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Dal bambino con la testa squarciata da un machete alla famiglia sepolta sotto le macerie, cronaca di una strage in Mali

''I Peul sono piombati sul villaggio di Soban all’improvviso poco prima del tramonto – racconta il nostro testimone -. Erano decine, armati di kalashnikov e machete. Si sono avventati come delle furie indiavolate sugli uomini al lavoro nei campi, poi si sono diretti alle abitazioni dove non hanno risparmiato nessuno. Donne, bambini e anziani sono sta falcidiati senza pietà''

Pubblicato il - 29 ottobre 2019 - 15:46

TRENTO. Le vittime sono ormai centinaia. L’esercito del Mali non riesce a proteggere i civili (neppure dalle rappresaglie delle milizie di autodifesa Dogon che si scagliano contro i Peul). Una strage totalmente ignorata dai media internazionali. Nessun giornalista occidentale sta documentato l’eccidio. A squarciare il silenzio sono gli stessi Dogon che con i loro cellulari inviano foto atroci e resoconti dettagliati delle violenze. E grazie a Ipsia, l'ong delle Acli trentine, siamo in grado di darvi notizie di quello che risulta essere un vero e proprio genocidio e lanciare, anche una raccolta fondi al fine di aiutare almeno le persone che sono fuggite dall'eccidio. In coda pubblichiamo il comunicato integrale delle Alci.

 

Ma prima cerchiamo di sintetizzare la complessa situazione dove si stanno svolgendo i fatti

Siamo nella regione di Mopti, nel Mali centrale, dove i contrasti tra due etnie si stanno acuendo sempre di più per lo sfruttamento delle risorse naturali della zona (fertile grazie alla presenza del delta interno del fiume Niger). Si potrebbe parlare di una sorta di guerra per l'acqua (ma non solo) in una parte di mondo dove i cambiamenti climatici stanno rendendo la situazione sempre più difficile. Siccità e desertificazione, infatti, avanzano a ritmi rapidissimi e quindi diventa cruciale controllare le poche risorse naturali disponibili. A scontrarsi i Dogon (etnia di religione principalmente animista di cacciatori e agricoltori) e i Fulani (o Peul, per la maggioranza di religione musulmana sunnita molti dei quali pastori semi-nomadi) in un contesto, quello del Mali, dove la crescita demografica è superiore al 3% e vi è un indice di fecondità di oltre 6 figli per donna.

 

La ribellione dei Tuareg nel nord del Paese alimentata da gruppi di jihadisti ha fatto, poi, degenerare la situazione dal punto di vista della tenuta dello Stato a partire dal 2012. Sono arrivati i soldati francesi (per un anno e mezzo sul posto per cercare di placare gli scontri) ma ad oggi la situazione è ancora molto caotica con aree del Paese in mano a bande armate anche jihadiste che si erano riunite sotto l’insegna del Gruppo per la Salvaguardia dell’Islam e dei Musulmani (Jamaat Nosrat al-Islam wal-Mouslimin, JNIM). Tra questi ce n'è uno composto prevalentemente da miliziani di etinia Fulani (il cosiddetto Fronte di Liberazione di Macina) che, marginalizzati a livello di stato centrale (anche perché semi-nomadi) hanno trovato nei jihadisti (mussulmani sunniti come loro) una possibilità di affermarsi. 

 

 

Ecco il testo delle Acli

 

Un bambino giace riverso nella polvere. Abbraccia un sacco di miglio, forse utilizzato come effimero scudo nel disperato tentativo di salvarsi. Non è servito: la testa del piccolo è squarciata da un taglio netto inferto da un machete. Un anziano è crivellato di colpi. Un’intera famiglia è semisepolta dalle macerie della loro casa.

 

Sono immagini raccapriccianti – e in larga parte impubblicabili – quelle che giungono dal Mali e che svelano al mondo l’orrore di un’ondata di violenze che sta mietendo centinaia di vittime civili. A fornire i documenti alla rivista “Africa” dei Padri Bianchi è un sopravvissuto ai raid compiuti delle milizie jihadiste contro contadini Dogon che si recavano al mercato di Koro.

 

«I Peul sono piombati sul villaggio di Soban all’improvviso poco prima del tramonto – racconta il nostro testimone -. Erano decine, armati di kalashnikov e machete. Si sono avventati come delle furie indiavolate sugli uomini al lavoro nei campi, poi si sono diretti alle abitazioni dove non hanno risparmiato nessuno. Donne, bambini e anziani sono sta falcidiati senza pietà».

 

Gli attacchi nella regione di Bandiagara, sopra e ai piedi della grande falesia, si ripetono con costanza, ogni settimana. Le vittime sono ormai centinaia. L’esercito del Mali non riesce a proteggere i civili (neppure dalle rappresaglie delle milizie di autodifesa Dogon che si scagliano contro i Peul). Una strage totalmente ignorata dai media internazionali. Nessun giornalista occidentale sta documentato l’eccidio. A squarciare il silenzio sono gli stessi Dogon che con i loro cellulari inviano foto atroci e resoconti dettagliati delle violenze.

 

Un disperato grido di aiuto, il loro, in un conflitto fratricida alimentato dai jihadisti che seminano sangue e terrore in un territorio sfuggito da tempo al controllo delle autorità. Conflitti tra agricoltori (Dogon) e allevatori (Peul) ci sono sempre stati in passato. In questi ultimi anni, però, le tensioni si sono esacerbate dai conflitti religiosi. Dal 2012 il Mali è un Paese colpito duramente dallo jihadismo. Nonostante l’intervento, a sostegno del governo centrale di Bamako, dell’esercito francese, ampie porzioni del territorio sono controllate da miliziani che mescolano lo jihadismo con traffici illegali di sigarette, droga, esseri umani. Una situazione denunciata da tempo da Unimondo e che neppure l’alleanza tra le nazioni della regione è riuscita a riportare sotto controllo.

 

A Trento fino all'8 novembre 2019 in orario d'ufficio è in corso presso il CCI – Centro per la Cooperazione Internazionale la mostra “DOGON – cooperare con il popolo della Falesia”. Un popolo, ad onor del vero, di cui non c'è ormai più traccia. Ucciso, sfollato o rifugiato in un altro paese. La mostra espone più di 200 pezzi rarissimi di proprietà di Umberto Knycz che sono fuggiti alla furia Jihaidista.

 

All'indomani della morte del Califfo dell'ISIS Al-Baghdadi sembra che le milizie sul campo abbiano efferato gli ultimi colpi su milizie inermi. Rappresentanti del popolo Dogon presenti in Italia chiedono aiuto a Ipsia, l'ong delle Acli trentine, che sta raccogliendo fondi al fine di aiutare almeno le persone che sono fuggite dall'eccidio. Ci mostrano sequenze di immagini e video che ricordano i genocidi del '900.

 

Chi desiderasse aiutare può farlo con una donazione

Ipsia del Trentino: Iban - IT29G0830401807000007335132 presso la Cassa Rurale di Trento

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