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Una tempesta perfetta sul caffè, Illy a Il Dolomiti: "Il costo aumenterà. La produzione in crisi per la pioggia in Brasile e la siccità in Vietnam"

Dalla crisi climatica a quella del Mar Rosso, il mercato del caffè attraversa una fase difficile. Il presidente di Illy Caffè a il Dolomiti: "La produzione in laboratorio? Meglio l'agricoltura rigenerativa. La carne coltivata ha senso, mentre per il caffè abbiamo scelto un altro percorso"

Di Luca Andreazza - 26 maggio 2024 - 06:01

TRENTO. Una tempesta perfetta. La crisi climatica e quella del Mar Rosso hanno duramente colpito il mercato del caffè che affronta i problemi legati alla scarsità della produzione e ai trasporti più lunghi (e con il conseguente aumento dei costi). A preoccupare poi l'applicazione della legge contro la deforestazione approvata a Bruxelles. Sono tante le ombre che si allungano sul settore mentre all'orizzonte si affaccia la frontiera dei prodotti in laboratorio.

 

Il caffè è tra le bevande più consumate in tutto il mondo ma è anche una pianta delicatissima, coltivata in determinate condizioni ambientali in America Latina, Asia e Africa. Una coltura particolarmente a rischio in epoca di crisi climatica. 

 

La stima è che nel 2050 le zone di coltivazione del caffè potrebbero essere la metà di quelle attuali con conseguenze sulla produzione, la disponibilità e i prezzi. Dall'epidemia Covid al rialzo dei prezzi, il settore affronta ancora un periodo complesso. E' stato un anno nero nella produzione, si contano i danni nei due principali Paesi esportatori.  

 

"Si è verificata la combinazione di due eventi estremi: in Brasile c'è stato El Niño con piogge particolarmente intense, mentre in Vietnam la siccità", queste le parole a il Dolomiti di Andrea Illy, presidente di Illy Caffè e co-chair di Regenerative society foundation. "Quest'anno la produzione è stata particolarmente bassa. C'è poi il problema legato al Canale di Suez con i tempi e i costi del trasporto che si sono notevolmente alzati. Non è un periodo particolarmente semplice per la filiera". E per questo "i prezzi potrebbero aumentare perché la marginalità è in partenza particolarmente ridotta".

 

E in questo contesto di forte difficoltà si contesta la norma europea, approvata a Bruxelles, sulla deforestazione. In sintesi si vuole contrastare il disboscamento e il degrado forestale imputabili all'Unione europea per far spazio alle produzioni agricole. Una legge che però lascia perplesso l'imprenditore, che da sempre punta sulla sostenibilità e che guida l'unica azienda italiana tra le più etiche al mondo con l'inserimento nell'elenco World's Most Ethical Companies.

 

"L'obiettivo della norma è nobile e punta anche a tutelare la biodiversità", prosegue Illy nelle scorse ore a Trento per il Festival dell'Economia. "Ci sono però dei problemi enormi nell'esecuzione di questa norma che rischia di generare una crisi umanitaria. Il caffè è stato inserito in modo automatico ma ormai sono decenni che non si deforesta più per far spazio alle piantagioni. Il nodo maggiore è che gli esportatori devono assicurare sostanzialmente la tracciabilità di ogni singolo chicco".

 

Ancora però non ci sono gli strumenti. "La produzione è gestita da piccole e micro aziende agricole che non hanno la forza e i mezzi necessari per svolgere questa funzione e che rischiano di uscire dal mercato e cadere ulteriormente nella povertà. Gli esportatori poi dovrebbero aggiornare a mano un database con ogni singolo dato", continua Illy. "Le multe per un'eventuale mancata comunicazione arrivano fino al 4% del fatturato e ci sono 12 mesi per mettersi in regola: non c'è ancora il software e non ci sono indicazioni. Per il Green deal e le forti proteste del comparto c'è stata la marcia indietro e non si capisce perché in questo caso si dovrebbe andare avanti senza modifiche e senza ulteriori riflessioni".

