Contenuto sponsorizzato

Tra il Dolomiten, il raduno di Trento e i manifesti, i pan-tirolesi piangono i 100 anni in Italia. Obermair: "Ideologia e oscurantismo"

In occasione del centenario dell'annessione formale del Tirolo del Sud all'Italia, sono state diverse le manifestazioni sul territorio regionale. Tra il titolo del Dolomiten ("il giorno più triste"), il raduno in piazza Duomo a Trento con tanto di corona di spine e la campagna di manifesti della Südtiroler Heimatbund, non sono certo mancate le espressioni di dolore per "un'ingiustizia durata 100 anni". Lo storico sudtirolese Hannes Obermair: "Operazione propagandistica irritante"

Di Davide Leveghi - 11 ottobre 2020 - 05:01

TRENTO. “Queste iniziative sono dimostrazione di una lettura del passato profondamente ideologica, vandeistica e oscurantista. Non c'è alcun supporto dei fatti storici, ma solo l'espressione di fallimento, istupidimento e accecamento istituzionale”. Non le manda a dire, lo storico e senior researcher dell'Accademia europea di Bolzano Hannes Obermair. La coincidenza nella giornata del 10 ottobre, centenario dell'annessione formale del Tirolo del Sud all'Italia, di diverse manifestazioni e iniziative tirolesi in Trentino-Alto Adige non è certo materia che lasci gli storici insensibili.

 

Sotto la lente la lettura del passato, l'uso pubblico e politico della storia, declinato in una regione da sempre crocevia di culture e da una storia novecentesca decisamente tribolata. Nello specifico, tre sono gli elementi che lo storico bolzanino riunisce in un solo fenomeno: la campagna di manifesti lanciata dalla Südtiroler Heimatbund per denunciare “un'ingiustizia durata cent'anni”, il titolo del principale quotidiano di lingua tedesca dell'Alto Adige in cui si parla del “giorno più triste della storia” e la manifestazione con cui piazza Duomo ha visto avvicendarsi sotto a una corona di spine in metallo diversi interventi di nostalgici dell'Impero.

 

Tutte queste tre iniziative usano lo stesso registro – commenta Obermair – un discorso di tipo conservatore e cristiano, che almeno così si autoproclama. In realtà, il tentativo di sacralizzare e cristianizzare un avvenimento storico è blasfemo. Osceno, direi, visto anche che un giornale come il Dolomiten viene lautamente finanziato dallo Stato italiano. La narrazione che si fa, dunque, è quella insostenibile del vittimismo. Il 1920 non rappresenta altro che una tappa, la tappa finale, di un percorso che comincia con la sconfitta degli Imperi centrali in una guerra che scatenano loro. I trattati di Versailles e Sain-Germain sono pertanto le conseguenze di azioni politiche e militari scellerate”.

 

“Se è vero che il confine del Brennero non viene sancito con un plebiscito, come richiesto dalla popolazione di lingua tedesca, dobbiamo inserirlo in un contesto più ampio, con altre minoranze in giro per l'Europa che subiscono la stessa sorte – prosegue – il trattato di Versailles, tra l'altro, viene ratificato dal Parlamento austriaco. La proclamazione dell'annessione, avvenuta il 10 ottobre 1920, non rappresenta altro che la chiusura”.

 

Di quell'evento, quindi, cosa rimane a 100 anni di distanza? “Fu un trauma per la popolazione di lingua tedesca e anche per parte di quella trentina. D'altronde si erano perse in un sol colpo la guerra e la madrepatria. La sconfitta fu doppia. Tornarci sopra adesso, però, dimostra una certa tendenza al vittimismo. Si iberna la storia, dimenticando tutto ciò che è avvenuto dopo. Lo status del 1920 è ampiamente superato dai trattati internazionali successivi, come quello di Parigi del 1946, dall'internazionalizzazione della questione sudtirolese all'Onu negli anni '60, dallo Statuto d'autonomia del 1972. Operazioni come queste non sono altro che un travisamento conscio di tutto ciò, una mossa propagandistica palese e per questo irritante”.

 

Di contro alle parole usate dal presidente della Provincia di Bolzano Arno Kompastscher, che ha invitato nei giorni scorsi a superare ogni rivendicazione nazionale per guardare all'obiettivo europeo, la destra tirolese (ben più corposa in Alto Adige, più sparuta in Trentino) ha invece sfoderato il solito armamentario vittimista. “100 anni fa: il giorno più triste del Tirolo”, titolava la prima pagina di un giornale che ogni anno gode, assieme al monopolio regionale di cui fa parte, di milioni e milioni di denaro da Roma.

 

“Non mi sorprendono le parole di Kompatscher, che da parte sua rappresenta però un elemento più in disparte, almeno su questi temi, dell'Svp attuale. L'elemento forse più illuminato. È giusto allora enfatizzare ciò che dice e ciò che non dice, considerando il fatto che al Dolomiten, più vicino alle posizioni del grosso del partito, il presidente della Provincia non piaccia particolarmente. Ogni occasione è buona per criticarlo. Ma d'altronde il giornale si spaccia per antifascista e poi porta avanti ogni giorno un pensiero provincialotto e sciovinista, in cui chi la pensa diversamente viene offuscato e criticato. Così funzionano i monopoli”.

