestano ciclicamente con vere e proprie esplosioni – fortunatamente non più in senso letterale -  così come avvenne quel 12 aprile di 34 anni fa.

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