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Caso Schwazer. L'analisi di Eugenio Capodacqua, storica firma di Repubblica: 'Scoperchiato il vaso di Pandora sul sistema antidoping. Nel 2016 lui era pulito e il più forte di tutti. Io fossi un atleta avrei diecimila dubbi'

Archiviato il procedimento a suo carico per la presunta positività del 2016, adesso il marciatore di Racines punta anche alla riabilitazione dal punto di vista sportivo: dovrà rivolgersi all'Alta Corte Federale del Tribunale Svizzero, l'unica sede davanti alla quale può essere impugnato un arbitrato contro il Tas di Losanna

A sinistra Alex Schwazer e a destra Eugenio Capodacqua, una delle firme storiche del quotidiano La Repubblica
Di Daniele Loss - 19 febbraio 2021 - 18:57

TRENTO. Alex Schwazer non era dopato. Lo dice a chiarissime lettere il Gip del Tribunale di Bolzano Walter Pelino, che giovedì ha disposto l'archiviazione del procedimento penale a carico del marciatore di Racines, che l'8 agosto 2016 fu squalificato per 8 anni dal Tas in seguito ad una presunta positività al testosterone (ora smentita), emersa dopo un controllo a sorpresa effettuato il primo gennaio 2016.
 

Il procedimento è stato archiviato perché "il fatto non sussiste" e, nelle sue conclusioni, il Gip “ritiene accertato con alto grado di credibilità razionale che i campioni d’urina prelevati a Alex Schwazer l’1-1-2016 siano stati alterati allo scopo di farli risultare positivi e dunque di ottenere la squalifica e il discredito dell’atleta come pure del suo allenatore, Sandro Donati”. Viene poi affrontato il tema dei comportamenti di Wada e Iaaf: “Sussistono forti evidenze del fatto che nel tentativo di impedire l’accertamento del predetto reato siano stati commessi una serie di reati”.

 

Insomma Schwazer sarebbe stato incastrato: lui, reo confesso di essersi dopato alla vigilia delle Olimpiadi di Londra del 2012 e squalificato una prima volta per 3 anni e 9 mesi, ha sempre urlato la propria innocenza, supportato dal suo tecnico, il professor Sandro Donati, paladino della lotta al doping e dal 2015 tecnico del marciatore altoatesino.

 

Una vicenda lunga, intricata, piena di misteri, che giovedì ha avuto il suo ultimo atto davanti alla giustizia ordinaria. Per quanto riguarda l'ambito sportivo, invece, la squalifica di otto anni, con scadenza 2024 (quando Schwarzer di anni ne avrà 40), c'è ancora e servirà una sentenza - favorevole - dell'Alta Corte Federale del Tribunale Svizzero.

 

Questo sarà certamente il prossimo passo di una storia che sembra uscita dalla penna di Rex Stout, ma intanto Schwazer vede riabilitato il proprio nome e, come ha sottolineato il suo legale Gerhard Brandstätter, "finalmente si è tolto di dosso un sospetto infamante". Ma come è stato possibile tutto questo e, soprattutto, come vanno inquadrate le parole di Pelino nei confronti di Wada e Iaaf.

 

Chi ha seguito tutta la vicenda e, soprattutto, è il giornalista italiano che, più di tutti gli altri nella sua carriera, ha seguito e approfondito le questioni legate al doping e alla lotta alla pratica illecita è Eugenio Capodacqua, firma storica del quotidiano La Repubblica per 30 anni, per la quale - tra le altre cose - ha seguito da inviato 26 edizioni del Giro d'Italia.

 

"Il Gip Pelino ha scoperchiato un vaso di Pandora - esordisce Capodacqua, raggiunto telefonicamente da Il Dolomiti mentre si trova nella sua abitazione romana -, mettendo in evidenza tutte le pecche del sistema antidoping, che andrebbe completamente ripensato e rifondato. Al di là del caso specifico, non esito a definire "preoccupante" per il sistema sportivo l'indicazione che è arrivata dalla Procura di Bolzano riguardo il sistema dei controlli antidoping".

