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Coronavirus, chi ha paura del 4 maggio? La psicologa: "Temiamo quello che aspettiamo perché recupereremo la libertà ma perderemo le nostre sicurezze"

Il 4 maggio segnerà un allentamento delle restrizioni. Roberta Bommassar, presidente dell'Ordine degli psicologi di Trento: "Sono paure irrazionali, certo ma questi mesi hanno introdotto un cambiamento epocale perché, in questo caso, ognuno di noi ha un potenziale traumatico nei confronti degli altri. Questa è la differenza rispetto ad altri eventi traumatici come terremoti e catastrofi naturali. Così come noi possiamo essere pericolosi per gli altri, gli altri lo possono essere per noi".

Di Arianna Viesi - 26 aprile 2020 - 19:21

TRENTO. "Questa emergenza sta avendo un impatto importante su tutta la popolazione. E' bene avere nei confronti di questo evento un atteggiamento realistico libero da drammatizzazioni o banalizzazioni". Così Roberta Bommassar, presidente dell'Ordine degli psicologi, che aggiunge: "Le indagini del Consiglio nazionale dell’Ordine fornisce alcuni dati importanti. Il disagio psicologico è aumentato, infatti, e il 31% degli italiani dichiara un netto peggioramento delle condizioni psicologiche sia per le restrizioni ma anche per il possibile peggioramento delle condizioni economiche. E' all’interno di questo contesto che poi possiamo approfondire la lettura dei diversi fenomeni, come ad esempio il diverso impatto del Covid-19 sulle varie categorie di cittadini".

 

Una data, una sola data, che cambierà il mondo (il nostro, perlomeno): 4 maggio. Da settimane si discute, in attesa dell'ufficialità, del giorno (tanto atteso) che segnerà un allentamento delle restrizioni che hanno cambiato le nostre vite negli ultimi due mesi.

 

Lo stesso premier Giuseppe Conte qualche giorno fa, dalla propria pagina Facebook, ha annunciato che, per il 4 maggio, si sta lavorando ad una "riapertura graduale e sostenibile", dettata da un programma articolato e scrupoloso. Vigeranno ancora regole stringenti, per evitare che la curva dei contagi torni a crescere. “Per la fase 2 - ha sottolineato Conte - non possiamo affidarci all’improvvisazione, l’allentamento delle restrizioni avverrà in maniera graduale. Abbiamo messo al primo posto la tutela della salute dei cittadini, possiamo essere fieri di come stiamo affrontando questa durissima prova” (QUI ARTICOLO).

 

Se, dunque, il 4 maggio segnerà il primo passo di un lungo percorso che ci condurrà - ancora non è dato sapere quando - a conquistare una (nuova) normalità, in questi ultimi giorni di isolamento pare emergere (non di rado) un certo timore per quella data.

 

Ciascuno di noi, in queste settimane, ha disegnato il proprio conto alla rovescia. C'è chi aspetta il 4 maggio per riabbracciare le persone che ama, chi per fare una passeggiata, chi per sentirsi, semplicemente, più libero. Eppure molti - ed è un sentimento che affiora da più parti, soprattutto sui social -, pur aspettando con ansia quel giorno, paradossalmente ne hanno paura.

 

"In questi giorni, molte persone vivono sentimenti contrastanti che oscillano tra attesa e paura - spiega Roberta Bommassar, presidente dell'Ordine degli psicologi di Trento -. In psicologia, questo tipo di meccanismo va sotto il nome di "ambivalenza". Si tratta della convivenza, apparentemente incoerente, di due sentimenti contrapposti".

 

"Integrare sentimenti contrapposti - continua - è un obiettivo che, in uno sviluppo psicologico sano, si raggiunge facilmente. Le faccio un esempio. L'ambivalenza è un sentimento comune nella rappresentazione che ci facciamo degli altri. Sappiamo, per esempio, che la persona che amiamo ha dei pregi ma anche difetti. Saper contenere questi aspetti contrapposti  è segno di maturità. Scindere le cose, invece, vedere tutto bianco o tutto nero è, solitamente, un atteggiamento immaturo".

 

Del 4 maggio si ha paura per svariati motivi. Innanzitutto perché il futuro che ci si prospetta, il tanto agognato "poi" non ha, ad oggi, una forma precisa. L'incertezza spaventa tutti, chi più chi meno. Viviamo in una società votata al controllo (quasi ossessivo) di ogni aspetto della vita. Difficilmente si riesce a far pace con il pensiero che certe cose, semplicemente, prescindono dal nostro volere. Ma non solo. Del 4 maggio si ha paura anche perché in queste settimane le mura di casa sono state un porto sicuro, quasi una campana di cristallo che ci ha aiutato a lasciare all'esterno fantasmi e paure.

 

"La normalità che tanto ci è mancata, e ci manca, - spiega Bommassar - viene desiderata e temuta al tempo stesso secondo uno schema comportamentale ambivalente. In un certo senso è come se, con il 4 maggio, recuperassimo la libertà ma perdessimo le nostre sicurezze. È questo, del resto, che ci ha aiutato a sopportare l'isolamento: abbiamo perso le nostre libertà ma abbiamo guadagnato sicurezze".

 

"L'emergenza - continua - ci ha costretti ad una regressione, a tornare indietro. La vita sociale è la vita verso cui siamo spinti, ma comporta anche una fatica. Confrontarsi con gli altri, vivere le relazioni è faticoso. Pensi allo sforzo che devono fare le persone più timide nel relazionarsi agli altri. Il lockdown è come se ci avesse portato ad una condizione sociale precedente, di maggior dipendenza da un contesto di sicurezza: la nostra casa. Tutte le regressioni implicano una certa fatica, poi, a ripartire".

 

La cosa, infatti, che distingue questa (nuova) paura da quelle cui siamo abituati è che, questa volta, ciò che ci spaventa può assumere i lineamenti di una persona cara, del signore che incontriamo per caso al supermercato, della ragazza dell'ufficio postale. Il coronavirus, come non era mai successo fino ad ora, ci fa avere paura degli altri. 

 

"Sono paure irrazionali, certo - commenta la psicologa - ma questi mesi hanno introdotto un cambiamento epocale perché, in questo caso, ognuno di noi ha un potenziale traumatico nei confronti degli altri. Questa è la differenza rispetto ad altri eventi traumatici come terremoti e catastrofi naturali. Così come noi possiamo essere pericolosi per gli altri, gli altri lo possono essere per noi".

 

"Il coronavirus - conclude Bommassar, che ama definirsi (non a torto) 'inguaribile ottimista' - ha cambiato il Dna delle relazioni.  Ma l'uomo, si ricordi sempre, è l'animale più adattabile. Le specie animali vivono, e vivono soltanto, in determinati ecosistemi (non troverai mai un orso polare all'equatore e una zebra in Artide). Gli uomini, invece, hanno colonizzato tutti i continenti, si sono adattati a tutte le condizioni ambientali. L'uomo, insomma, si adatta e si è sempre adattato. Sono convinta ci adatteremo anche a questo". 

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