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''Per voi non c'è posto''. In 50 dormono in strada, avrebbero diritto di fare richiesta di asilo ma la politica fa finta di niente

Alcuni di loro dormono su un cartone vicino al parco Santa Chiara. Comune e Provincia si rimapllano le responsabilità ma la strategia è chiara: non accolgierli per evitare l'effetto 'richiamo' di altri profughi

Di Donatello Baldo - 02 ottobre 2017 - 06:57

TRENTO. Ufficialmente non lo dice nessun amministratore, né in Comune né in Provincia ma 'fuori microfono' lo ammettono: quei cinquanta richiedenti asilo che sono obbligati a dormire in strada non sono accolti per una precisa strategia, quella che mira a disincentivare l'effetto 'richiamo'.

 

Hanno paura che se venissero accolti altri ne arriverebbero, e questo non va bene. Quelli che ormai da due mesi dormono nei pressi del parco Santa Chiara e in altr parti della città, che per due volte in modo del tutto pacifico sono andati a protestare sotto le finestre di palazzo Geremia con l'intento di incontrare il sindaco, che la notte si addormentano su di un cartone e la mattina sono svegliati dalla Polizia che puntualmente chiede i documenti, sono i sacrificati.

 

Sono l'esubero che non dev'essere assorbito dal sistema dell'accoglienza, l'avanzo che deve mostrare a tutti che altro posto non ce n'è, la fila che deve scoraggiare altri ad accodarsi. Arrivano dal Pakistan, dal Bangladesh, dalla Nigeria.

 

Alcuni sono arrivati in Italia passando per la rotta dei Balcani: in Austria hanno chiesto asilo ma sono stati espulsi al di qua del Brennero, hanno attraversato a piedi l'Iran, la Macedonia, la Serbia. Altri sono stati espulsi oltre la frontiera dalla Germania.

 

Sono i primi gruppi consistenti della rotta terrestre, i migranti interni respinti e palleggiati dagli Stati europei. Quelli che non sono riusciti nell'intento di raggiungere il Nord Europa, ricacciati indietro.

 

Sono fantasmi che sfuggono all'accoglienza strutturata da Stati e Regioni, che nessuno vuole, che popolano le panchine delle città. Quella moltitudine sommersa che se lasciata sola non può che aggiungersi al corpo largo e sfaccettato dell'illegalità piccola e grande. Le alternative sono poche.

 

E' buio sotto il tendone del palco esterno che il Centro servizi Santa Chiara usa per gli spettacoli estivi. Il palco su cui dormire sollevati da terra non c'è nemmeno più, l'hanno tolto da poco. A far luce uno di loro, in piedi come un lampione con la luce del cellulare accesa sopra le teste di chi si è messo in cerchio seduto sulle coperte.

 

“Andiamo a mangiare al Punto d'Incontro – spiegano in inglese – andiamo lì per i servizi igienici e per fare la doccia. Ma non possiamo andare nei dormitori, non c'è posto, non è possibile dormire per più di un mese all'anno”.

 

Perché le regole sono cambiate. Da inizio estate si accede agli asili notturni per soli 30 giorni, come se in Tentino l'inverno durasse solo un mese. Anche questa strategia è figlia della politica della dissuasione: se non c'è posto per dormire se ne vanno.

 

Un'idea che però qualsiasi operatore della bassa soglia, coloro che vivono ogni giorno a contatto con i senza dimora, giudica non solo senza cuore ma anche senza senso.

 

Non si rimane in un posto solo per il letto ma per la rete dei servizi, per le relazioni instaurate, per le pratiche avviate con gli uffici, perché si è ormai stanchi di spostarsi. Infatti il risultato è chiaro: dall'inizio dell'estate i senza tetto, a Trento, sono aumentati. Si dorme fuori, e l'inverno sta per arrivare.

 

“Noi andiamo in questura – spiegano – per la richiesta di protezione internazionale. Ci dicono che senza alloggio non si può iniziare l'iter. Ma l'alloggio non lo abbiamo, i dormitori non ci accolgono, chiediamo lavoro per poter pagare un posto in affitto ma senza documenti lavoro non ce n'è”.

 

La richiesta di protezione internazionale è un diritto. Negato negli stati che hanno attraversato. Negato anche a Trento. Dovrebbe essere immediato l'accoglimento della richiesta, ma non è così.

 

Maria Chiara Franzoia, assessora alla Politiche sociali del Comune di Trento non li ha mai incontrati. “Tecnicamente appartengono a un'altra categoria, non sono senza fissa dimora. Sono richiedenti asilo e di loro si dovrebbe occupare il Cinformi”.

 

Ma il Cinformi si occupa di profughi 'certificati', e loro i documenti non li hanno. Tengono stretti in mano i foglietti con scritta la data dell'appuntamento negli uffici dell'Ufficio immigrazione della Questura, ma valgono ben poco.

 

Sotto la luce del telefono si scorge qualche volto. Non sono giovanissimi: trent'anni, ma c'è chi ne ha 40, chi 50. Raccontano le loro storie di quando sono partiti, di quando sono arrivati. Anche del perché sono fuggiti.

 

“Non vivevo male nel mio Paese – dice uno di loro – ma la mia vita era in pericolo. Quando si è in pericolo si scappa, perché non siamo venuti qui in vacanza ma per salvarci, per poter vivere”.

 

Parlano anche gli altri, a turno. Raccontano che la notte è freddo, ma che comunque hanno incontrato gente buona. “La domenica il Punto d'Incontro è chiuso e possiamo andare in bagno qui nella vicina palestra o al teatro. Ci prestano le scope per pulire l'angolo dove mettiamo le coperte”.

 

Coperte che sono ammassate vicine l'una all'altra, perché si dorme stretti quando è freddo. Pakistani e Nigeriani, non c'è' nessuna differenza. Quando uno di loro si aggiunge al gruppo in ritardo dà la mano a tutti, si fanno spazio e anche lui si siede. Torna da Verona, era lì per cercare lavoro: la speranza c'è sempre.

 

Poco più in là un signore, è albanese, è rimasto sempre in piedi: “Io sono qui da 20 anni – spiega – dormo fuori perché ho perso il lavoro. Quello che stanno passando loro io l'ho già passato nel 1995. Ero giovane, c'ho provato sette volte a venire in Italia col gommone. E ce l'ho fatta”.

 

In Trentino ha lavorato tanti anni, poi si è trasferito in Toscana. “Ho provato a ricominciare daccapo qui da dove avevo cominciato tanto tempo fa, ma ora è più difficile. Cosa vi è successo? Anche negli anni '90 c'erano i migranti, eravamo noi albanesi. Ma ci avete accolti”.

 

Cos'è successo? Perché è così difficile intervenire per togliere dalla strada 50 persone che avrebbero diritto all'accoglienza come stabilito dalla legge e dai trattati internazionali?

 

Perché non si capisce che lasciare in strada persone senza assistenza si fa un regalo alla criminalità e si incrementa il temuto degrado che la politica non perde l'occasione di strumentalizzare?

 

La politica che scoraggia l'accoglienza è giusta? E' legale nei confronti di persone che avrebbero diritto di inoltrare la richiesta di protezione?

 

La paura di un aumento di richiedenti asilo non sta in piedi: questi 50, e così se altri dovessero arrivare, sarebbero conteggiati nelle quote già assegnate alla nostra Provincia dallo Stato.

 

Che senso ha questa politica del disimpegno di fronte al dovere morale dell'accoglienza di cui hanno sempre parlato sia l'assessore Zeni che il sindaco di Trento e l'assessora?

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