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In Venezuela dove i vicini di casa scompaiono e i neonati finiscono negli scatoloni

L'intervista esclusiva a un testimone (che dovremo mantenere anonimo per ragioni di sicurezza) che vive ancora lì. In un paese dove la polizia politica controlla tutto, rimasto senza elettricità per mesi, senza più cibo, bevande e con una violenza imperante: "Per spostarci ci muoviamo in carovane"

Di Luca Pianesi - 09 ottobre 2016 - 16:06

CARACAS. Questa è una storia di vicini di casa che la sera ci sono e la mattina dopo sono scomparsi, di arresti indiscriminati compiuti dalla polizia politica, di violenze e soprusi, di bambini che appena nati vengono messi nelle scatole di cartone, coprifuoco, telefoni intercettati, mail sottoposte a un costante vaglio da parte del governo centrale, mercato nero, di persone che per spostarsi devono organizzare vere e proprie carovane per evitare scippi o aggressioni. Questa è la storia del Venezuela oggi. Uno stato al collasso che con Caracas vanta un non invidiabile record: quello della città più pericolosa del mondo con quasi 4.000 omicidi registrati nel 2015. Un dato impressionante ma forse ancora ottimistico come vedremo dopo.

 

Uno stato dove l'autoritarismo governativo sta assumendo i contorni della dittatura vera e propria. Uno stato con il quale è difficilissimo anche solo comunicare. Il nostro contatto (è un italiano che vive lì da molti anni dopo aver vissuto per diverso tempo anche in Trentino dove conserva radici e amicizie ma che siamo costretti a mantenere anonimo per non esporlo a rischi e pericoli) infatti ci ha chiesto di essere raggiunto telefonicamente solo tramite una precisa applicazione per smartphone e solo ad una precisa ora. “Niente mail – ci spiega – perché i servizi di intelligence governativi di Caracas dispongono di una centrale di analisi di tutti i messaggi che si allerta se l'algoritmo rivela delle parole chiave. E in pochissimo tempo ti ritrovi la polizia politica, il Sebin, alla porta di casa e non sai che fine fai. Ho amici che sono scomparsi, altri li ho persi e sono stati ritrovati morti. Qui è un disastro. Non avrei mai potuto raccontare niente in maniera libera via mail”.

 

E il telefono? “Niente da fare lo Stato non paga più le comunicazioni internazionali e quindi siamo completamenti isolati e poi ci sono microfoni dappertutto. Negli uffici pubblici nelle aziende. Ogni apparecchio è controllato. La gente sta morendo di fame, non ci sono più risorse per vivere ma il governo Maduro, una dittatura Castro-comunista, ha appena investito 250 milioni di dollari in armi, soprattutto di repressione: autoblindi con cannoni ad acqua, sfollagente, pistole, strumenti da ingaggio”. La crisi del Venezuela parte dalla crisi del greggio, che rappresenta il 96 per cento delle esportazioni del paese. Nell’era chavista, grazie all'ottimo trend di vendita del petrolio, il Paese sembrava destinato a diventare la Svizzera del Sud America. Il Pil pro capite era infatti raddoppiato (2006-2012), salvo poi dimezzarsi e, con l'arrivo di Maduro, a trasformarsi un pugno di mosche, oggi. Un oggi che dice di un'inflazione al 500 per cento, la più alta del mondo, prevista al 1600 per cento nel prossimo anno. Un livello tale che rende anche non più conveniente per lo Stato stampare nuova moneta (il classico stratagemma per abbassare l'inflazione).

 

 

“Qui tutto è svalutato – prosegue il nostro contatto – anche perché non c'è più niente. 2.200 dollari valgono 22 dollari al mercato nero. Comprare da mangiare, da bere, i beni di prima necessità, è quasi impossibile. I supermercati si svuotano subito. Per comprare qualcosa di 'ufficiale' bisogna cominciare a fare la fila fuori dai market alle 2 del mattino. Per questo si sta affermando una nuova figura di 'lavoratore' i bachaqueros: le 'bachaco' sono delle formiche rosse giganti che gli indio mangiano dopo avergli staccato la parte posteriore. I bahaqueros sono quelli che vanno all'alba a comprare più cose possibili nei supermercati e come delle formiche le portano via per rivenderle a prezzi iper maggiorati dopo”. E sono loro, praticamente gli ultimi veri lavoratori del paese. “Non ci sono più professionisti – continua a raccontarci – durante l'era chavista lo stato dava tutto. Regalava soldi, tessere per il cibo, case e così l'assistenzialismo ha spento qualsiasi forma di società produttiva. I professionisti hanno cominciato ad andarsene ed oggi praticamente non ci sono più. In ospedale operano 'medici' che hanno studiato per 6 mesi. Tra l'altro senza medicine e in condizioni disastrose. Qui sta riemergendo la malaria e la difterite. Sono finite le culle e le incubatrici e i neonati vengono messi negli scatoloni”.

 

 

Chi ci parla, per fortuna, ancora ha un lavoro e riesce a portare a casa qualcosa per sopravvivere dignitosamente: “Posso permettermi di comprare le cose al mercato nero - ci spiega – e quindi ancora sto bene, ma ho già fatto scappare dal Paese tutti i miei familiari e l'idea è di seguirli il prima possibile una volta sistemate le proprietà che ho qui e che avrebbero dovuto rappresentare il mio patrimonio per la vecchiaia. Ora l'unica cosa da fare è vendere e andarsene. Ovviamente vendere in dollari (in bolivar nemmeno a parlarne ndr). Poi si pone il problema di portarli via. Se provi a uscire dal Paese con più di 10mila dollari ti arrestano seduta stante e metterli in banca è assolutamente una pazzia con l'inflazione che c'è. Insomma siamo in trappola anche in questo senso”.

 

Ostaggi della povertà, della violenza e di uno stato prima padre e adesso soltanto padrone. “Uno stato che per circa 6 mesi non riusciva nemmeno a garantire l'elettricità al suo Paese – continua – visto che per cinque ore al giorno in tutto il Venezuela veniva staccata la corrente elettrica. Abbiamo la seconda centrale idroelettrica del mondo, la diga di Guri che avrebbe 20 turbine su cui disporre. Sono riusciti a mandare in malora anche quella tra ruberie e mala gestione e oggi se va bene riescono a farne funzionare 4, 5. E non c'è più sicurezza. A Caracas le opposizioni calcolano ci siano 200 omicidi a settimana. I militari sono dappertutto ma è meglio non incontrarli perché se non hai da pagare ti buttano una bustina di coca nella macchina e zac, scompari. La gente per andare a lavoro, quella che ancora ce l'ha, la mattina si organizza con carovane di 5, 6 auto e si sposta in gruppo per scortarsi a vicenda e nelle case se non hai dei vigilantes fuori dai condomini duri poco. E tutto ciò è un peccato mortale perché questo è un Paese fantastico con una natura unica e con le più grandi riserve di oro, diamanti, petrolio, uranio del mondo. Sarebbe la nostra fortuna ma oggi è solo la nostra maledizione”.

 

Un paese abbandonato da tutti del quale l'opinione pubblica internazionale sa pochissimo. Noi ci torneremo di sicuro. La persona che abbiamo trovato lì ci ha mostrato un mondo che pensavamo lontano anni luce. Un paese che ci riporta alla memoria l'Argentina dei Colonnelli o il Cile di Pinochet. Dobbiamo stare tutti con le antenne dritte e mantenere altissimo il livello di attenzione. 

 

 

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