 

Anche a Trento, però, non è mancata occasione per assistere alla “parata” revanscista e nostalgica. Sotto la Torre Civica, infatti, campeggiava tra bandiere e mascherine tirolesi una grande corona di spine a simboleggiare la sofferenza di un popolo diviso. Anche nel capoluogo trentino, così, faceva capolino un simbolo divenuto celebre nelle manifestazioni pantirolesi del secolo scorso, non prive di conseguenze politiche e di tensioni diplomatiche.

 

E' una farsa, un gesto vuoto – incalza lo storico bolzanino – nel 1959 questa corona fece la sua prima apparizione all'interno delle celebrazioni hoferiane. Nel 1984, in una fase molto delicata, quando ancora Ein Tirol metteva le bombe e l'Msi diveniva il primo partito di Bolzano, la sua sfilata per le vie di Innsbruck alimentò la piccola guerra fredda italo-austriaca. La grande tragedia del 1809, pertanto, si ripete come farsa e poi farsetta in maniera ciclica”.

 

Accompagnata da una citazione da via cruciis (“et milites imposuerunt capiti eius (et hominum) coronam de spinis), l'uso della corona non è certo un gesto neutro. È una vera e propria sacralizzazione della propria sofferenza identitaria, l'ammantare una questione politica di un'aura religiosa. “E' blasfemia, perché si usa il massimo simbolo della sofferenza di Cristo per la politica. Una commedia dell'arte politica”, aggiunge netto Obermair.

 

Tra Trento e Bolzano si alimenta così quell'immaginario in cui si salda la rivendicazione di un'ingiustizia con la lotta armata del terrorismo sudtirolese. I riferimenti in piazza non mancano, l'organizzazione che lancia la campagna di manifesti proviene invece proprio da quel background di detenuti politici ed ex bombaroli che sconvolse l'Alto Adige – producendo la reazione militare dello Stato italiano.

 

La tentazione complottistica si congiunge alle forze estremiste – continua – così si parla di verità rimosse deliberatamente dall'Italia e riportate a galla, oltre a una memoria dei terroristi alimentata da commemorazioni e petizioni (in questi giorni la Süd-Tiroler Freiheit ha chiesto in Consiglio provinciale la grazia per i terroristi, ndA). Sono poche in questo caso le differenze fra la destra di lingua tedesca e gli austriacanti trentini che vogliono ancora il Grande Tirolo. Se in Trentino, però, parliamo di frange marginali, a Bolzano la questione è più delicata. Gli Schützen sono una lobby capillare, molto radicata anche tra i giovani”.

 

Di giovani, in piazza a Trento, ce n'erano decisamente pochi. Lo scarto generazionale dimostra pertanto quanto popolari possano essere le posizioni espresse dal centinaio di persone presenti in piazza Duomo sabato 10 ottobre. “Se in Trentino sono marginali e visti come folkloristici, in Alto Adige pretendono di essere una forza politica e lo sono. Questo atteggiarsi a 'Giovanna d'Arco' è in realtà un discorso che fa acqua da tutte le parti”.

 

Nel giorno del centenario, in conclusione, sarebbe meglio seguire le parole scritte dal presidente dell'Anpi altoatesina Guido Margheri. “Ricordiamo le tante vittime dei nazionalismi e delle dittature e i tanti costruttori di pace e convivenza che nel corso dei decenni, nonostante le diversità, hanno saputo, mattone dopo mattone, costruire la positiva realtà attuale”. Lasciamo dunque perdere le nostalgie dell'Impero o gli elogi ai terroristi. Lasciamo pure perdere gli estremismi opposti che cadono sovente nella provocazione tirolese sfoderando l'armamentario del più becero nazionalismo italiano (spesso di matrice fascista).

 

La cosa mirabile, a cent'anni di distanza, è semmai che l'Alto Adige, anche se avrebbe potuto, non si è trasformato in una nuova Irlanda del Nord”, conclude il ricercatore di Eurac.

Contenuto sponsorizzato
Ultima edizione
Edizione ore 19.30 del 16 settembre 2021
Contenuto sponsorizzato
Contenuto sponsorizzato
In evidenza
Cronaca
16 settembre - 20:13
Trovati 26 positivi, nessun decesso nelle ultime 24 ore. Registrate 19 guarigioni. Sono 20 i pazienti in ospedale, di cui 1 ricoverato in [...]
Economia
16 settembre - 20:55
Dopo le parole del rettore Flavio Deflorian ora è stata  spedita al presidente della Provincia di Trento una lettera aperta in cui si [...]
Cronaca
16 settembre - 20:26
I dati pubblicati da Fondazione Gimbe confermano l'efficacia dei vaccini nel ridurre decessi (96,3%), ricoveri ordinari (93,4%) e in terapia [...]
Contenuto sponsorizzato
Contenuto sponsorizzato
Contenuto sponsorizzato