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Sanità, in Trentino il minor numero di medici d'Italia e con un'età media di 53 anni. Fenalt: "La provincia è poco attrattiva"

In provincia ce ne sono solo 3,2 ogni 1.000 abitanti contro i 6,6 della Sardegna e i 5,1 della Liguria. Ma il dato sulla "crisi" dei medici è generale. Ogni anno si laureano in 950 ma ne vanno in pensione 3.000. Panebianco: "Prima di tutto c'è la difficoltà di accedere alle facoltà di medicina a incrinare il sistema"

Di Luca Pianesi - 29 settembre 2017 - 13:57

TRENTO. La proporzione medici per abitante in Trentino è la più bassa d'Italia: ce ne sono solo 3,2 ogni 1.000 abitanti contro i 6,6 della Sardegna i 4,4 dell'Emilia Romagna e i 3,3 (penultimi davanti proprio al Trentino) dell'Alto Adige. Ma il dato ancor più allarmante è quello legato all'età media dei nostri medici: 53 anni per i 2.890 medici e odontoiatri di "casa nostra". I numeri sono stati forniti a Povo nella sede dell'Fbk dove è stata presentata la scuola di formazione specifica in medicina generale: un master di secondo livello in cure primarie per laureati in medicina che partirà a Trento a cominciare dal 2018 con la collaborazione di Fbk, Ordine dei medici, Azienda sanitaria, Pat e Università.

 

Un master volto a costruire il medico del futuro (in realtà del presente) capace di districarsi tra app e telemedicina, tra tecnologie digitali e ricerca che sia capace, però, anche di gestire aspetti organizzativi e amministrativi (infatti ai corsi prenderanno parte anche docenti di Giurisprudenza, Economia, Scienze Cognitive). L'obiettivo è quello di sfornare nuovi medici, giovani e preparati. Una cosa non da poco visto che gli studi dicono che tra cinque anni (entro il 2023) un cittadino su tre potrebbe non avere il medico di base visto che ad oggi il rapporto nuovi laureati nuovi pensionati è di 1 a 3: a fronte di poco meno di 950 medici di medicina generale che si laureano, ogni anno ci sono 3.000 vecchi medici che vanno in pensione. 

 

Le ragioni sono molteplici ma raccontano di un sistema al collasso: c'è il problema del numero chiuso nelle università (e in questo anche l'Ordine dei Medici ha giocato la sua parte probabilmente non spingendo a sufficienza verso un'apertura del proprio mondo all'esterno ma questo è un problema tutto italiano legato agli Ordini professionali) ma c'è anche un problema di responsabilità, di leggi che tutelano poco il medico e lo espongono, in casi di errori o fatalità a procedure lunghissime e strazianti (in fondo il medico ha a che fare con la salute delle persone e quello che in altre professioni può essere considerato un piccolo sbaglio per un medico si può trasformare in una tragedia). Insomma, spesso può verificarsi un problema di scarsa serenità nell'espletare il proprio lavoro.

 

"Chiunque lavora nel settore - spiega Paolo Panebianco delegato Fenalt Apss - è a conoscenza di questo trend negativo che ormai preoccupa l’Azienda Sanitaria da qualche anno. Sappiamo della recente difficoltà di reperire pediatri, neonatologi e ginecologi per riaprire il Punto nascita di Cavalese. Le dichiarazioni del dott. Ioppi (che al Trentino qualche giorno fa aveva detto che l'imbuto si creerebbe dopo la laurea e per questo si dovrebbero aumentare le borse di studio dei corsi di specializzazione e dei corsi in medicina generale ndr) seppur condivisibili in alcuni punti, ci pare però non considerino prima di tutto la difficoltà di accedere alla facoltà di medicina, visto l’istituzione del numero chiuso, che a nostro avviso confligge con il diritto allo studio sancito dalla Costituzione. Proprio quest’anno si è paradossalmente assistito ad un inasprimento dei test di accesso alla facoltà di medicina. I numeri disponibili alle specialità sono pochi, dovuti anche a logiche universitarie che non tengono in minima considerazione i fabbisogni del Paese".

 

"Altro punto fondamentale - prosegue la Fenalt - di cui dobbiamo farcene una ragione, è che il Trentino non è attrattivo per i medici. Il numero esiguo di medici disponibile sul mercato fa sì che un giovane laureato abbia la possibilità di scegliere tranquillamente dove andare a svolgere la propria attività e per la maggior parte sceglie mete più attrattive come i grandi centri universitari o clinici dove beneficia di ben altre prospettive di carriera. A nulla è servito aumentare in modo significativo il compenso economico rispetto alle altre realtà italiane. Il fatto che in Trentino non esista una facoltà di medicina non è certo ragione sufficiente, come spesso, invece, si sente dire, per spiegare la scarsa attrattività della nostra provincia; esistevano tempi in cui la sanità trentina attirava non solo medici, ma anche pazienti da tutta Italia, oggi quei tempi, ahimé, sono lontani".

 

"Molte delle cause che hanno portato alla mancanza di medici sono dovute a situazioni interne alla stessa categoria - conclude Panebianco - o ad una mancata ai processi in atto. Fuori tempo massimo, perché le competenze avanzate dei sanitari non medici sono già una realtà nazionale ed internazionale, da cui non si può più tornare indietro. Già oggi abbiamo professionisti sanitari che svolgono funzioni avanzate in Azienda sanitaria, una fra tutte le ecocardiografie: le ostetriche dedicate al percorso nascita già oggi sono prescrittrici di visite ed esami. Funzioni avanzate che sono all’ordine del giorno della discussione sia nel Contratto di lavoro nazionale che provinciale. Questo porterà indubbiamente un beneficio immediato alla cittadinanza. Forse incauto è stato il Direttore Generale dell’APSS a dare l’impressione che si potesse risolvere il problema sostituendo i medici con altre figure: non è così, ma sicuramente non è con una politica protezionistica che l’Ordine dei medici riuscirà a risolvere un problema che va al di là dell’ordine medico per investire tutta la cittadinanza".  

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