 

Cosa non funziona nel sistema antidoping?

Praticamente tutto. Il doping deve essere considerato come un problema pandemico ed endemico e, dunque, bisogna intervenire ed estirparlo in ogni parte del mondo, altrimenti ci sarà sempre un "dove" si potrà ricorrere alle pratiche illegali per migliorare le prestazioni sportive. Siamo sicuri, ad esempio, che i controlli a sorpresa vengano effettuati regolarmente e maniera eguale in ogni parte del pianeta? No, non possiamo esserlo. Io fossi un atleta avrei diecimila dubbi. E, nella vicenda Schwazer, ci sono tantissimi, troppi "buchi neri".

 

Si riferisce alla provetta che conteneva il campione d'urina di Schwazer, etichettata con la scritta "Racines, Italia".

Sì, ma non solo. Basterebbe questo per rendersi conto della situazione, visto che l'anonimato del campione che viene analizzato è uno degli elementi fondamentali su cui si poggia il sistema dei controlli antidoping. Ma poi basti pensare a quanto accadde successivamente, quando il laboratorio di Colonia prima si rifiutò di consegnare il campione ai Ris di Parma, incaricati dalla Procura di Bolzano di analizzarlo, e poi, dopo la sentenza della Corte d'Appello della città tedesca, pretese di consegnare una provetta già scongelata e non sigillata e, dunque, fuori dalla catena di custodia. Ripeto: troppi "buchi neri". 

 

Lei ha seguito da vicino la vicenda e, prima dell'Olimpiade di Rio de Janeiro ha potuto vedere all'opera direttamente Schwazer.

In quel periodo si allenava qui a Roma e, molto spesso, utilizzava la ciclabile che passa qui sotto casa mia. Ho visto i suoi test, a fianco del professor Donati e lui era non pulito... ma "strapulito" e andava fortissimo. Aveva stravinto la prova 50 km del Mondiale a squadre e sarebbe andato a Rio con il ruolo di grande favorito. Insomma, non aveva alcun bisogno di doparsi, perché era il più forte di tutti.

 

È d'accordo sulla parte del provvedimento d'archivizione nel quale si parla anche di "tentativo di screditare anche Sandro Donati"?

Sì, certo. Donati è stato da sempre una spina nel fianco del mondo sportivo quando si parla di doping e l'eventuale successo di Schwazer dopo un percorso all'insegna della trasparenza avrebbe potuto rappresentare un problema per tanti.

 

Secondo lei perché nel 2012 Schwazer fece ricorso al doping per migliorare le proprie prestazioni?

Perché, pur essendo il più forte, era consapevole che il doping era pratica diffusa tra altri atleti e dunque la paura di essere battuto e quella ricerca del risultato sportivo "a tutti i costi" lo indussero - sbagliando e questo va sottolineato cento volte - ad assumere Epo. Venne scoperto, ammise l'errore, pagò con una lunga e giusta squalifica che scontò sino all'ultimo giorno. E questo è il primo capitolo. Successivamente provò a riabilitarsi tornando alle competizione in modo pulito. E questo non gli è stato perdonato.

 

Secondo lei, il marciatore altoatesino riuscirà a partecipare alle Olimpiadi di Tokyo?

Io mi auguro di sì e spero che qualcuno si metta più d'una mano sulla coscienza perché, alla luce di questa archiviazione, le cose devono cambiare anche da un punto di vista legale. È vero che gli anni sono passati, ma è altrettanto innegabile che Schwazer sia un marciatore dal talento pazzesco, si è sempre allenato duramente e sono convinto potrebbe anche centrare un risultato importate. Non si può far altro che attendere perché, purtroppo, giustizia ordinaria e sportiva non vanno di pari passo.

 

E adesso cosa accadrà? Dopo l'archiviazione del procedimento penale, per Schwazer l'unica soluzione per essere riabilitato anche dal punto di vista sportivo e, dunque, ottenere il via libera per partecipare alle prossime Olimpiadi, sarebbe quella di presentare ricorso all'Alta Corte Federale del Tribunale Svizzero, l'unica sede davanti alla quale può essere impugnato un arbitrato contro il Tas di Losanna, l'autorità che gli ha inflitto la squalifica di 8 anni.

