"Alpinismo da carnevale". Hans Kammerlander contesta il primato conferito ad Andrzej Bargiel per la prima discesa integrale dell’Everest sugli sci

L’altoatesino aveva affrontato la stessa impresa nel 1996 lungo il versante nord-ovest, in meno di diciassette ore: ostacolato dalla mancanza di neve era però stato costretto ad affrontare alcuni tratti a piedi. Oggi mostra il suo disappunto per l’attuale stato di salute della pratica alpinistica: "Così si rovina l'alpinismo, si annacqua tutto"

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Sul quotidiano austriaco Der Standard, l’alpinista altoatesino Hans Kammerlander ha espresso il suo parere sulla recente impresa di Andrzej Bargiel, che ha effettuato la prima discesa integrale dell’Everest sci ai piedi.
Il trentasettenne polacco Bargiel, per chi non lo ricordasse, lo scorso settembre aveva scalato gli 8.849 metri dell’Everest senza ossigeno. Poco dopo essere arrivato in vetta, era sceso con gli sci lungo il versante sud, guidato in parte da un drone pilotato da suo fratello, Bartek. L’impresa, seguita dallo sponsor RedBull, è stata celebrata come la prima discesa integrale con gli sci dell'Everest senza ossigeno supplementare.
Tale record, però, è ora contestato proprio da Kammerlander. Oggi sessantanovenne, Kammerlander viene ricordato come uno dei più valenti alpinisti tra gli anni Ottanta e Novanta, ha scalato dodici ottomila e realizzato le prime discese assolute con gli sci del Nanga Parbat nel 1990 e dell'Everest nel 1996. Proprio a quest’ultima discesa ha fatto riferimento parlando al giornale d’oltralpe, attribuendo a sé stesso il primato.
Nel 1996, era in effetti sceso lungo la parete nord-orientale fino al campo base avanzato. A causa della carenza di neve, però, all'epoca fu costretto a togliere gli sci in alcuni tratti. Ciononostante, sostiene lui, andrebbe comunque considerata come discesa.
“Quando, tanti anni dopo, si mette in scena una cosa che in realtà non è nemmeno paragonabile, è davvero un peccato. Così si rovina l'alpinismo, si annacqua tutto”. La stizza di Kammerlander va ben oltre la competitività tra alpinisti e addita l’approccio che c’è dietro a una simile “spettacolarizzazione” della pratica alpinistica.
“Messa in scena” è la parola che, secondo l’alpinista, descrive al meglio la performance del giovane collega. E ricorda che quando era stato lui ad affrontare la montagna, era completamente solo, senza sherpa e ossigeno, ma portava con sè “solo un litro di tè”: niente droni e sponsor al seguito. Un altro punto poi, viene portato all’attenzione dall’altoatesino: Bargiel, tra salire e scendere, ha impiegato in tutto quasi quattro giorni; lui 16 ore e 50 minuti.
“Questo è alpinismo da carnevale. Se continua così, presto uno sherpa porterà su persino un neonato”. La performance di Bargiel è, in fondo, lo specchio di un’industria della montagna che ormai è arrivata anche sul tetto del mondo; nella quale gli alpinisti finiscono più che altro per essere dei testimonial. “È un affare enorme. Anche con la metà delle persone sarebbe comunque tre volte troppo. Una volta, per ogni via, c'era un'unica autorizzazione. Quella sì che era una spedizione”.
Pur riconoscendo a Bargiel che la precedente impresa sul K2, del quale nel 2018 effettuò la prima discesa con gli sci, «fu una prestazione eccezionale”; Kammerlander non apprezza il dispendio logistico e l’esposizione mediatica dell'ultima impresa del polacco: “Che ora si lasci coinvolgere in un'operazione di marketing del genere, mi sorprende”.












