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Dall’autonomia da Mosca al compromesso storico, 37 anni fa moriva Enrico Berlinguer. Battaglie, sconfitte e lasciti di uno dei leader politici più amati in Italia

L’11 giugno 1984, dopo un’agonia durata quattro giorni, muore Enrico Berlinguer. Il segretario del Pci aveva impresso il suo marchio ad un’epoca, portando il partito a rompere con Mosca e a cercare il dialogo con la Dc. Ecco quali furono le principali battaglie (e i loro esiti) di cui fu protagonista

Di Davide Leveghi - 11 giugno 2021 - 15:29

TRENTO. “Le note dell’inno del Partito comunista Bandiera rossa salutano l’ingresso del leader scomparso e migliaia di persone scandiscono l’inno con il pugno chiuso”. Sono queste alcune delle parole con cui la voce nasale di Bruno Vespa racconta l’immensa manifestazione di cordoglio mostrato dal popolo comunista – e non solo – in un’assolata giornata del giugno 1984. Il commovente omaggio al segretario del Pci, morto a seguito di un ictus il giorno 11, fu trasmesso in diretta nazionale su Rai 1. Pochi, infatti, erano stati i funerali così partecipati e sentiti nella storia della Repubblica italiana.

 

Ci sono più di un milione di persone, quel 13 giugno 1984 in Piazza San Giovanni a Roma. Sul palco le delegazioni dei partiti comunisti di tutto il mondo, così come le più alte istituzioni dello Stato, dalla presidente della Camera Nilde Iotti a Francesco Cossiga, presidente del Senato, dal premier Bettino Craxi – fischiato – al presidente della Repubblica Sandro Pertini, acclamatissimo. La testa china, gli occhi pieni di lacrime, il “presidente partigiano” saluta con un bacio il feretro del “compagno” Enrico.

 

D’altronde, Pertini ne ha seguito gli ultimi momenti. Si trova a Padova anche lui, quando nel corso di un comizio in Piazza della Frutta in vista delle prossime elezioni europee, Enrico Berlinguer si sente male e si accascia a terra. Invitato dalla folla a lasciare il palco, il segretario comunista conclude il discorso prima di essere portato via, sorretto a forza. È il 7 giugno 1984. Entrato in coma, Berlinguer comincia una lunga agonia, conclusasi il giorno 11 con il decesso causato da una vasta emorragia celebrale. In tutti quei giorni, il presidente della Repubblica è al suo capezzale, facendogli continue e dolorose visite.

 

“Lo porto via come un amico fraterno, come un figlio, come un compagno di lotta”, dirà l’indimenticato socialista poco dopo il decesso di Berlinguer, insistendo affinché la salma trovi posto sull’aereo presidenziale in direzione della capitale. Lì, appunto, si consumerà l’ultimo grande saluto, tra la folla oceanica sconvolta dal dolore. La morte del segretario comunista, nondimeno, ebbe anche una “ricaduta elettorale”, trascinando il Pci ad uno storico risultato alle elezioni europee: per la prima e unica volta nella storia repubblicana, i comunisti superarono la Dc, imponendosi come partito più votato con il 33,3% dei voti.

 

Di fronte alle scene del funerale, a 37 anni di distanza, viene quindi lecito chiedersi il perché di tutto questo affetto. Cosa rappresentava e cosa ha rappresentato Enrico Berlinguer per i comunisti italiani? Nato a Sassari nel 1922 ed entrato giovanissimo nel partito, dal ’45 lavora nel comitato centrale prima a Milano e poi a Roma. Segretario generale della Figc, la Federazione giovanile comunista, Berlinguer ricopre importanti ruoli negli organismi del Comintern fino all’entrata nelle segreteria già nel 1957.

 

Eletto segretario nel 1972, succede al vecchio e malato Luigi Longo, dopo averlo accompagnato per diversi anni come vicesegretario. È una scelta naturale, quella del partito: Enrico Berlinguer ha la stoffa per divenire il leader e per guidare il Pci per molti anni. È giovane, conosce gli aspetti organizzativi e il funzionamento della macchina partitica, sa leggere ciò che accade nel Paese, ritagliando per il comunismo italiano un ruolo conforme alle sue peculiarità.

 

Salito alla segreteria del partito nel bel mezzo dell’era brezneviana – caratterizzata dall’irrigidimento e dall’abiura nei confronti della destalinizzazione inaugurata da Nikita Chruščëv – Berlinguer ha già avuto modo di dimostrare il suo atteggiamento critico nei confronti dell’Urss, punto di riferimento imprescindibile (assieme e in concorrenza con la Cina) di tutti i partiti comunisti del mondo.

