Dalla strage di Capaci a Tangentopoli: quando nacque una Rete per combattere mafia e corruzione. Passerini: “C’era bisogno di rinnovare profondamente la politica”
Il 23 maggio 1992 una bomba lungo l’autostrada uccide il magistrato Giovanni Falcone. Di lì a breve la mafia ammazzerà anche il suo collega ed amico Borsellino, assestando un durissimo colpo alla lotta contro la criminalità organizzata. Sul fronte politico, intanto, un movimento eterogeneo era nato per scardinare la vecchia politica e rinnovare moralmente la società italiana. Vincenzo Passerini: “La Rete era in prima linea per un’Italia pulita ed onesta”

TRENTO. “Alla notizia dell’attentato, ricordo di aver provato un grande dolore per le vittime e un senso di incredulità. Pur essendo fortissimo l’attacco che la mafia stava conducendo contro lo Stato, non si pensava che potesse giungere a tanto”. Ricorda così, la strage di Capaci, Vincenzo Passerini. Figura centrale della cultura e della politica trentine, in quel maggio del 1992 era nel pieno dell’esperienza de La Rete, movimento per il rinnovamento formato proprio attorno alla “primavera di Palermo” di Leoluca Orlando.
La lotta alla mafia, che aveva nella parte settentrionale del Paese un suo corrispettivo nell’opposizione al capillare sistema di corruzione e malaffare, rappresentava una delle anime di quell’esperimento politico e culturale trasversale. E proprio per questo, la strage di Capaci – così come, successivamente, l’uccisione di Paolo Borsellino – furono colpi durissimi inferti ad una società civile vivace e desiderosa di porre fine al potere mafioso.
“Noi de La Rete eravamo in prima fila nel sostenere che la mafia fosse più potente di quanto non sembrasse – spiega – ma non si pensava all’eventualità che potessero eliminare le punte dell’antimafia, Falcone e Borsellino. Ricordo il clima di tensione ai funerali, l’emozione e la forte reazione della società civile palermitana. C’erano tantissimi giovani, che in molti casi si erano affacciati alla politica proprio grazie a La Rete. Volevano un’Italia più pulita ed onesta, rifiutavano di doversi piegare al padrino del caso ed erano desiderosi di far valere le proprie qualità, senza dover emigrare”.
Lo scoppio della bomba, allo svincolo autostradale di Capaci, in cui persero la vita il magistrato Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli uomini della scorta (Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro), è un colpo durissimo per tutti coloro che combattono la mafia. La guerra alla criminalità organizzata miete numerose vittime. Politici, giornalisti, uomini dello Stato cadono sotto i colpi di Cosa Nostra, mentre all’interno della stessa organizzazione la guerra fra bande provoca migliaia di morti.
L’esperienza de La Rete trova nel contrasto alla mafia uno dei suoi punti cardine. Da Sud a Nord. “Il problema della corruzione si intreccia con quello della mafia – racconta Passerini – anche nel nostro piccolo Trentino, che si voleva modello di buona amministrazione, la condanna del presidente della Provincia Mario Malossini dimostrava quanto il sistema dei partiti tradizionali, che aveva avuto il merito di ricostruire l’Italia, fosse andato ormai degenerando. La caduta del Muro di Berlino aveva dato un altro scrollone e di lì a breve ci sarebbe stata Mani pulite”.
“La Rete fu tra i pochi movimenti che denunciarono in anticipo il sistema che avrebbe portato a Tangentopoli – continua – se al Sud la scientificità del sistema di corruzione ha portato all’uccisione di Falcone e Borsellino, al Nord tale organizzazione sistematica trovava la sua forma nel malaffare. Le tangenti erano organizzate, gli appalti divisi. C’era un vero e proprio sistema, in cui nulla era lasciato al caso”.
In questo contesto, a cavallo fra gli anni ’80 e gli anni ’90, diverse esperienze confluiscono in un movimento nato per rinnovare profondamente la politica nazionale e locale. È un movimento trasversale, che percorre tutto un arco di forze progressiste, dalla sinistra della Democrazia cristiana alla Nuova sinistra, dai Verdi al movimentismo cattolico sociale.
“Tutto nasce nel capoluogo siciliano con la cosiddetta ‘primavera di Palermo’ – prosegue – per la prima volta in una giunta comunale si mettono assieme forze trasversali che superano lo schema delle vecchie divisioni ideologiche. È una giunta anomala. Da lì, il sindaco Leoluca Orlando, assieme a figure come Nando Dalla Chiesa, Diego Novelli, Letizia Battaglia, Claudio Fava, Carmine Mancuso, danno vita ad un soggetto capace di superare le separazioni della Guerra fredda. C’è chi viene da esperienze politiche disparate, ci sono i giovani che per la prima volta si affacciano alla politica. Tutti assieme all’insegna della lotta alla mafia, della costruzione di un nuovo sistema politico ed elettorale, di valori coma la pace, l’ambiente e la partecipazione dei cittadini”.
