"Sono queer e non me ne vergogno". Il coming out della campionessa mondiale di vela Zorzi: "Provo ancora disagio quando devo andare in bagno in luoghi pubblici"
Cecilia Zorzi, trentina 28enne, si racconta in un'intervista a cuore aperto, rispetto alla questione dell'orientamento sessuale anche all'interno del mondo dello sport: "Non mi riconosco nel sistema binario ed eteronormativo imposto dalla società. Più volte mi è capitato di sentire commenti, risantine e occhiatine su di me. La mia storia? Per far sentire le persone meno sole e meno sbagliate"

TRENTO. "Sono queer e non me ne vergogno. Ma ci sono ancora dei pregiudizi nel mondo dello sport". E' un coming out quello di Cecilia Zorzi, la trentina 28enne, campionessa mondiale di vela che parla, intervistata da il Dolomiti, sulla questione dell'orientamento sessuale, anche all'interno del mondo dello sport.
Cosa significa queer? "Queer è un termine ampio – dichiara - indica tutte le persone che non si riconoscono nel sistema binario ed eteronormativo imposto dalla società". Il mondo dello sport, e nel suo caso specifico quello della vela, non è immune da pregiudizi. "Più volte mi è capitato di sentire commenti, risantine e occhiatine su di me perché magari giravano voci che a me piacevano altre ragazze".
Zorzi, originaria di Trento, all'età di 15 anni si innamora di una ragazza per la prima volta. "All'inizio cercavo a tutti i costi di farmi piacere altri ragazzi - spiega -. Poi però ho cominciato a uscire con lei, e ho capito che mi rendeva felice. Non ho avuto subito il coraggio di dirlo alla mia famiglia, e aver mentito è stata la cosa che ci ha feriti di più. Stava andando tutto storto finché non ho scritto loro una lettera per raccontare la verità. Da quel momento è cominciato un percorso anche per loro perché ho cominiciato a coinvolgerli in tutto. Sono fortunata, mi hanno sempre supportata".

Poi a 19 anni arriva il trasferimento a Roma per entrare nella squadra di vela. "Finite le superiori mi sono spostata in una grande città, dove ho cominciato a vivere la mia dimensione con più serentità e la mia vita in modo veramente libero, sia dal punto di vista affettivo che relazionale".
"Sono state di grande ispirazione per me diverse veliste lesbiche delle generazioni precedenti – dichiara la campionessa affermata a livello internazionale - che mi hanno dato la forza di non sentirmi diversa o sbagliata. Avere di fronte delle 'giganti' come loro in un mondo molto maschile (e maschilista) mi ha aiutata".
Nella sua carriera sportiva ma anche a livello personale non sono mancati episodi spiacevoli che l'hanno fatta sentire nel posto sbagliato. "Sono sempre stata scambiata per un maschio fin da quando ero bambina - dice Zorzi -: avevo i capelli corti e odiavo le gonne. Ci sono stati giorni in cui avrei desiderato esserlo, perché pensavo che fosse più appropriato per qualcuno come me, che amava giocare con le bambole ma anche con i lego e a pallone. Crescendo ho capito invece che nel mio corpo ci stavo bene e che potevo fare entrambe le cose indipendentemente dal genere a cui sentivo di appartenere. Però ancora adesso provo qualche disagio quando devo andare in bagno in luoghi pubblici. Mi è capitato addirittura di non andarci per viaggi interi pur di non trovarmi in situazioni, capitate più volte, in cui mi viene fatto notare che 'non è il bagno degli uomini'. Stessa cosa negli spogliatoi delle palestre".
Bagni unisex? "Mi sentirei molto meno a disagio, per me potrebbe essere una soluzione valida. La distinzione tra i due generi ormai è un tema su cui io mi sto interrogando da anni. Ma io sto bene così, senza per forza essere incasellata". Ma gli episodi citabili sono infiniti, come quando in un celebre museo della Capitale "ho mostrato la mia carta d'identità, ma al controllo dei biglietti non ci credevano che io potessi chiamarmi Cecilia. O come al ristorante, usano il pronome al maschile per rivolgersi a me".
Ed è anche per questo che Zorzi sta promuovendo con il suo progetto sportivo "Cecilia in oceano" il coinvolgimento di donne, ancora troppo poche rispetto ai colleghi uomini: "Cerco il più possibile di incentivare la parità di genere - sostiene -, cercando di fare regate con donne e creare di conseguenza una rete femminile più ampia. Per le ragazze purtroppo ci sono meno possibilità di navigare, ma il talento non ha genere e io sto combattendo per dimostrarlo”.
La campionessa ricorda che "il mare è sempre stato dominato da uomini, anche da un punto di vista storico dai marinai, ai soldati ai pescatori". Per questo diventa ancora più necessario creare un networking femminile più ampio, "in un mondo maschile e maschilista in cui viene perpetrato un certo schema, anche inconsapevolmente". In poche parole se l'armatore è uomo "anche skipper e velista è probabile che lo siano".
Raccontare la propria storia è "rischioso", dice la velista, "ci rende vulnerabili e spesso espone ferite più o meno guarite". Quest'estate però arriva la svolta, quando viene chiamata come ospite al podcast Normal Queer. "Ho sempre pensato che la mia vita privata dovesse rimaere tale. Ma dopo questa puntata mi sono resa conto di quanto fosse importante e un dovere per me parlarne, e come mi ha suggerito un utente su Facbook nei commenti al podcast 'quando si parla di discriminazioni il privato non diventa pubblico ma diventa politico'".
Il perché quindi di questa storia? "Se mi sono aperta è perché penso che la mia testimonianza possa contribuire a far sentire le persone meno sole, e a sentirsi meno sbagliate. Non sarà il silenzio a cambiare le cose", conclude.













