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L'amore (e la paura) ai tempi del Coronavirus. La psicologa: "Ne usciremo ma impariamo ad accettare le frustrazioni e capire che siamo piccoli rispetto alla natura"

Roberta Bommassar, psicologa, psicoterapeuta e presidente dell'Ordine degli psicologi di Trento: "La crisi può avere più esiti. Può essere un'opportunità per trovare un equilibrio nuovo, ad un livello superiore. Possiamo, ad esempio, imparare ad accettare le frustrazioni, capire che ci sono dei limiti, che siamo piccola cosa rispetto alla potenza della natura. Possiamo, insomma, fare un passo avanti: come uomini, come donne e come esseri umani"

Di Arianna Viesi - 17 marzo 2020 - 15:12

 TRENTO. La Treccani definisce la paura uno "stato emotivo consistente in un senso di insicurezza, di smarrimento e di ansia di fronte a un pericolo reale o immaginario. Assume il carattere di un turbamento forte e improvviso quando il pericolo si presenti inaspettato, colga di sorpresa o comunque appaia imminente".

 

Scorrendo la definizione, sembra quasi di guardarsi allo specchio. Insicurezza, smarrimento, ansia, turbamento: ogni parola pare ci calzi a pennello di fronte alla minaccia Covid-19. Abbiamo paura (finalmente), e l'abbiamo tutti. Nonostante già a metà gennaio il dottor Roberto Burioni (e, con lui, altri virologi, epidemiologi e medici) continuasse a ripeterci che non si trattava di una semplice influenza, che il problema andava sopravvalutato (piuttosto che sottovalutato come, di fatto, è successo), che era necessario prepararsi, solo qualche giorno fa ci siamo accorti del baratro verso il quale ci stavamo dirigendo. Solo qualche giorno fa abbiamo iniziato ad avere davvero paura: paura di ammalarci, paura che il nostro sistema sanitario collassi, paura della crisi. Sono arrivate, così, le prime restrizioni. Chiuse scuole, università, stop agli spostamenti (se non strettamente necessari), smart working, chiusi negozi, bar e ristoranti.

 

Ma, come sempre, anche dalla paura possiamo imparare qualcosa. "La paura - spiega Roberta Bommassar, psicologa, psicoterapeuta e presidente dell'Ordine degli psicologi di Trento - è un sentimento difensivo, importante per la sopravvivenza della specie. È, infatti, un meccanismo fisiologico, animale, primitivo, un modo per non esporci a rischi eccessivi".

 

"In linea teorica, la paura è quindi un sentimento positivo - continua -. Quando, però, diventa ansia e panico va ad interferire con le funzioni cognitive e, quindi, diventa controproducente e dannosa. Quando la paura diventa panico non si è più in grado di fare scelte logiche che permettono di affrontare il pericolo. Un classico esempio è quello legato all'attentato alle Torri Gemelle. Si trattò di un evento straordinario, mai accaduto ed imprevedibile. La paura si trasformò presto in panico e, da lì, le persone iniziarono ad avere paura a prendere l'aereo nonostante i morti per incidenti stradali fossero di gran lunga superiori a quelli per incidenti aerei. Quell'esperienza impedì alle persone di tenere in considerazione un dato conoscitivo comune e razionale e le spinse ad optare per una scelta anti-evolutiva. Le persone scelsero basandosi esclusivamente sul panico, su una ipervalutazione non realistica della realtà".

 

"Ipervalutazione non realistica": a ben pensarci, è anche quanto abbiamo visto accadere, in questi giorni, nei supermercati italiani. Le persone, spinte dal panico, si sono accalcate tra gli scaffali depredando generi alimentari per l'assurda, immotivata paura di rimanere senza cibo.

 

"Questo meccanismo della trasformazione di una ragionevole paura in panico è influenzato  anche dalle  dinamiche gruppali - spiega la dottoressa -. Tanto più il gruppo è ampio tanto più grande è la paura che esso può generare. La paura funziona proprio come un virus, si propaga come un'onda. La paura, inoltre, è sensibile anche ai messaggi, alla comunicazione. Internet è un grande calderone, in questo senso: vi sono fonti affidabili, dati oggettivi e fonti e dati che non lo sono. I messaggi che vengono lanciati, spesso, aggravano lo stato di panico e ansia".  

 

In questo momento di precarietà e inquietudine, possiamo fare solo una cosa: cercare di mantenere la calma e attenerci alle regole che ci sono state imposte. Come ha detto il dottor Burioni, siamo su una macchina che si sta per schiantare ma, fortunatamente, abbiamo il piede sul freno. Perché funzioni, però, dobbiamo schiacciarlo tutti assieme. E schiacciarlo tutti assieme significa rinunciare alla nostra libertà, stare lontani per abbracciarci, ancora più forte, quando tutto sarà finito. Perché, e ci tiene a ribadirlo anche la dottoressa Bommassar, tutto questo finirà. Non dobbiamo dimenticarlo, mai.