Nato con delle precise finalità, La Rete non punta ad entrare in un sistema di partiti profondamente in crisi, ma a rimescolare le carte, innestando valori che possano rinnovare la politica italiana. “E’ un movimento a termine, non un partito. Un movimento nato per creare nuove aggregazioni politiche, una transizione in vista della creazione di un nuovo soggetto di centrosinistra, che poi sarà il Partito democratico. La Rete punta dunque ad aprire una nuova strada in un momento in cui tutto è confuso”.
Ma qual è il ruolo del Trentino? “E’ uno dei luoghi determinanti. All’inizio degli anni ’80, infatti, nascono gruppi come quello legato alla rivista Il Margine o associazioni come la Rosa Bianca, all’interno dell’area cattolico-progressista. A Brentonico, ogni estate, convergono 3/400 persone da tutta Italia per frequentare la scuola di formazione politica della Rosa Bianca. Una sorta di controcanto al Meeting di Rimini, che nasce proprio in quegli anni. Il Trentino si pone quindi in un movimento minoritario ma di qualità, per rinnovare e costruire la politica del futuro”.
“Siamo nel pieno dell’involuzione degli anni ’80 – seguita Passerini – gli anni della politica del ‘cash’, dell’involuzione reaganiana e thatcheriana. L’Italia, dopo l’omicidio Moro, vive una realtà gelida, cinica, di crisi della Repubblica. Serve una voce di qualità e La Rete nasce proprio in questo contesto. Orlando viene in Trentino e trova nella Rosa Bianca una sponda nell’ambito del mondo cattolico e progressista. Nel marzo del ’91 viene fondata la sede di Trento, in via Belenzani, alla presenza dello stesso Orlando. Il movimento viene presentato ufficialmente a Roma e io sono tra i 30 presentatori del manifesto”.
“Dietro a quell’esperienza c’è un decennio di lavoro, di formazione politica e culturale. La ‘primavera di Palermo’ ha catalizzato i diversi gruppi che andranno a formare La Rete. Il movimento aggrega forze diverse e non a caso uno degli slogan è proprio ‘storie diverse per un progetto comune’. Si vuole dare vita ad una ricostruzione morale e di ideali politici”.
La storia del movimento è “breve ma intensa”. “In pochi anni abbiamo portato avanti una piccola rivoluzione, dando il nostro contributo. Nel ’91, all’elezione dei coordinatori regionali, vengo eletto a coordinatore per il Trentino-Alto Adige. Nel mentre sono anche all’interno del consiglio nazionale. Alle elezioni del ’92 riusciamo a eleggere un gruppetto di parlamentari, decisivo per la votazione di Scalfaro a presidente della Repubblica. In Trentino riusciamo a far eleggere Carlo Palermo, dopo che già aveva svolto il ruolo di sostituto procuratore in città, dirigendo delle inchieste su droga, mafia e traffico d’armi. Alla Procura di Trapani, Palermo subisce l’attentato in cui rimane gravemente ferito. In un’altra auto, muoiono invece due gemelli con la loro madre”.
“Palermo ha il desiderio di tornare a Trento e qui si candida con La Rete – spiega Passerini – con lui anche Paolo Prodi, a dimostrazione del credito che importanti personalità che hanno segnato la storia culturale del Trentino danno al movimento. Quest’ultimo sostituirà Palermo in Parlamento, dopo che questi si candiderà e verrà eletto alle regionali del ’93. In quell’occasione, anch’io entro in Consiglio provinciale, assieme a Gregorio Arena e Renzo De Stefani. I quattro consiglieri de La Rete arginano il boom della Lega, che in quell’occasione elegge diversi consiglieri”.
“Nel ’93 siamo in piena Tangentopoli e La Rete riesce a canalizzare il voto di protesta verso un indirizzo positivo, non razzista, non anti-italiano, come la Lega del tempo. Il movimento, in Trentino, prenderà poi una strada diversa rispetto a quello nazionale, in contrasto con l’impianto centralista che si vuole dare. Nasce Progetto Rete e nel ’98, in lista unica con Solidarietà e Ds, vengo rieletto in Consiglio provinciale. A livello nazionale, l’esperienza si conclude nella seconda metà degli anni ’90, mentre in Trentino, da Progetto Rete, nel 2001, nascerà Costruire comunità. Assieme alla componente non craxiana dei socialisti, nasce una realtà che è stata una bella presenza di cultura politica e partecipazione in provincia. La conclusione de La Rete è all’interno di un qualcosa di più ampio. Qualcosa di nuovo”.
A quasi trent’anni dalla strage di Capaci, dopo decenni di berlusconismo, politica e malaffare continuano tuttavia a procedere a braccetto. E anche nel piccolo e benestante Trentino si è allungata l’ombra inquietante della mafia. Una mafia che, però, non è quella sanguinaria e vistosa degli anni ’90, ma silenziosa e strisciante, tentacolare e infestante: la ‘ndrangheta (QUI e QUI gli articoli).
“A forza di dire, per anni, che la mafia in Trentino non esisteva, il risultato è che ce la troviamo in casa – conclude Passerini – ha ragione il procuratore di Trento quando dice che da noi la criminalità organizzata è presente e ben radicata, nel turismo come nel porfido. Se non si reagisce con fermezza e chiamando le cose con il loro nome, ci troveremo come la Lombardia, quarta regione in Italia per sequestri di beni alla mafia”.