 

LA CARRIERA DI ALEX SCHWAZER

 

Nato a Vipiteno il 26 dicembre 1984, inizia il proprio percorso praticando atletica leggera (mezzofondo) e si dedica alla marcia solamente a partire dalla categoria Allievi. Dopo una breve parentesi nel ciclismo, sia su strada che mountain bike, torna a praticare eslusivamente la marcia.

Sino al 2012 è stato tesserato per il Centro Sportivo Carabinieri lavorando con il tecnico Michele Didoni, mentre in precedenza era allenato da Sandro Damilano alla Scuola Mondiale di Marcia di Saluzzo.

Dal 2016 si allena regolarmente con il Maestro dello Sport Sandro Donati, tecnico di atletica leggera, da sempre impegnato in prima linea nella lotta al doping.

Specialista della 50 km, Schwazer ha conquistato un oro olimpico a Pechino 2008, due bronzi mondiali a Helsinki 2005 e Osaka 2007 e un oro agli Europei di Barcellona 2010 nella 20 km: in quell'occasione il marciatore altoatesino giunse al secondo posto alle spalle del russo Stanislav Emel'janov, a cui venne però revocata la medaglia nel 2014 da parte della Iaaf per irregolarità nel passaporto biologico.

 

LE TAPPE DELLA VICENDA

 

aprile 2015: dopo la prima squalifica (complessivi 3 anni e 9 mesi), Schwazer ricomincia ad allenarsi sotto la guida di Sandr Donati, con la supervisione Mario De Benedictis, Dario D'Ottavio e Benedetto Ronci.

29 aprile 2016: termina ufficialmente la squalifica di Schwazer

8 maggio 2016: il marciatore altoatesino torna in gara e vince la prova 50 km ai campionati del mondo a squadre di marcia, con oltre tre minuti di margine sul campione olimpico in carica, l'australiano Tallent. Con questo risultato Schwazer si garantisce il pass per le Olimpiadi di Rio de Janeiro.

21 giugno 2016: si diffonde la notizia della positività di un campione d'urina prelevato il primo gennaio 2016. Il campione era risultato negativo ad una prima analisi standard e positivo al successivo test Irms, che rivela la presenza di metaboliti di testosterone. Nella conferenza stampa convocata lo stesso giorno, l'atleta ed il suo staff respingono le accuse di doping definendole "false e mostruose".

8 luglio 2016: la Iaaf sospende con effetto immediato in via cautelare il marciatore azzurro, dopo che anche le controanalisi danno esito positivo al doping.

8 agosto 2016: a Rio de Janeiro viene discusso il ricorso sotto l'arbitrato del TAS.

10 agosto 2016: il ricorso viene respinto e l'atleta squalificato per 8 anni. La squalifica cancella anche i suoi risultati del 2016, ovvero la vittoria nella 50 km dei campionati del mondo di marcia a squadre di Roma ed il secondo posto ottenuto nella 20 km del meeting di marcia di La Coruna.

3 dicembre 2020: dopo quattro anni d'indagini la procura di Bolzano chiede l'archiviazione del procedimento penale.

18 febbraio 2021: il Gip del Tribunale di Bolzano Walter Pelino dispone l'archiviazione del procedimento penale per "non aver commesso il fatto", concludendo che è stato "accertato con alto grado di credibilità razionale che i campioni d'urina prelevati a Alex Schwazer l'1-1-2016 siano stati alterati allo scopo di farli risultare positivi e dunque di ottenere la squalifica e il discredito dell'atleta come pure del suo allenatore, Sandro Donati." Il Giudice Pelino utilizza poi parole pesanti nei confronti di Wada e Iaaf in quanto "sussistono forti evidenze del fatto che nel tentativo di impedire l'accertamento del predetto reato siano stati commessi una serie di reati".

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