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Giovanni, sei mesi su una panchina aiutato dalla Clarina a vivere. Ieri la visita dell'assessora Franzoia e si è riaccesa la speranza

La storia di Giovanni Favero dopo 36 anni di lavori ha avuto uno "sbandamento" dovuto prima a un lutto e poi alla fuga della seconda moglie. Perso tutto si è ritrovato in mezzo a una strada. In molti lo hanno aiutato con pasti e sostegno e ieri è arrivata l'assessora alle politiche sociali. Ora la speranza si chiama centro "Il Sentiero" 

Di Margherita Girardi e Luca Pianesi - 19 luglio 2017 - 13:26

TRENTO. Sei mesi su una panchina, dopo più di 35 anni di lavori alle spalle. Sei mesi senza un tetto dopo aver smarrito la rotta perché la vita non sempre va come dovrebbe andare e perdersi, in certe situazioni, può capitare, anche alla persona più forte. Sei mesi di albe, di piogge e di vento e di cibo donato dal buon cuore di brave persone che abitano nei palazzi attorno alla sua panchina. Ieri il colpo di scena: grazie all'impegno di Paolo Primon, comandante della compagnia Betta degli Schützen di Trento, e ad Adriano Preti, che hanno preso a cuore la vicenda, in via Gramsci, sulla panchina di Giovanni, è arrivata l'assessora alle politiche sociali Mariachiara Franzoia

 


 

Giovanni Favero, questo è il nome del 56enne che vive in Clarina sulla panchina di fronte al complesso di appartamenti dove abitava prima di essere licenziato e sfrattato, ha una vicenda travagliata da raccontare. ‘"Ho vissuto per molto tempo alla ‘Crosina Sartori’- racconta – ma vivo a Trento da sempre. Ho fatto le elementari in San Pio X e poi ho sempre lavorato". Giovanni, infatti, ha alle spalle una carriera lavorativa di 36 anni e mezzo e nel suo curriculum c’è un po’ di tutto: dal pizzaiolo all’operaio, dal cuoco al fabbro. Ha lavorato in noti ristoranti di Trento: dieci anni al ‘Forst’ e cinque alla ‘Vecchia Trento’, solo per citarne alcuni. L’ultimo impiego che ha avuto è stato alla ‘Dolomiti Energia’, dove ha lavorato per altri dieci anni. Poi qualcosa si è rotto: le difficoltà nella vita privata si sono sommate ad una vita che già non era stata clemente con lui.

 

Prima una moglie scomparsa per malattia all’età di ventisette anni. Poi la fuga della seconda moglie scappata portandosi via i figli. Da qui un momento di debolezza, un "tuffo" nell'alcool che gli è costato il posto di lavoro e, come una pallina su un piano inclinato, tutto è andato sempre più giù a fondo. I soldi non bastavano più per pagare l’affitto e gli sono state chieste le chiavi dell’appartamento. Gli è stato portato via il cane Dick ("al quale ero molto affezionato", spiega Giovanni che affrontando il tema non trattiene le lacrime) e il gatto Nerina. Così è iniziata la vita in strada, tre mesi trascorsi al dormitorio di piazza Venezia, ‘Il Sentiero' e altri dieci giorni in due strutture comunitarie dove ha fatto esperienze non proprio positive. "E che non rifarò - spiega ancora Giovanni - una notte sono arrivati i carabinieri per portare via un ragazzo. Lì c'erano drogati e alcolizzati. Io non mi sentivo al mio posto e sono scappato. Meglio una panchina che stare in certe situazioni". 

 

E così è arrivata via Gramsci e quella che è diventata la 'sua' panchina. "Questa è la mia casa - dice - quando piove mi metto sotto la pensilina degli autobus e sto lì. E durante la giornata vado in giro, cammino, incontro persone, parlo. Le mie cose le lascio qui e ci sono brave signore che dalla finestra controllano che non me le rubino, non me le portino via. Una volta due uomini si sono avvicinati e hanno provato a portarmi via i pantaloni, il giubbotto che metto la notte quando fa freddo e quel poco cibo che ho. Mi hanno chiamato e sono riuscito a scacciarli". Le poche cose che possiede sono appoggiate poco dietro la panchina, in buon ordine: una bottiglia di acqua minerale, una scatola di cereali, qualcosa per ripararsi dal freddo, una cassetta delle lettere fatta con una scatola di scarpe. 

 


 

Il vicinato, da tempo, gli si stringe attorno: le signore delle case di fronte, come detto, vegliano su di lui dalle finestre, portano pasti caldi e vestiti per cambiarsi, fanno il bucato, gli permettono di utilizzare i servizi igienici e gli portano le medicine quando ne ha bisogno. Una di loro gli ha offerto anche ospitalità in un appartamento, ma lui non ha accettato. Non vuole l’elemosina. Desidera trovare un lavoro e guadagnare il denaro necessario per acquistare un monolocale che sia frutto del suo impegno e non della pietà delle persone. "Accetto qualsiasi lavoro", afferma.

 

Da alcuni mesi della vicenda si sta interessando anche l’ex candidato sindaco e comandante degli Schützen, Paolo Primon e il suo amico Adriano Preti. I due hanno preso a cuore la sua storia e stanno facendo una campagna di sensibilizzazione. Insieme hanno aperto un conto in banca intestato a lui con il nome "Amici di Giovanni", dove chiunque lo desideri può dare una mano e contribuire con una donazione. E hanno cercato di coinvolgere anche l'amministrazione chiedendo di aiutarlo. In queste settimane qualche consigliere comunale si è fatto vivo (Renato Tomasi) e la presidente del consiglio comunale Lucia Coppola ha risposto ad alcune mail e messaggi. Ma fino a ieri nulla di più.

 

Poi la buona notizia: sul posto è arrivata l’assessora alle politiche sociali Mariachiara Franzoia. L'assessora, ieri, si è dimostrata capace e disponibile ed ha ribadito il suo impegno e quella dello stesso Comune di Trento per cercare di trovare una sistemazione dignitosa e un impiego a Giovanni. "Ci deve essere però un impegno reciproco - ha evidenziato Franzoia – e ci vorrà pazienza: le cose vanno fatte passo a passo. Nel centro 'il Sentiero' c'è un letto che aspetta Giovanni ed è così che, controllato e assistito, potrà ricominciare il suo percorso. Tutto subito non si può avere e non sarebbe giusto nei confronti di tanti altri che attendono e chiedono risposte. Ma se si riuscirà a rientrare al'interno di un progetto di reinserimento arriveranno anche un alloggio migliore e ad un impiego".

 

Insomma il primo passo è stato mosso. Ne mancano ancora tanti ma almeno una luce in fondo al tunnel, per Giovanni, adesso pare essersi accesa.

 

 

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