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Nereo Pederzolli lascia la Rai: "Vado in pensione". Dal Quotidiano Lavoratori alla tragedia di Stava, quarant'anni di giornalismo

Guru dell'agroalimentare lo storico giornalista trentino questa sera condurrà la sua ultima diretta radiofonica per il Gr (alle 18.45). "In 40 anni la professione è cambiata molto. Ai miei tempi si telefonava dalle cabine per dettare il pezzo al collega oppure si correva in ufficio a sviluppare il rullino"

Il giornalista Nereo Pederzolli
Di Luca Andreazza - 31 dicembre 2016 - 14:12

TRENTO. Un po' ricorda il Truman Show e l'indimenticabile battuta finale di Jim Carrey, "Buongiorno...e casomai non vi rivedessi, buon pomeriggio, buonasera e buonanotte!". Oggi un pezzo del giornalismo trentino si accinge a passare il testimone: "Stasera alle 18.45 condurrò per l'ultima volta il Giornale Radio e poi andrò in pensione, ma non appendo il microfono al chiodo", si prepara così Nereo Pederzolli prima di lasciarsi alle spalle l'esperienza ultra trentennale, in mamma Rai.

 

Nereo Pederzolli, classe 1953, ha vissuto da protagonista la scena del giornalismo e l'evoluzione della stampa. L'iconografia attuale lo vede come novello Indiana Jones in salsa trentina: carisma, cappello in testa e occhiali colorati, ma gli inizi sono stati, ovviamente, diversi come diversa era la professione del giornalista.

 

"Solo un aspetto è rimasto immutato nel tempo. Oggi come allora è la passione che spinge una persona a intraprendere la professione del giornalista. Nel mezzo il mondo si è capovolto. Oggi la tecnologia è venuta in soccorso del corrispondente, mentre allora era un vero e proprio campo di battaglia. Si telefonava dalle cabine per dettare il pezzo al collega oppure si correva in ufficio a sviluppare il rullino e poi attraverso il sistema telescrivente si inviavano le immagini ai quotidiani: guai a sbagliare i formati. Oggi le fotografie sulla stampa sono delle composizioni, allora si seguivano i cliché delle colonne". 

 

Muove i primi passi all'alba degli anni '70, terreno bollente delle contestazioni operaie e dei movimenti studenteschi.

 

"Ho sempre avuto l'idea di fare il giornalista e il fotografo, spinto dalla curiosità. Ho sempre considerato stimolante raccontare i fatti di cronaca, ma soprattutto volevo essere protagonista e non semplice spettatore dei principali avvenimenti. La mia esperienza affonda le radici nel giornalismo militante, prima seguendo i movimenti studenteschi e poi fotografando le vicende a Sociologia. Nel 1973 fondo il Quotidiano Lavoratori e il 1 giugno 1974 mi iscrivo all'albo dei giornalisti. Nel 1976 sono invece parte della prima sfornata di fotogiornalisti e nel 1978 apro l'agenzia Bfp, azienda specializzata in fotografia per la stampa".

 

Quindi l'esperienza milanese dal 1973 al 1977. La Milano negli anni della Strategia della tensione.

 

"Milano mi ha permesso di fare il salto di qualità. Il passaggio dalla provincia alla città mi ha aperto il mondo davanti agli occhi. Anni dove si correva, anche e soprattutto per consegnare i giornali appena stampati la mattina e dove cercavo di fare il 'turista': spesso infatti noi giornalisti transitavamo all'ombra della Madonnina per accorciare i tempi, piazza Duomo era già allora zona a traffico limitato e non eravamo in possesso del permesso. Una mattina mi ferma il vigile e rispondo spaesato che sono di Trento e mi sono perso. La risposta mi raggela: 'Questa vettura è sei mesi che transita tutte le mattine dalle 6.30 alle 6.35'. Si trattava di un vigile di quartiere e mi presi una bella ramanzina. A Milano conosco inoltre mia moglie Alda, dalla quale ho avuto i miei due figli Clizia e Tadzio".

 

Quindi il rientro a Trento negli anni ottanta.

 

"Inizio una collaborazione prima con l'Alto Adige e poi spinto da Enrico Goio e Ezio Zermiani provo il concorso in Rai. Allora si poteva avere il doppio contratto e inizio a seguire la giudiziaria e le inchieste 'Armi e Droga' e 'Droga caserme' anche per il Messaggero di Roma, prima, e poi per La Repubblica, relazionandomi con giornalisti del calibro di Ezio Biagi e Joe Marrazzo.

 

Nel 1976 sono in prima linea nel disastro della funivia di Cavalese. Sono le 17.20 quando le funi dopo essersi accavallate si spezzano, contatto Simonetti dell'elicottero di Campiglio e violiamo il divieto di sorvolo. Alle 18 abbiamo già le prime immagini, che vengono riprese anche dalla Cnn.

 

Nel 1985 avviene invece il disastro di Stava: sono le 12.22 del 19 luglio e l'argine superiore cede. Ore convulse, ma riesco a chiamare Giorgio Salomon dell'Eliski Val Gardena e, nonostante il divieto, sorvoliamo tutta l'area scattando diverse foto. Al rientro per la fretta scavalco il cancello della Rai e alle 15 consegno le prime foto della tragedia. I morti sono 268 e mi presento negli studi in camicia hawaiana, un imbarazzo incredibile. 

 

A cavallo fra il 1995/96 divento inviato agroalimentare esclusivamente per la Rai e mi sposto fra Bologna e Roma prima del rientro a casa nel 2004".

 

Nereo, dopo quasi mezzo secolo sul fronte, nel quale ha contribuito alla fondazione del presidio Slow food nazionale nel 1986 e partecipato in tutte e trenta le edizioni della Guida dei vini per il Gambero rosso, ora è veramente al passo d'addio nel giornalismo?

 

"Non ho nessuna intenzione di appendere il microfono al chiodo. Ho già alcune idee, ma non a scopo di lucro, come un documentario su cibo e vino. Ora stiamo vivendo una vera e propria pornografia del cibo. Le persone devono essere educate e coinvolte: non basta guardare, non è sufficiente essere consumatori, ma bisogna diventare dei consumattori. E' necessario recuperare il concetto intimo del termine sostenibilità e il bicchiere per esempio deve essere lasciato mezzo vuoto, in quanto chi degusta deve riempire l'altra metà di curiosità e immaginazione". 

 

 

 

   

 

 

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