Dall’Italia agli Usa: 55 anni di storia per la ditta che ha posato marmi nel mondo. Il titolare 'Dino' Della Vecchia: "Ogni anno dico che smetto, però mi piace il mio lavoro"
Nel 2026 ha compiuto 55 anni di storia e Il Dolomiti è andato a farsela raccontare: si tratta della D.V.B. di Col di Cugnan, il cui titolare Bernardo “Dino” Della Vecchia continua a posare piastrelle e marmi sulla soglia dei 77 anni e si racconta tra "burocrazia, concorrenza industriale e mancanza di operai"

PONTE NELLE ALPI. “Sono appena rientrato dalla Germania: ero a vedere il Bayern Monaco. Continuo sì a lavorare, ma ho tante passioni, in più ho contatti ovunque e ho sempre avuto a che fare con bella gente: l’unico rammarico è non aver studiato musica, mi sarebbe piaciuto suonare uno strumento”.
Bernardo “Dino” Della Vecchia compirà 77 anni ad aprile e la sua ditta, D.V.B. di Col di Cugnan, specializzata nella posa di piastrelle, marmi e pietre naturali, nel 2026 ha tagliato il traguardo di 55 anni di storia. Il Dolomiti è andato a trovarlo per farsela raccontare.
Della Vecchia è infatti in pensione da quasi 20 anni e giura di essersi “preso tutte le soddisfazioni” che poteva. “Ogni anno - prosegue - dico che smetto, però mi piace il mio lavoro e avere a che fare con le persone. Non sono uno che scende a compromessi: evito lo scontro, ma non cambio il mio carattere per far contenti gli altri”.
Ci mostra le sue passioni, tra cui il calcio e le foto con Roberto Baggio e Francesco Totti, il ciclismo, la micologia, il giardinaggio, la montagna e le barche. In tutto ciò, l’azienda sembra quasi il corollario di una vita sempre in movimento: com’è nata?
“La aprii - spiega - il 12 febbraio 1971 con mio fratello Gianluigi, poi morto in un incidente stradale. Dopo aver studiato in una scuola professionale, ho fatto 7 anni di apprendistato ad Arsiè. Ho iniziato a lavorare a 14 anni smettendo con la scuola, ma mi sono difeso lo stesso: avevo imparato le basi, ma il grosso lo si apprende sul campo”.
E qui la prima riflessione sui tempi che cambiano. “Oggi c’è poca manodopera - ammette - e avremmo bisogno di persone qualificate. Il lavoro però non si improvvisa, invece molti lo fanno senza essere all’altezza: ci vogliono infatti anni di apprendistato con un datore che sa lavorare. In più, le grandi aziende assorbono la manodopera rimasta: io ho sempre avuto dai 3 ai 6 dipendenti, ma ultimamente lavoro molto a chiamata e non è questione di stipendio, quanto di agevolazioni e orari migliori che una piccola azienda non può garantire. Inoltre, bisogna adattarsi alle esigenze del cliente: io faccio di tutto e se chiamano me è perché sanno cosa offro. Ad esempio, il mercato oggi propone lavori di ristrutturazione di opere di 50 anni fa: bisogna saperci mettere mano”.
Anche Dalla Vecchia, quindi, conferma quanto sapevamo: pensano la mancanza di lavoratori e la concorrenza con le realtà industriali (qui una testimonianza). Oltre alla burocrazia. “Nel 1971 - aggiunge - era facile aprire una ditta, mentre negli anni la burocrazia si è fatta pesante: servirebbe una persona dedicata solo alle scartoffie e io fortunatamente mi appoggio ad Appia Cna Belluno e al commercialista, altrimenti non potrei più lavorare”.
In questo mezzo secolo abbondante di storia, l’azienda bellunese si è comunque fatta conoscere nel mondo: Della Vecchia ha lavorato in Italia (confessa che il lavoro più bello fu per una villa in Sardegna), con commesse per Ferrovie dello Stato ed Enel, ma anche Germania, Austria, Francia, Svizzera e Stati Uniti. “Ho fatto anche l’entrata della casa americana di Claudio Del Vecchio - racconta con orgoglio - con un bellissimo mosaico di marmo. Ancora oggi mi manda gli auguri ogni anno”.
Infine la famiglia, con tre figli e quattro nipoti: qualcuno prenderà il testimone?
“Non credo - risponde - ma non è un problema. Partiamo col dire che ho avuto due genitori splendidi, che mi hanno insegnato l’educazione, e questo è stato fondamentale nel lavoro perché di carattere sarei istintivo. Fino al 1990 ho comunque lavorato con i fratelli più giovani, Matteo e Franco, che poi hanno aperto le loro ditte individuali anche se tuttora collaboriamo. I miei figli, invece, tranne un aiuto nel periodo scolastico, hanno preso altre strade: erano portati per altro, e un po’ credo abbiano visto che il lavoro è faticoso. Però sono fortunato, perché hanno fatto strada nei loro ambiti. La mia azienda, invece, morirà quando smetto io”.
Intanto c’è ancora un altro anno, ma dubitiamo sarà l’ultimo. “Ho voluto parlare di questo traguardo - conclude - per una gratificazione personale, ma non ho bisogno di pubblicità. Sto bene, mi sono preso le soddisfazioni con le persone che contano e da anni lavoro senza preventivi perché la gente mi chiama fidandosi di me e questo mi basta".











