Dopo 90 anni chiude la storica ditta che ha 'costruito' il territorio, dagli acquedotti alle scuole: "Carenza di personale e burocrazia, spero per i giovani che la situazione cambi”
Fondata nel 1934 dal nonno Raffaele, la ditta “Mattia Beniamino & C” chiude i battenti: Il Dolomiti ha incontrato l’ultimo titolare dopo tre generazioni di imprenditori: il racconto dal boom negli anni Sessanta all’arrivo della Zanussi, dalle opere che oggi la ditta lascia al territorio fino alla scelta di chiudere definitivamente

BORGO VALBELLUNA. “Spero che la situazione cambi: non per me, ma per voi giovani”. Si chiude con una punta di amarezza la storia di una ditta che ha lasciato il segno sul territorio costruendone letteralmente pezzi di vita e che ora ha dovuto cedere il passo, come tante altre, all'avanzare delle circostanze.
Dopo oltre 90 anni, la ditta “Mattia Beniamino & C. snc” chiude i battenti: Il Dolomiti ha incontrato l’ultimo di tre generazioni di imprenditori per farsi raccontare la storia. “Fu mio nonno Raffaele a fondarla nel 1934 - racconta Raffaele Mattia, oggi 70enne, che di quel nonno porta il nome - e poi passò in mano a mio padre Beniamino e infine a me. Mio figlio Igor, invece, ha lavorato con noi l’ultimo periodo”.
Un’impresa edile che “si occupava un po’ di tutto - ripete con orgoglio -. Abbiamo lavorato con tutti gli enti della provincia, tranne le ferrovie, e fatto acquedotti, briglie, sistemazione delle scuole, ristrutturazioni edilizie, manutenzioni stradali e, da 24 anni, il 90% delle manutenzioni per il Comune di Belluno”. Negli anni, accenna a diversi lavori fatti: i tetti di Villa Zuppani, il caveau delle Poste di Feltre, i solai delle scuole di Lamon, il rifacimento della condotta fognaria di Falcade, la palestra delle scuole di Sedico e l’adeguamento sismico e l’ascensore di quelle di Limana, ma anche ampliamenti di cimiteri e piazze.
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“In famiglia - prosegue - abbiamo imparato il mestiere direttamente in azienda. Il nonno partì per conto suo, poi l'attività si allargò ai parenti perché all’epoca ci si aiutava l'un con l’altro. Nel tempo si sono ampliati all’esterno, soprattutto con mio papà subentrato nel 1957: all'inizio degli anni Sessanta avevamo circa 60 dipendenti, poi nel ‘66 siamo scesi a una ventina".
La carenza di manodopera non è infatti un tema nuovo. A seguito del disastro del Vajont, arrivò in provincia Aspera, che crebbe rapidamente diventando Zanussi Elettromeccanica tanto che, come scrive Andrea Ferrazzi ne Il futuro ad alta quota, “tra gli anni Ottanta e Novanta i parcheggi, per quanto estesi, non riuscivano a contenere le auto dei lavoratori”. Anche Raffaele ricorda quegli anni: “Avevamo il cantiere a Lamon - afferma - ma non c’era molto lavoro. Poi aprì Zanussi e assorbì tanti operai: addirittura molti rientrarono dalla Svizzera per andare in fabbrica, mentre altre aziende perdevano personale”. Nel 1970, infatti, la ditta contava solo 18 dipendenti e quattro anni dopo chiese il passaggio dal settore industriale a quello artigiano, cui è rimasta fino ad oggi.
Qualche ricordo della sua esperienza? “Ho iniziato a 10 anni - risponde sorridendo - accompagnando mio papà in cantiere e sostanzialmente facevo dispetti. Però era anche un modo per fare qualcosa: togliere chiodi dalle tavole, portare sigarette agli operai, accendere il fuoco per scaldare il cibo. Tutti lavoretti che facevo nel periodo estivo, quando la scuola chiudeva. Poi ho preso l’azienda e dopo il matrimonio, nel 1980, io e mia moglie, che era entrata in società, abbiamo girato in cerca di appalti: il lavoro non era molto e la concorrenza tanta, ma siamo andati avanti pur dovendoci ridimensionare”.
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Fino a dicembre 2025, quando arriva la decisione di chiudere: lavoratori, negli ultimi anni, ne erano rimasti 4-5 e la mancanza di personale ha avuto il suo peso. “Ci siamo trovati - nota - senza una figura tuttofare e dotata di patente C, dopo che il nostro autista è passato a un’azienda pubblica. Inoltre, anche la burocrazia è opprimente, perché ti costringe ad avere un dipendente che sta in ufficio per occuparsi di carte e contabilità”.
Perché secondo lei questa carenza di personale in un territorio dove lavoro non manca? “Il problema più grosso - conclude - è che non si può competere con le grosse aziende. Il nostro ex autista, ad esempio, fa turni 5-13 con il pomeriggio libero: non penso sia questione di stipendio, ma di condizioni di lavoro che, per le piccole ditte come la nostra, sono difficili da concedere. Inoltre qui bisogna essere in grado di fare un po’ di tutto, dall’autista al manovale, e spesso nei giovani manca questa trasversalità”.
Oggi restano le foto e i documenti storici: un archivio custodito gelosamente dopo la ricostruzione dell’albero genealogico di una famiglia di geometri che ha contribuito a far crescere un intero territorio. "Spero cambi qualcosa", ribadisce oggi Raffaele. E davvero lo speriamo anche noi.











