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Gli austriaci non sfondano tra Asiago, Vallarsa e Val Posina e allora gli italiani contrattaccano in Trentino. “Ma fu un diversivo per conquistare Gorizia”

Il 15 maggio 1916 le truppe austro-ungariche attaccano gli italiani in Trentino. L’offensiva, conosciuta dai più come la “Battaglia degli Altipiani”, non riesce a sfondare, trovando la tenace resistenza del Regio esercito. Sul fronte russo, intanto, il generale Brusilov attacca, costringendo gli imperiali a spostare delle divisioni. L’impeto dell’azione perde forza e tocca a Cadorna rispondere. Con un altissimo tributo di sangue, si preparano a questo punto le condizioni per la conquista di Gorizia

Di Davide Leveghi - 16 giugno 2021 - 11:14

TRENTO. Nell’enorme partita a scacchi che fu la Grande Guerra in Europa, nessun attacco venne lasciato al caso. Una volta contenuta l’Offensiva di primavera (QUI l’articolo), dalla metà di giugno del 1916 è il Regio esercito a prendere l’iniziativa in Trentino. Con perdite consistenti e illustri – nel luglio sono catturati sul Monte Corno gli irredentisti Cesare Battisti e Fabio Filzi, mentre Damiano Chiesa era già caduto in mano austriaca e fucilato – si cercava non solo di ributtare indietro gli austro-ungarici, ma anche di creare un diversivo perfetto per poter scatenare un decisivo attacco su Gorizia.

 

Al 16 di giugno del 1916, dunque, la situazione è questa: “Gli austriaci non sono riusciti a sfondare, nonostante siano avanzati fino ad Asiago, alla Valdastico, alla Val Posina. Si sono infilati in Vallarsa ma in generale l’attacco si è fermato in zone che, secondo i loro canoni, non sono atte alla difesa”, spiega Tiziano Bertè, esperto della Grande guerra in Vallagarina e collaboratore del Museo della Guerra di Rovereto.

 

“Il 16 giugno il Regio esercito attaccò sull'Altopiano di Asiago per far indietreggiare, almeno fino al Costone di Portule, l'esercito austro-ungarico. Qualche giorno dopo avrebbero attaccato sul Pasubio - continua - ma perché gli austro-ungarici non avevano proseguito e portato avanti l’offensiva? Il 4 giugno il generale dell’esercito zarista Brusilov ha scatenato un’offensiva sul fronte orientale, da cui gli austriaci avevano portato via truppe per attaccare in Trentino. La Russia, di fronte alla situazione favorevole e alle minori difese, sfondò facilmente il fronte austro-ungarico”.

 

“Ottenuti dei rinforzi da parte dei tedeschi, che inviano ad Est delle divisioni per contenere l’offensiva russa, anche l’Austria deve prelevarne alcune da spedire sul fronte orientale. Verso il 25 giugno, in virtù di questo, il fronte trentino-tirolese si accorcia. In Vallarsa gli austriaci si attestano fra Matassone e Cima Trappola, in Valdastico abbandonano Arsiero e si ritirano a Pedescala. In Valposina si attestano sulla sponda Nord del torrente, mentre ad Asiago sulla linea dell’Ortigara, Monte Chiesa e Monte Forno. Sul Pasubio, infine, la situazione rimane inalterata”.

 

Passato qualche giorno, tocca agli italiani attaccare. Inizia così una fase di continui scontri, di puntate, di “scaramucce”, con costi umani altissimi ma con conquiste minime. Da tempo, intanto, si è deciso di sferrare un attacco verso Gorizia. Attacco che nell’agosto 1916, dopo furiose battaglie, centrerà l’obiettivo. L’8 agosto la brigata Pavia entra nella città friulana.

 

Con la V armata l’Italia inscena una controffensiva, attaccando in diverse zone – racconta Bertè – in Vallarsa si occupano Cima Trappola e Matassone. L’atteggiamento offensivo, d’altra parte, serve per mascherare l’attacco sul fronte carsico-isontino. La VI battaglia dell’Isonzo, chiamata così dagli austriaci per indicare che il fronte rimaneva fermo al fiume, nonostante l’insistenza degli attacchi italiani, porta in agosto alla conquista di Gorizia”.

 

“E’ un grosso scacco per gli austro-ungarici – continua lo storico lagarino – i quali certo non si attendevano un attacco allestito in così poco tempo. In realtà i comandi italiani lo avevano preparato già dall’inizio del ‘16. Avevano studiato le carte, organizzandolo nei minimi dettagli. A luglio, intanto, si continua a combattere in Trentino. Sono scontri, ‘scaramucce’ continue che provocano moltissime vittime”.

 

Tale situazione, dunque, permette di comprendere quanto il fronte trentino-tirolese fosse in realtà secondario, marginale rispetto a quello orientale. Quanto Trieste, in sostanza, fosse obiettivo ben più raggiungibile della città di Trento, fortezza inespugnabile dominata da un sistema di fortificazioni gigantesco (QUI un approfondimento).

 

Il fronte trentino serve per coprire le spalle a quello isontino e non è un caso che l’obiettivo dell’Offensiva di primavera sia proprio quello di sfondare, penetrare nella pianura veneta ed isolare le truppe italiane a Est. Attaccare in Trentino è durissimo e, nonostante ciò, nella controffensiva non si risparmiano le truppe. L’artiglieria è stata persa o distrutta nella ritirata di fronte all’avanzata imperiale. L’apparato industriale, nel mentre, non ha ancora raggiunto il massimo della sua produttività, anche se le bombarde saranno ad esempio molto importanti nell’arrivo italiano a Gorizia”.

 

Più che una controffensiva organizzata, l’idea fu quindi quella di distrarre le truppe austriache da altri fronti, preparando l’attacco decisivo sul Carso. “E’ un insieme di scontri, non definibili organicamente come una battaglia. Si fa una puntata lì, una là, degli attacchi disarticolati. Al di là dei risultati sbandierati da stampa e propaganda, dal punto di vista strategico l’azione non porta a niente. Gli austriaci, da parte loro, avevano infatti capito che era impossibile difendere il tratto conquistato, tanto che lo abbandonarono”.

 

In Trentino, conquistato un monte ce ne sarebbe stato un altro – conclude Bertè – per questo il fronte fu secondario. Il sistema di fortificazioni è diffuso ed efficace, costruito in un arco temporale di quasi un secolo. Prima di buttarsi su questo fronte, Cadorna ci pensò quindi due volte. Sapeva infatti quali fossero la situazione delle difese austriache e quella dell’orografia del territorio”.

 

Il 27 luglio, a fronte di un tributo di sangue altissimo (la sola controffensiva italiana provocò oltre 57mila tra morti e feriti e oltre 14mila tra prigionieri e dispersi nel campo italiano, quasi 28mila fra morti e feriti e 25mila tra dispersi e prigionieri in quello austro-ungarico), il generale Pecori Giraldi mise fine a qualsiasi attacco. Si concludeva così la Battaglia degli Altipiani. 

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