 

"Per noi - commenta la dottoressa - la libertà, di tempo e di spazio, è un principio irrinunciabile. Siamo noi a scegliere dove e quando andare, cosa fare. Per questo, facciamo così fatica ad accettare queste restrizioni. E questa fatica è legata anche alla nostra storia pregressa: noi non abbiamo mai fatto esperienza di un controllo esterno. Come psicologa, penso che questo possa essere un buon esame di realtà, un lavoro emotivo e psichico che possiamo fare. In queste settimane viene, e verrà, messa in crisi l'immagine che ci siamo costruiti di noi e del mondo. Che tutto ci è consentito, che tutto ci è permesso: non vogliamo invecchiare, non vogliamo ammalarci, non accettiamo le rinunce".

 

"Queste settimane - continua - ci insegneranno ad accettare la frustrazione: certe cose esulano dal nostro potere. Siamo una società narcisista, tutti vogliamo veder soddisfatti i nostri desideri. Eravamo arrivati ad una società ipertrofica. La situazione ci impone di fare i conti con un bagno di realtà. Il virus è una cosa che non si vede, che si infila nel corpo, ti contagia e, se ti contagia, ti rende pericoloso per gli altri. Il virus mette in crisi il nucleo narcisistico delle relazioni sociali e dello sviluppo psicologico".

 

Paura e frustrazione, quindi, ma c'è un modo per far fronte a tutto questo: aggrapparsi alle piccole cose, riempire il tempo e il (poco) spazio che ci è concesso di cose e idee e progetti. "Viviamo, tutti, una sensazione claustrofobica che ci richiede una buona organizzazione. Dobbiamo imparare ad usare questa  libertà, più contenuta e regolata, in modo nuovo. Gli strumenti social sono, da questo punto di vista, fondamentali per tenersi occupati. Per esempio questa mattina ho fatto una videochiamata con tutti e tre i miei figli che non vivono con me. Possiamo utilizzare in modo intelligente questi strumenti e riscoprire momenti che spesso vengono schiacciati dalla nostra vita convulsa (si perde tempo nel traffico, nelle file nei negozi ecc). Ora abbiamo un tempo guadagnato che può essere riutilizzato".

 

In queste settimane guadagneremo tempo, ma anche persone. D'improvviso ci siamo trovati (costretti) a condividere spazio e tempo con la nostra famiglia o con la persona che amiamo. Uno spazio spesso piccolo e un tempo dilatato. Queste settimane possono essere uno scrigno prezioso entro il quale custodire i nostri affetti. "Le famiglie dove il clima è buono - spiega Bommassar - possono diventare famiglie ancora più generose". Diversa la situazione se i rapporti sono già logori. "Se le relazioni, invece, sono disfunzionali, tutto questo diventa difficile. Quando le relazioni familiari o di coppia sono conflittuali, di sofferenza, la convivenza diventa un peso enorme. Solitamente quando c'è un'insofferenza reciproca, si riesce a sopravvivere mantenendo una certa autonomia (si lavora distanti, la sera uno legge l'altro va a letto ecc.). Queste settimane saranno, anche in questo senso, un esperimento sociale di cui sarà interessante valutare gli esiti fra un po' di tempo. Ci sarà un incremento delle nascite perché le persone recluse faranno l'amore? Aumenteranno i divorzi?".

 

Stiamo attraversano una crisi epocale. Ma è bello ricordare che la parola crisi deriva dal verbo krino che, in greco antico, significa "separare, giudicare, scegliere". La crisi, quindi, altro non è che una scelta, un'opportunità. "Questo è un momento di crisi, di disequilibrio - conclude la dottoressa -. La crisi può avere più esiti. Può essere un'opportunità per trovare un equilibrio nuovo, ad un livello superiore. Possiamo, ad esempio, imparare ad accettare le frustrazioni, capire che ci sono dei limiti, che siamo piccola cosa rispetto alla potenza della natura. Possiamo, insomma, fare un passo avanti: come uomini, come donne e come esseri umani".

 

"Oppure possiamo fare un passo all'indietro. Entrare ancora più in crisi, avere reazioni di tipo depressivo, oppure aggressive. A noi la scelta".

 

E poi aggiunge: "Una volta non c'erano gli strumenti che abbiamo oggi e, quindi, si tolleravano di più le separazioni e le assenze. Ora facciamo fatica. La distanza, ad esempio, per chi è stato separato da questo lockdown, è faticosa, certo, ma non è drammatica (lo è per un bambino piccolo nei confronti di un genitore). È un allenamento che siamo poco abituati a fare. Ma dobbiamo trovare le strategie per farlo. Sicuramente quella della separazione, della lontananza è una delle sfide più difficili che ci troviamo ad affrontare. Le persone sono costrette a stare lontano. Ma dobbiamo ricordarci, e ricordarcelo sempre, che l'uomo è adattabile, che abbiamo le risorse per superare queste prove. Ci sono state generazioni che hanno affrontato due guerre mondiali, poi gli anni '60 e il boom economico. Le competenze si sviluppano anche affrontando le prove che la vita ci mette davanti. Stringiamo i denti e ricordiamoci che le risorse le abbiamo, e ce la faremo".

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