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"Storie dalla quarantena": ecco la prima lettera del contest che "crea memoria" ai tempi del coronavirus

Nella prima lettera di "Storia dalla quarantena-Lettere ai tempi del coronavirus", Antonella Balistreri racconta il suo risveglio in una mattinata quasi primaverile. Il canto degli uccellini, nella città deserta, attiva i suoi pensieri, subito andati alla figlia che studia in Lombardia e al padre malato nella casa di riposo

Pubblicato il - 18 marzo 2020 - 17:03

TRENTO. Nell'ambito dell'iniziativa “Storie dalla quarantena-Lettere ai tempi del coronavirus” lanciata da Arci del Trentino e che conta ildolomiti.it come media partner, riportiamo una delle prime lettere giunte all'indirizzo trento@arci.it. Il progetto punta, alla conclusione dell'emergenza, a raccogliere i migliori racconti, lettere, disegni e fotografie, su storie nate dall'esperienza della quarantena forzata a cui ci costringe l'emergenza sanitaria in atto, con lo scopo di “creare memoria” della situazione eccezionale che stiamo vivendo. Il tutto verrà raccolto in un ebook. Partecipare è facile e qui trovi tutte le informazioni utili.

 

Lettera di Antonella Balistreri

 

18 marzo 2020

 

Mi sono affacciata alla finestra, non ci sarebbe nulla di strano se non fossero le cinque del mattino. L’unico rumore che si sente è il canto indisturbato degli uccellini che hanno fatto il nido sugli alberi del parco sotto casa. Indisturbati cantano alla primavera, eh già, fra qualche giorno sarà primavera.

 

Non riesco a dormire, ma non mi sento stanca. Sono cambiati tutti i miei ritmi, se mi verrà sonno potrò dormire più tardi, niente sveglia alle sei, nessuna corsa in tangenziale, niente lavoro, fortunatamente sono in ferie forzate e resto in casa. Non c’è in giro nessuno, l’aria fresca è pulita anche qui, in città, il silenzio fa affiorare i pensieri che in questi giorni non mi lasciano mai. Mia figlia studia a Milano, ma abita a Bergamo, non la vedo da un mese, da quando questo incubo è iniziato. Anche prima della zona rossa, quando le avvisaglie del contagio erano evidenti solo in Lombardia, non ha voluto venire a casa, per salvaguardare la salute di tutti, noi genitori, i nonni, gli zii, gli amici. Ha continuato a raccomandarci di uscire di casa solo per necessità, mentre ancora noi non avevamo la percezione della gravità del contagio. Ogni giorno una videochiamata, così, per vederci, per constatare che tutto va bene, per dirci che un altro giorno è passato lasciandoci indenni.

 

Questo virus mi ha tolto anche un’altra libertà, quella di vedere mio padre.

 

Mio padre ha 92 anni compiuti il 12 marzo per la prima volta senza di noi, vive in casa di riposo e ha l’alzheimer. Da due anni tutti i pomeriggi mia madre, che di anni ne ha 82 lo andava a trovare, stavano insieme. La malattia in questi anni ha fatto il suo corso, ormai non ci riconosce più, ma spesso affiora ancora l’uomo allegro che era una volta, specialmente quando sente la musica. La piccola casa di riposo è diventata la nostra seconda famiglia, gli ospiti e i loro familiari, gli operatori, ormai ci si conosce tutti ed ora ci si conforta a vicenda. All’inizio dell’emergenza la direzione ha deciso, applicando correttamente il decreto ministeriale, di vietare l’ingresso ai parenti, è stata la prima a farlo. Per tutti non è stato facile, ma per questa decisione, che per alcuni inizialmente è sembrata eccessiva, sarò sempre riconoscente, perché sino ad oggi non c’è nessun contagio e se ce ne saranno non saranno certo imputabili alla mancanza di prevenzione.

 

Intanto Giovanni, così si chiama mio padre, sta bene, e durante le videochiamate che gli operatori fanno, sorride a mia madre ed è felice nel suo mondo, ignaro del virus e della pandemia, tutto sommato in questa occasione possiamo persino dire che è una fortuna non si renda conto della reale situazione.

 

Vengo distratta dai miei pensieri da un rumore in strada, ecco qualcuno che non ha ancora capito che deve stare in casa; sono quasi le sei, inizia ad albeggiare, un paio di runner non rinunciano alla corsetta mattutina, staranno pensando che è presto, che non c’è in giro nessuno, che non c’è nulla di male, la tentazione di urlare “state a casa” è forte, ma sveglierei i miei vicini. Chiudo la finestra facendo un profondo respiro, quasi a voler sentire fino in fondo l’aria pulita nei polmoni, quasi a voler sentire fino in fondo che “andrà tutto bene”.

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