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Cento anni fa nasceva il Partito comunista italiano. Flores: "Fu il sintomo dell'incapacità socialista di capire cosa stava accadendo"

Il 21 gennaio 1921 il Partito socialista italiano, riunito a Livorno per il XVII Congresso, si spaccò. Una componente fuoriuscita fondò il Partito comunista d'Italia, forza che avrebbe segnato la storia del '900 italiano. Quella rottura fu però anche il sintomo della difficoltà a leggere il presente, con il fascismo che l'anno successivo avrebbe preso il potere. Lo storico Marcello Flores: "Nel momento in cui serviva maggiormente unità, ci si frantumò sulla rivoluzione. Ma la prospettiva rivoluzionaria era scomparsa"

Di Davide Leveghi - 20 gennaio 2021 - 19:17

TRENTO. Ciò che avvenne il 21 gennaio 1921 avrebbe avuto conseguenze determinanti sul '900 italiano; non solo per gli effetti immediati, che indebolirono l'unità socialista dopo i tumultuosi mesi delle agitazioni operaie, ma soprattutto per quelli a lungo termine. Il corteo uscito cantando l'Internazionale dal Teatro Goldoni di Livorno, dove si erano riuniti tutti i delegati del Partito socialista italiano per il XVII Congresso, avrebbe infatti dato vita ad uno degli indiscussi protagonisti della lotta antifascista e della Repubblica nata dalla Resistenza.

 

Il Partito comunista d'Italia nacque nelle sale del Teatro San Marco. Consumata la rottura con la maggioranza del partito, contraria all'espulsione della componente riformista invocata dal Comintern (la Terza Internazionale), i delegati si alzarono dall'aula e confluirono in un altro teatro cittadino. Si inaugurava così il I Congresso del partito, dando avvio ad una storia conclusa il 12 novembre 1989, quando l'eco della caduta del Muro di Berlino portò alla “Svolta della Bolognina” e alla conversione dal comunismo alla socialdemocrazia.

 

“L'evento del 1921, così come la storia del comunismo, sono ormai terminati da diversi anni – esordisce lo storico Marcello Flores, autore assieme a Giovanni Gozzini de 'Il vento della rivoluzione. La nascita del Partito comunista italiano' (2021, Laterza) – quest'ultima infatti si può dire si sia conclusa tra il 1989 e il 1991, nonostante la sussistenza del Partito comunista cinese. È una storia che ha avuto la sua traiettoria nel XX secolo, dunque”.

 

Ma cosa comportò la scissione di Livorno? “Ci sono due motivi di interesse per parlare di questo evento – continua – uno ha una rilevanza mediatica e ha a che fare con quanto il comunismo italiano sia stato diverso e con delle caratteristiche proprie rispetto ad altri Paesi. Nel secondo caso, come io e Gozzini abbiamo voluto fare da storici, c'è invece l'analisi del come mai sia avvenuta questa rottura nel 1921, quando le prospettive rivoluzionarie erano ormai tramontate in tutta Europa ed erano in ritirata perfino in Russia. Perché è avvenuta questa spaccatura dell'unità socialista in Italia, dove la prospettiva rivoluzionaria, se c'era mai stata, è ormai scomparsa?”.

 

“A determinarla ci sono il peso e l'eredità della guerra e della Rivoluzione d'Ottobre. È quest'ultima però a contare di più nella considerazione dei delegati, non la guerra e le sue conseguenze. Gli effetti immediati si prolungano per qualche anno, con l'effettiva espulsione della componente riformista. Nel momento in cui sarebbe servita di più l'unità dei socialisti si è dimenticato il dato della realtà degli effetti della guerra, litigando e frantumandosi sul tema della rivoluzione, quando la rivoluzione non è più possibile”.

 

Scemata la stagione tumultuosa del Biennio Rosso, il movimento operaio si sfalda di fronte all'effimera prospettiva rivoluzionaria, perdendo il polso della situazione del Paese. Nazionalismo e fascismo stanno infatti sfruttando l'onda lunga del conflitto, canalizzando le straordinarie energie messe in motto dalla guerra e dalla gravissima crisi economica e sociale che ne è seguita.

 

“L'elemento più grave che sfugge in questi momenti ai delegati socialisti sono gli effetti della guerra – spiega Flores – la spaccatura sulla Rivoluzione d'Ottobre impedisce di comprendere e capire ciò che stava per avvenire. Il legame del Pci con l'Urss, nondimeno, rimarrà anche nel secondo dopoguerra, quando però le cose cambiano”.

 

Nel movimento comunista tale scelta non verrà mai rinnegata, nonostante la perdita di forza di fronte al montante fascismo provocata dalla divisione. “L'unico a fare autocritica è Antonio Gramsci, che comunque all'interno del partito mantiene una posizione un po' isolata e autonoma. La sua grandezza risiede anche in questo. Nessuno poi dirà mai che la scissione di Livorno sia stato un errore. Anzi, Livorno è considerata la ragione della forza del Pci nel secondo dopoguerra, un elemento di rivendicazione. Ci fu qualcuno che parlò di superare la scissione, come Amendola, ma mai di rinnegarla. Questo infatti avrebbe significato dare ragione a Turati”.

 

Eppure, affermare che la scissione di Livorno abbia determinato la vittoria del fascismo è un sillogismo a cui Flores non si spinge. “Non credo che anche senza scissione il Partito socialista italiano sarebbe stato in grado di distruggere il fascismo. Al suo interno, infatti, sono pochissime le figure attente ai cambiamenti in atto in Italia. Il fascismo è considerato come un'arma della borghesia, ogni forza al di fuori dei socialisti è un nemico. C'è una profonda incomprensione della realtà e dell'origine della forza di nazionalismo e fascismo in quel momento”.

 

“Se dunque la scissione di Livorno può essere considerata una tragedia, perché porta alla divisione del movimento operaio, dall'altra non possiamo vederla come la causa di ciò che accadrà in Italia, ma semmai il sintomo dell'incapacità dei socialisti di comprendere cosa stava accadendo”, conclude.

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