 

Un grido d'allarme perché il 50% del mercato si basa sull'esportazione, l'Europa da sola pesa fino al 40% e i Paesi produttori, per la delicatezza delle piantagioni, non sono sostituibili.

 

"Si rischia di bloccare la filiera con un approccio di Bruxelles puramente normativo". prosegue Illy. "Il 20% del caffè resterebbe invenduto per l'impossibilità di rispondere alla norme per l'assenza di mezzi. L'80% delle famiglie impegnate nelle piantagioni oggi vivono sotto la soglia della povertà, con meno di 1.000 dollari all'anno. Se si ferma il motore si rischia una crisi umanitaria con le persone costrette a lasciare le loro terre già flagellate, come in Etiopia".

 

La crisi climatica potrebbe modificare, nuovamente, gli scenari e le dinamiche del settore con l'Africa che potrebbe tornare a recitare un ruolo da protagonista con la possibilità di sviluppare la coltura in altre aree.

 

"Il continente è stato penalizzato dall'avvento del Vietnam 25 anni fa. Il Paese asiatico è diventato rapidamente il secondo produttore mondiale nel 2002 quando ha inondato il mercato con una sovra-produzione di caffè. Quella situazione ha mandato i prezzi ai minimi storici con ripercussioni in Asia e in America Latina mentre l'Africa è rimasta indietro e non ha mai recuperato. Oggi potrebbe recuperare terreno a patto di modificare la legge europea".

 

Nel frattempo il continuo aggravarsi della crisi climatica ha spinto il Centro nazionale di ricerca finlandese a sperimentare il "caffè sostenibile", cioè coltivato in laboratorio, ma caratterizzato da gusto e odore confrontabili con quelli del caffè tradizionale.

 

"La ricerca e l'innovazione non devono essere fermati ma abbiamo scelto un'altra strada e non investiremo in questa direzione", evidenzia Illy. "Il percorso è quello del miglioramento delle pratiche agronomiche e del rinnovamento delle piantagioni. L'agricoltura rigenerativa, che è replicabile su micro e macroscala, permette di adattarsi e mitigare le ripercussioni della crisi climatica".

 

Un cambio di paradigma che avviene, per esempio, in Colombia, il terzo Paese produttore. Negli ultimi anni, infatti, la produzione di caffè ha iniziato a calare ma sono stati intrapresi degli interventi per adattarsi alle nuove condizioni di coltivazione.

 

L'agricoltura rigenerativa prevede un equilibrio tra superficie, coltura e costi. "Le piantagioni devono essere rinnovate ogni 10/15 anni, soprattutto in Africa ci sono piante che risalgono all'epoca coloniale: sono più cagionevoli e meno produttive", dice Illy. "In Colombia c'è una programma nazionale per puntare l'agricoltura rigenerativa con un investimento di mezzo milione. Abbiamo le conoscenze e le tecniche, la risorsa scarsa è il denaro e servono aiuti a livello internazionale".

 

Un abbattimento dei costi per rendere i Paesi produttivi più competitivi e aumentare le marginalità, oggi troppo basse. Prima del laboratorio però, "c'è una fase intermedia. Si può produrre in serra. L'obiettivo in generale deve essere mantenere la biodiversità della produzione perché ogni zona ha il suo gusto, puntare sulla qualità, alzare i prezzi, migliorare le marginalità, troppo basse, e i redditi dei Paesi esportatori". 

 

Discorso diverso invece sulla carne prodotta in laboratorio. "L'agricoltura raggiunge il 50% della superficie e ormai è stato raggiunto il limite. La crisi climatica abbassa inoltre la produttività. L'eccesso riguarda le proteine animali, inserite anche nell'Organizzazione mondiale della sanità raccomanda un consumo massimo di circa 500 grammi di carne rossa a settimana e di evitare la carne lavorata. Da qui al 2050 la dieta deve essere riequilibrata e la carne in laboratorio può avere benefici sul contrasto alla povertà e alla fame, ma anche sullo spreco alimentare", conclude Illy.

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