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Gli anziani abbandonati nella pandemia, Trabucchi: “La solitudine uccide, il Covid ha dimostrato che le Rsa sono indispensabili per la cura delle persone”

La pandemia ha messo a nudo le criticità del sistema per quanto riguarda la cura degli anziani, ma gli esperti sono convinti che entro 2050 circa 2 miliardi di persone avranno più di 60 anni. Trabucchi: “L’anziano fragile ha bisogni immediati sui quali si stratifica l’incertezza sul futuro sua e del caregiver. La crisi del Covid ci ha detto che in Rsa devono lavorare medici bravi e capaci”

Di Tiziano Grottolo - 04 April 2021 - 10:00

TRENTO. Entro 2050 circa 2 miliardi di persone saranno over 60, questa la conclusione a cui sono giunti alcuni studiosi e che, alla luce delle debolezze messe in evidenza dalla pandemia di Covid-19, apre molti interrogativi sul futuro della medicina. Il tema è stato affrontato da Marco Trabucchi, direttore scientifico del Gruppo di Ricerca Geriatrica di Brescia e presidente dell’Associazione italiana di psicogeriatria, ospite l’incontro organizzato dalla Fondazione Bruno Kessler e dall’Ordine dei medici trentini.

 

“Innanzitutto – afferma Trabucchi – bisogna considerare che l’invecchiamento è un fenomeno estremamente complesso e se non osserviamo la persona che invecchia dai mille punti che la caratterizzano non capiamo nulla”. Eppure, anche in medicina, si può riscontrare una certa mancanza di attenzione verso i problemi delle persone anziane che si somma alle criticità già presenti nella società ed esplose in maniera evidente durante la pandemia.

 

“Ci sono molteplici aspetti da considerare, come la crisi delle reti naturali, dalla famiglia al vicinato che si sono rotte da tempo. Qualcuno propone un ritorno alla società bucolica di un tempo ma sono scettico, perché non è realistico”. Un esempio concreto può essere rappresentato dalla scomparsa dei negozi di vicinato che spinge gli anziani a non uscire di casa e di conseguenza ne limita i movimenti, con effetti diretti sulla salute stessa. “Di fondo – prosegue il direttore scientifico che arriva a parlare anche di ageismo – c’è anche una cultura poco rispettosa della vita anziana, ma la solitudine uccide. Eppure durante la pandemia ci siamo trovati nella situazione di cercare delle ‘scuse’ quando abbiamo visto morire gli anziani e c’è stato un problema di fondo che riguarda la scarsa formazione che viene fatta per affrontare i problemi degli anziani”.

 

In sostanza la medicina si è trovata impreparata per gestire i ricoveri degli anziani durante la pandemia, un problema che esisteva già prima ma che si è aggravato nell’emergenza. Come evidenziato da Trabucchi, a fronte di molti “medici eroi”, la medicina a casa è stata caratterizzata dalla solitudine e più in generale da un sistema impreparato ad affrontare l’assistenza domiciliare. “Questo invece deve essere il nucleo fondamentale della ricerca di domani, sperando che ci siano investimenti adeguati. Continuiamo a parlare di deospedalizzazione e riduzione dei ricoveri in casa di riposo ma prima si deve migliorare l’assistenza alle famiglie, caregiver e il rapporto con i sistemi sanitari. Dopo si potrà pensare a ridurre le ospedalizzazioni e il ricorso alle Rsa. L’anziano fragile ha bisogni immediati sui quali si stratifica l’incertezza sul futuro sua e del caregiver, ma se dopo la pandemia torniamo al sistema di prima facciamo un grave errore dobbiamo ripensare l’organizzazione del sistema”.

 

Una riorganizzazione che passa attraverso la promozione di una nuova “cultura geriatrica” ma anche dalle case di riposo. “Le Rsa sono state prima assediate e poi abbandonate, ora stanno rivivendo ma si è trattato di un processo che è costato sofferenza e dolore per gli ospiti, i parenti e anche al personale di assistenza che è stato formidabile per la resilienza dimostrata. Per questo le Rsa diventano uno strumento indispensabile per la cura delle persone con bisogno di assistenza continua. Immaginare di assistere queste persone a casa significa imporre alle famiglie, quando ci sono, un ruolo che non possono avere. La crisi del Covid ci ha detto che in Rsa devono lavorare medici bravi e capaci di acquisire una forte capacità di cura delle fragilità e delle malattie che interagiscono tra loro”.

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