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Coronavirus, è allarme dispersione scolastica: 34mila studenti a rischio. La psicologa: “I giovani si sentono abbandonati dagli adulti e hanno ragione”

Uno studio condotto da Save the children porta alla luce tutte le difficoltà legate alla didattica a distanza con il rischio che aumenti in maniera importante la dispersione scolastica. Il 65% dei giovani però è convinto di pagare in prima persona per l’incapacità degli adulti di gestire la pandemia. La presidente dell’Ordine degli psicologi di Trento: “Hanno ragione, anche nell’apprendimento c’è una dimensione di piacere che viene svilita dalla didattica a distanza”

Di Tiziano Grottolo - 06 gennaio 2021 - 05:01

TRENTO. Impreparazione, debiti, connessioni lente o assenti e la fatica a concentrarsi dietro uno schermo sono questi alcuni dei principali ostacoli che si frappongono fra i giovani studenti e la didattica a distanza. Da un’indagine condotta Ipsos per Save the Children, su un campione di adolescenti tra i 14 e i 18 anni, emerge un quadro preoccupante: il 28% degli intervistati sostiene che almeno un compagno di classe avrebbe smesso di frequentare le lezioni. Tra questi stessi studenti, un quarto ritiene che siano addirittura più di 3 i ragazzi che non partecipano più alle lezioni.

 

“Soprattutto nei ragazzi che faticano ad approcciarsi alla scuola o che avevano difficoltà a sostenere il confronto e la competizione, il lockdown può contribuire a rinforzare le difese che adottavano in precedenza spingendoli però a isolarsi ancora di più”, spiega Roberta Bommassar, presidente dell’Ordine degli psicologi di Trento. “Il problema – sottolinea l’esperta – sarà recuperarli”. Secondo Bommassar anche fenomeni sociali come l’hikikomori (quando dei soggetti arrivano a vivere livelli estremi di isolamento) possono aggravarsi negli adolescenti per via dell’impossibilità di relazionarsi di persona con il resto della classe.

 

Infatti, quello della dispersione scolastica è solo uno dei problemi legati alla Dad che, a quanto pare, ha un impatto negativo anche sulla preparazione. Più di uno studente su tre (35%) si sente più impreparato rispetto a quando andava a scuola in presenza e il 35% quest’anno deve recuperare più materie dell’anno scorso. Quasi quattro studenti su dieci dichiarano di avere avuto ripercussioni negative sulla capacità di studiare (37%). Gli adolescenti dicono di sentirsi stanchi (31%), incerti (17%), preoccupati (17%), irritabili (16%), ansiosi (15%), disorientati (14%), nervosi (14%), apatici (13%), scoraggiati (13%).

 

La principale valvola di sfogo in questi casi è rappresentata dalla famiglia, almeno per il 59% degli intervistati. Il 38% dei giovani invece si confronta con gli amici ma oltre il 20% si tiene per sé questo fardello e non ne parla con nessuno. In base ai dati raccolti, Save the Children stima che circa 34mila studenti delle scuole secondarie di secondo grado potrebbero aggiungersi entro fine anno ai dispersi della scuola (che per il Ministero dell’Istruzione si aggirano già attorno ai 112mila). Quindi se le stime si rivelassero corrette quasi 150mila alunni potrebbero abbandonare gli studi prima di completarli.

 

C’è un altro aspetto però che dovrebbe far riflettere, i giovani intervistati da Save the children si sentono esclusi dalle scelte per il contrasto alla diffusione del Covid, che li hanno visti penalizzati nell’interruzione delle attività scolastiche in presenza: il 65% è convinto di pagare in prima persona per l’incapacità degli adulti di gestire la pandemia, il 43% si sente accusato dagli adulti di essere tra i principali diffusori del contagio, mentre il 42% ritiene ingiusto che agli adulti sia permesso di andare al lavoro, mentre ai giovani non è permesso di andare a scuola.

Credo abbiano ragione – afferma Bommassar – gli adolescenti, pur essendo fra le categorie più danneggiate dal lockdown, sono sempre poco citati e quando vengono nominati spesso è per criticarli perché visti un po’ come dei privilegiati. Sono stati considerati meno ma penso che siano fra quelli che stanno soffrendo di più questa situazione”. La presidente dell’Ordine degli psicologi prende come esempio i più piccoli: “Elementari e scuole dell’infanzia in pratica hanno potuto mantenere la frequenza scolastica, agli adolescenti invece, che pure sono quelli che avrebbero più bisogno dei compagni, questa possibilità non è stata concessa. Se vogliamo – aggiunge l’esperta – il compito evolutivo degli adolescenti è quello di transitare dalla famiglia all’autonomia, è in questa fase che il gruppo dei pari ha la funzione di sostituire il vuoto creato dall’assenza dei genitori dai quali si è spinti ad allontanarsi”.

 

In questa fase chiave della crescita dove, per usare una metafora molto diffusa in psicologia, il compito dell’adolescente è quello di “uccidere” il genitore la relazione con l’altro è fondamentale. “Bene, per gli adolescenti ‘l’altro’ – evidenzia la psicologa – è rappresentato dal gruppo dei pari, dagli amici, dai compagni di classe con cui si discute del mondo, della politica e del futuro. Tutti aspetti che con la Dad vengono meno o sono resi più difficili. C’è poi un aspetto che riguarda l’uso del corpo, negli adolescenti la dimensione corporea è centrale, la scuola infatti non è solo il luogo dell’apprendimento ma è anche quello dove si intessono relazioni”.

 

Bommassar porta l’attenzione anche su un altro fattore, che spesso è sottovalutato: “L’apprendimento, in generale, è un fattore gruppale. Non è che si impara in modo individuale, la dimensione del gruppo, della classe, è centrale per la creazione di un pensiero. Imparare in gruppo in presenza per potersi confrontare è una dimensione assolutamente diversa da quella imposta dalla Dad. Anche nell’apprendimento c’è una dimensione di piacere che viene svilita dalla didattica a distanza”. E quest’ultimo è senz’altro un aspetto che emerge con forza dall’inchiesta di Save the children.

 

Stanchezza (31%), incertezza (17%) e preoccupazione (17%) sono i principali stati d’animo che hanno dichiarato di vivere gli adolescenti in questo periodo, ma anche disorientamento, apatia, tristezza e solitudine. Solo un ragazzo su 4 (il 26%) pensa che in futuro le cose “torneranno come prima”, la stessa percentuale ritiene che “continueremo ad avere paura”, mentre il 43% vede l’esperienza che sta vivendo come uno spartiacque che sdogana, anche dopo il vaccino, il fatto che “staremo comunque insieme in modo diverso, più online” (43%).

 

“Questi ragazzi stanno pagando un prezzo altissimo – conclude Bommassar – sono stati messi da parte e in più vengono accusati di non avere voglia di far nulla ma non è così, ormai si sta scoprendo che hanno voglia di andare a scuola e di imparare. Quando stimolati gli adolescenti mostrano inventiva, sono coraggiosi e sanno elaborare soluzioni anche per questo andrebbe creata una consulta dei giovani per ascoltare le loro esigenze. Forse, l’unica cosa che mi preoccupa dei giovani è a scarsa propensione a protestare, questo è un aspetto depressivo che può essere sintomo di scarsa speranza nel futuro e di questo dovremmo preoccuparci anche come adulti”.

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