 

Strenuo difensore della particolarità e dell’autonomia del Partito comunista italiano, consumerà in simboliche e decisive tappe la sua – e poi quella del partito – rottura con l’Unione sovietica. Nel 1964, a Mosca, assieme agli altri membri della delegazione italiana chiederà lumi sulla destituzione di Chruščëv, mentre nel 1969, di fronte ai comunisti di tutto il mondo, pronuncerà parole durissime sull’interpretazione del marxismo da parte dell’Unione sovietica. Pochi mesi prima, infatti, si era esaurita la tragica Primavera di Praga, con i carrarmati del Patto di Varsavia intervenuti nella capitale cecoslovacca per rovesciare il governo riformista del segretario Alexander Dubček.

 

Già segretario, nell’ottobre del 1973 rimane coinvolto in un incidente mentre è in visita in Bulgaria. Un camion militare colpisce a grande velocità la macchina in cui viaggia Berlinguer, uccidendo l’interprete e dei dirigenti del Partito comunista bulgaro. Ne esce ammaccato ma vivo. Negli anni seguenti, le voci sull’incidente si trasformano in voci su un fallito attentato del Kgb per eliminare il fastidioso e critico alleato dell’Urss.

 

La rottura, però, si consumerà solamente nel 1982. Agli albori dell’anno, dopo la dura repressione delle manifestazioni di piazza in Polonia, Berlinguer dichiara che la “capacità propulsiva di rinnovamento delle società che si sono create nell’Est europeo è venuta esaurendosi”. La crisi del sistema bipolare si è resa manifesta negli anni ’70 e l’Urss, così come gli Usa, non ha saputo rispondere che con l’imperialismo – la prima in Afghanistan, la seconda in Vietnam.

 

La soluzione individuata dal segretario del Pci è quindi alternativa sia al modello sovietico che alla socialdemocrazia europea. Libertà e comunismo, sostiene Berlinguer, possono convivere in una prospettiva che coinvolga non solo l’Italia ma anche altri importanti partiti comunisti dell’Europa occidentale. Nasce così il cosiddetto “eurocomunismo”, che in un sodalizio con i partiti comunisti francese, spagnolo e inglese, propongono una terza via per uscire dalla logica dei blocchi contrapposti.

 

Accanto a questa dottrina, Berlinguer dimostra la sua originalità indicando per il Pci una nuova strada da percorrere, quella del “compromesso storico”. In una serie di articoli, scritti a ridosso dell’osceno golpe di Pinochet in Cile, afferma che il Partito comunista italiano non possa proporsi di governare da solo, ma debba rivolgersi alla forza che per trent’anni ha guidato il Paese, finendo per produrre non poche distorsioni del funzionamento democratico, la Dc.

 

Per superare l’impossibilità di una sana alternanza democratica, dovuta al profondo anticomunismo del partito cattolico, ed il pericolo di una deriva autoritaria, Berlinguer si rivolgeva così alle correnti più progressiste della Dc, individuando in Aldo Moro la figura più incline al dialogo. L’omicidio del leader democristiano da parte delle Brigate Rosse, nel 1978, pose fine ad una breve stagione che aveva portato il Pci (al massimo) a sostenere esternamente un governo guidato da Andreotti.

 

Alla figura del segretario sardo, infine, si lega una battaglia destinata di lì a breve ad acquisire una grande attualità, quella sulla “questione morale”. Si era da poco verificato il devastante terremoto dell’Irpinia, quando il segretario del Pci Enrico Berlinguer pronunciò di fronte alla direzione, riunita in una sessione straordinaria, questo discorso: “Il Pci è ben consapevole che la vicenda tragica del terremoto, all’indomani delle risposte deludenti del governo di fronte alla catena di scandali, di deviazioni negli apparati dello Stato e di intrighi di potere, ha fatto emergere con estrema acutezza i problemi dell’efficienza, della correttezza e della moralità della direzione politica. Il Paese è profondamente colpito da questi comportamenti”.

 

“La verità – continuava – è che tutto ciò chiama in causa non semplicemente le responsabilità di uno o più ministri, o dell’attuale governo, ma un sistema di potere, una concezione e un metodo di governo che hanno generato di continuo inefficienze e confusioni nel funzionamento degli organi dello Stato, corruttele e scandali nella vita dei partiti governativi, omertà e impunità per i responsabili. La questione morale è divenuta oggi la questione nazionale più importante”. Con queste parole, Berlinguer accantonava definitivamente la strategia del “compromesso storico”.

 

Rappresentante dell’anima critica ed aperta al mondo del comunismo, il segretario del Pci si dimostrò nella sua vita politica abile nell’adattare l’analisi e la ricerca di soluzioni ai singoli contesti, sottraendoli alle rigidità dell’ideologia. La sconfitta dei suoi due principali “cavalli di battaglia”, il compromesso storico e l’eurocomunismo, non tolgono comunque a questa figura la grandezza da riconoscersi ai politici capaci, anche di fronte agli ostacoli, di aprire le ali e di spiccare il volo.

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