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30 settembre 1967, Trento nella scia delle bombe. L’attentato alla stazione, tra terrorismo sudtirolese e strategia della tensione

Il 30 settembre 1967 la segnalazione di una valigetta sospetta da parte di alcune passeggere dell’Alpen express Monaco-Roma spinge due membri della Polfer ad allontanarla dal treno. Nel tentativo di aprirla, la valigia deflagra uccidendo sul colpo Edoardo Martini e Filippo Foti. Non era la prima volta che Trento finiva al centro di trame criminali del genere, così come i treni, divenuti tristemente noti per alcune delle più efferate stragi degli anni ’70 e ‘80

Di Davide Leveghi - 30 settembre 2021 - 11:38

TRENTO. L’eco della tremenda deflagrazione di Cima Vallona (QUI l’articolo) era ancora presente quando il gesto di Filippo Foti ed Edoardo Martini salvò la vita di decine di persone, tra le pensiline e i treni della stazione di Trento. Le due guardie della polizia ferroviaria, insospettite dalla valigia abbandonata in uno scompartimento dell’Alpen express Monaco-Roma, avevano preferito prelevarla ed allontanarsi, così da poter svolgere i controlli del caso in sicurezza.

 

Certo non sapevano, i due, che quella valigetta verde, lasciata sul treno da un misterioso uomo, celasse un contenuto mortifero. Travolti dall’esplosione, scattata nel tentativo di aprirla, Foti e Martini persero la vita. Sarebbero state le ultime due vittime della “guerra delle bombe” scatenata dai separatisti sudtirolesi.

 

La matrice sudtirolese, appunto, fu la prima pista indicata dagli inquirenti. Il 25 giugno di quello stesso anno, il 1967, un’ingegnosa trappola tesa alle forze di sicurezza italiane nel Comelico (in provincia di Belluno) aveva ucciso ben quattro militari, ferendone gravemente un altro. Norbert Burger, asceso a leader della principale sigla terroristica sudtirolese, il Bas (“Fronte di liberazione del Sudtirolo”), non aveva tardato a promettere nuovi attentati.

 

Le sue parole, rilasciate spavaldamente ai media austriaci e tedeschi, quella volta provocarono l’insperata reazione del governo di Vienna, fin a quel momento piuttosto condiscendente con gli irredentisti tirolesi. Cima Vallona aveva infatti sconvolto i rapporti già piuttosto tesi fra Roma e la capitale austriaca, le trattative per l’autonomia rischiavano pertanto di naufragare contro lo scoglio della violenza.

 

Condannato per reati d’opinione, Burger finiva così per un breve periodo in carcere. Stessa sorte capitava a Peter Kienesberger, altro importante volto del separatismo sudtirolese. Le bombe, da quel momento, cominciarono a farsi sentire più raramente: tre furono gli scoppi nel ’68, tre nel ’69, uno nel ’70 e tre nel ’71. Poi, il silenzio fino al 1978.

 

D’altro canto, il boato delle bombe, di lì a breve, si sarebbe udito in città ben più importanti e popolose. Mentre il Paese, da nord a sud, veniva travolto dall’onda della Contestazione – che aveva uno dei suoi centri proprio a Trento, ospite della Facoltà di sociologia (QUI un approfondimento) – il 12 dicembre 1969 s’apriva ufficialmente la stagione delle stragi (noi de il Dolomiti ci abbiamo dedicato diversi approfondimenti, disponibili QUI).

 

La responsabilità della strage di Milano, come di molte altre fino alla stazione di Bologna (2 agosto 1980, QUI l’articolo), era addebitabile all’eversione nera. Per impedire che le forze di sinistra arrivassero al potere, si diceva negli ambienti atlantisti ed in settori dello Stato, si doveva alzare il livello di tensione sociale, preparando il terreno a eventuali soluzioni autoritarie.

 

Attorno alle stesse “deflagrazioni sudtirolesi”, dunque, cominciarono ad emergere non pochi sospetti. L’Alto Adige degli anni ’60 aveva infatti ospitato alcune delle più oscure figure della seguente strategia della tensione, militari, estremisti ed agenti segreti poi comparsi nelle cupe trame dell’eversione. Secondo una testimonianza rilasciata dal generale Amos Spiazzi, al tempo capitano dell’esercito impegnato nella controguerriglia in Alto Adige, il 20 agosto del ’61 due guastatori italiani erano stati trovati intenti a minare un traliccio. Attorno all’episodio, ad anni di distanza, il controverso personaggio – rimasto “impigliato” nelle indagini sul “golpe Borghese” del 1970 – avrebbe detto: “Sono fermamente convinto che anche in Alto Adige si voleva, me ne sono accorto allora per la prima volta, creare un determinato clima di tensione”.

 

L’Alto Adige, dunque, come ricostruito in sede storiografica finì per trasformarsi in un vero e proprio laboratorio, in cui testare le strategie messe successivamente in pratica nel resto del Paese. Il pericolo, nondimeno, non era più di tipo etnico, bensì politico, e per sconfiggerlo non ci fu scrupolo a rivolgersi all’estrema destra.

 

Proprio sull’attentato della stazione di Trento del 30 settembre 1967, non a caso, i sospetti ricaddero anche su Franco Freda, neofascista padovano legato ad Ordine nuovo e indicato da più parti come responsabile della strage di Piazza Fontana. Nella sentenza che lo scagionava dall’accusa di aver piazzato la bomba sull’Alpen express, il giudice del Tribunale di Trento scrisse: “Dalla complessa e contraddittoria messe di elementi si evidenziano inquietanti spunti accusatori a carico del Freda, che però non si cristallizzano in concreti elementi di colpevolezza che giustificano la formale imputazione”.

 

Altre volte la stazione di Trento era stata obiettivo degli attentati: il 20 ottobre del 1961, quando il terrorismo sudtirolese cominciava a rialzare la testa dando avvio ad una recrudescenza delle esplosioni, una bomba scoppiava nel deposito bagagli del capoluogo, fortunatamente senza feriti né vittime. Peggio andava a Verona, dove una bomba lasciava sul terreno un morto e 19 feriti.

 

I treni, protagonisti già nella “stagione sudtirolese” tra attentati sventati, valigette recuperate in tempo e disinnescate e lanci di molotov, sarebbero divenuti oggetto privilegiato delle vili bombe fasciste. Tra i numerosi episodi, quelli più tragici furono certamente la strage di Gioia Tauro (22 luglio 1970, 6 morti e 72 feriti, ad opera di un commando neofascista per commissione del “Comitato d’azione per Reggio capoluogo”), dell’Italicus (4 agosto 1974, 12 morti e 44 feriti) e di Bologna (2 agosto 1980, 85 morti e 200 feriti). Venuta meno la “strategia della tensione”, l’orrido vizio del tritolo sui treni sarebbe divenuto appannaggio della criminalità organizzata, che il 23 dicembre 1984 replicava le dinamiche dell’attentato all’Italicus – facendo esplodere l’ordigno in una galleria per provocare più morti – uccidendo 16 persone e ferendone 267.

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