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Alpinismo | 13 agosto 2025 | 18:00

Come raccontare l'alpinismo in modo onesto? Reinhold Messner: "Non mi interessano cifre o record ma i valori che vengono divulgati"

Il mito della performance popola l’odierna narrazione alpinistica andando inevitabilmente a influenzare i comportamenti e l’approccio di chi si affaccia sul mondo delle verticalità e delle alte quote. Ma all’azione, come ricorda l’alpinista altoatesino, è sempre necessario affiancare la componente emotiva e uno “stile elegante” che, tiene a sottolineare Messner, “non ha a che vedere con una massa di persone che sale l’Everest su una pista, magari usando nella prima metà dell’ascesa l’elicottero”

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Festival AltraMontagna

Come raccontare l’alpinismo in modo onesto? Insieme a Reinhold Messner abbiamo cercato di riflettere sull’importanza di una narrazione puntuale: sia per mettere ordine alla memoria, alle emozioni e alle nostre esperienze, che per evitare una deriva vincolata alla smania dei record.

 

Il mito della performance popola infatti l’odierna narrazione alpinistica andando inevitabilmente a influenzare i comportamenti e l’approccio di chi si affaccia sul mondo delle verticalità e delle alte quote. Ma all’azione, come ricorda l’alpinista altoatesino, è sempre necessario affiancare la componente emotiva e uno “stile elegante” che, tiene a sottolineare Messner, “non ha a che vedere con una massa di persone che sale l’Everest su una pista, magari usando nella prima metà dell’ascesa l’elicottero”.

 

 

Prima di sviluppare delle considerazioni attorno all’arte di raccontare, le volevo chiedere cos’ha cercato e cosa continua a cercare nella pratica alpinistica?

 

Io sono per l’alpinismo tradizionale. E ci tengo a evidenziare tradizionale: non ho mai fatto gare sugli Ottomila, non mi sono mai interessati i record di velocità. Questo modo di affrontare le montagne non mi interessa. Non mi interessa nemmeno se uno sale tutti gli Ottomila in pochi mesi. Sono record, ma c’è da chiedersi: che spessore hanno questi record?
È sempre necessario ricordarsi che al centro dell’attività alpinistica c’è lo stile: non è importante cosa fai, ma come lo fai. Lo stile conta e non ha ad esempio a che vedere con una massa di persone che sale l’Everest su una pista, magari usando nella prima metà dell’ascesa l’elicottero. Quelli che alla fine sono una sorta di viaggi turistici per persone che hanno la possibilità di spendere, non hanno niente a che fare con l’alpinismo tradizionale. A me, come ti dicevo, interessa l’alpinismo tradizionale, uno stile minimalista; al contrario non è di mio interesse tutto ciò che ha a che vedere con le gare e con i record.

 

 

Come può l'alpinismo contemporaneo evitare una deriva vincolata alla performance, alla smania del risultato? Com’è possibile affrancarsi da un approccio che, mettendo l’accento sull’azione, trascura la contemplazione, l’introspezione e il desiderio di conoscenza che dovrebbe stare alla base di ogni esperienza?

 

L’alpinismo tradizionale di cui parlavo è la somma di azione e racconto. Non significa soltanto salire in stile “pulito” ed “elegante”, ma è anche il racconto dell’esperienza. Perché attraverso il racconto emergono dei valori che si possono trasmettere alle nuove generazioni.

 

 

Il racconto è parte integrante dell’esperienza, la completa?

 

Sì, per me è proprio così. Ho sempre cercato di raccontare molto di quello che sento o sentivo e di quello che per me è importante. Chi non vive certe esperienze può capirle meglio attraverso le emozioni descritte; può comprendere in modo più puntuale cos’è successo

 

 

Raccontare è anche un modo per metabolizzare le esperienze vissute?

 

Certo, si racconta anche per se stessi. Raccontare è un modo per mettere ordine alla memoria e alle emozioni. Spesso scrivendo capisci cos’hai fatto: quella che in un primo momento può essere solo una sensazione fisica, grazie al racconto prende forma anche nella testa.

 

 

C’è qualcosa di sbagliato nel modo in cui oggi viene raccontato l’alpinismo?

 

È un peccato che parecchi alpinisti siano vincolati ai record e alle performance per darsi importanza. Ma come si può parlare di record in un ambiente dalle condizioni in costante mutamento? La stessa salita, da un mese all’altro, a volte anche da un giorno all’altro, può presentare condizioni del tutto diverse. Non c’è la possibilità di misurare, però ai giornalisti che arrivano dal mondo dello sport interessano molto record, velocità, cifre. All’alpinismo delle cifre, come ti spiegavo, io non do importanza. Sono per un alpinismo praticato con grande rispetto per la propria vita e con un entusiasmo svincolato dai numeri. Non bisogna dare a disposizione di persone che non sono salite a certe quote, la possibilità di raccontare quelle quote. Non bisogna mai dare in mano le proprie avventure a chi non ha la minima idea di cosa succede lassù.

 

 

Qual è il modo più onesto per raccontare l’alpinismo?

 

Raccontare possibilmente esperienze vissute. Se uno è un escursionista e racconta bene le sue camminate: quella è la sua dimensione. Siamo responsabili, infatti, di ciò che raccontiamo. Se una persona priva di consapevolezza prende in mano la storia di un altro non può che alterarla. Ci sono mille forme di praticare alpinismo. Ognuno ha la sua. Io rispetto quei divulgatori che tentano di raccontare dopo aver maturato una certa esperienza. Se uno, tuttavia, si appropria di una storia e la cambia del tutto riempiendola di sensazionalismo può soltanto rovinarla.

 

 

Chi osserva con ammirazione nell’odierno panorama alpinistico?

 

Non mi interessa il nome di chi oggi sale l’Everest su una pista insieme ad altre trenta, quaranta, cinquanta persone, perché non ha niente a che vedere con quello che definisco alpinismo tradizionale. Io seguo chi è veramente interessato a uno stile alpinistico minimale, sensibile, curioso e attento, anche agli sviluppi storici di questa disciplina.

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