Dalla porta di casa alla vetta del Badile in bici: "Che avventura ricca vivere la montagna con le proprie gambe dall’inizio alla fine". Greta Lanfranchi sulle orme di Hermann Buhl

Pedalare dalla Valsesia alla Val Masino, a piedi fino in Svizzera, e poi a scalare la parete Nord del Piz Badile attraverso la storica Via Cassin: "Ora che tutto è una corsa, fare un passo indietro significa restituire etica all'alpinismo"

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Era il 4 luglio del 1952 quando Hermann Buhl partì alla volta della Nord-Est del Badile in bicicletta. Senza voler azzardare paragoni, un paio di settimane fa, una giovane alpinista della Valsesia si è inventata un’impresa analoga. Così, tramite un post sulla sua pagina Instagram, Greta Lanfranchi racconta l’avventura che l’ha portata dalla sua casa fino alla cima del Piz Badile:
“Dal portone di casa alla cima del Badile. Con la bici fino alla Val Masino a scioglierci sull’asfalto, a piedi fino in Svizzera passando per un mare di pietraia e granito, il giorno dopo freschi come lo zero termico a 5000 metri a scalare la parete Nord che di nord aveva poco visto il sole che ci ha abbandonati solo in cima. Non so cosa sia venuto in mente al Richi di passare per di qua nel ‘37, ma abbiamo voluto ripercorrere la storia con tanto di bivacco in cima alla via perché dai, dopo 3 giorni così vorrai mica privarti di un’alba a 3200 metri? Può accompagnare solo. Che avventura ricca quella di vivere la montagna con le proprie gambe (stanche) dall’inizio alla fine”.

Insieme all’amica Barbara, Greta si è costruita un alpinismo a misura delle sue ambizioni: centinaia di chilometri in bici, equipaggiamento strettamente indispensabile e scelta accurata delle vie da intraprendere sulla base del loro valore storico: in questo caso, la via aperta di Riccardo Cassin nel 1937 sulla parete Nord del Badile, che oggi porta il suo nome.
Il tempo necessario per la scalata lo decide la via, e, ad ogni modo, di per sé non ha particolare valore: conta l’esperienza. Qualche volta, poi, c’è spazio anche per un bivacco sulla cima e, se è limpido, per albe da perdere il fiato.
Incuriositi da questo modo controtempo di andar per monti, abbiamo voluto contattare Greta, che ci ha raccontato le sue avventure più recenti, le sue aspirazioni e il terreno su cui è germogliato uno stile così personale. Essere partita da casa la rende un po’ meno alpinista? O forse sono proprio queste le nuove sfide dell’alpinismo? Probabilmente interessa più a noi che a lei: il suo sembra essere, prima di tutto, un invito al viaggio.
Di seguito l’intervista.

Come vi è venuta l’idea di partire da casa per andare a scalare il Piz Badile?
Io e la mia compagna di cordata, Barbara, facciamo spesso alpinismo insieme e condividiamo un po’ gli stessi sogni e obiettivi. Tra i nostri sogni c’è sicuramente quello di far combaciare le nostre passioni: la bici, l’arrampicata, la montagna, anche un po’ la resistenza alla fatica. Oltre alla scelta di una cordata al femminile, in un mondo maschilista come l’alpinismo; nel corso del tempo ci piacerebbe fare le sei grandi nord delle Alpi, aggiungendoci però sempre un po’ d’avventura. L’idea insomma nasce proprio dalla volontà di mettere assieme tutte queste passioni e dedicarle alla scalata delle sei nord. Il progetto del Badile è venuto quindi un po’ spontaneo, anche visto l’illustre precedente di Hermann Buhl: partire da casa in bici e vivere l’esperienza a 360 gradi. Ero già stata in Val Masino in bici con tutta l’attrezzatura dietro, e devo dire che se poi ti devi fare l’avvicinamento in Svizzera e la Nord del Badile diventa piuttosto dura. Così questa volta abbiamo caricato l’attrezzatura sul van, e un amico che saliva la settimana prima l’ha portato su, in modo che noi siamo partite il sabato con il minimo indispensabile per il giro in bicicletta.
Ci racconti un po’ com’è andata?
Recuperata l’attrezzatura, ci hanno raggiunto lì altri due amici e il mattino dopo siamo partiti per l’avvicinamento a piedi. Dopo sette ore e mezza, attraverso enormi pietraie, siamo arrivati al rifugio Sasc Furä. Il giorno dopo abbiamo iniziato a scalare sulla Nord. Fortuna ha voluto che non abbiamo trovato quasi nessuno sulla Cassin, mentre in una giornata media ti va bene se trovi 15 cordate. La difficoltà è stata più che altro trovare la via, infatti un paio di tiri, sia io che Barbara, abbiamo sbagliato strada e perso tempo. Quando siamo arrivati in cima il sole stava già tramontando, così abbiamo deciso di bivaccare lì. Dopo la bici, l’avvicinamento, la scalata, insistere per arrivare giù non valeva la pena. È stato estremamente intenso: avevamo i sacchetti di emergenza, ci siamo fatti un letto con le corde e abbiamo dormito coperti da un’infinita coltre di stelle e una luna che faceva quasi giorno. La mattina dopo, vedere l’alba dalla cima del Badile è stato qualcosa di emozionante, a tratti commovente. Così, con la poca acqua rimasta e qualche carbo-tablet a testa, ci siamo scaldati e abbiamo iniziato la serie di calate.

So che vi siete avventurati in una cosa simile anche pochi giorni fa. Di cosa si tratta?
Stavolta siamo partiti da casa di un’amica in Alto Adige, con le bici cariche siamo salite fino al rifugio Auronzo, e vi assicuro che pedalare con la bici carica e scarica è un altro mondo. La cosa bella è che tutta la gente che incontravamo per strada ci incitava, e questo ti carica moltissimo. Dopo la notte al rifugio, siamo partiti per affrontare la Nord di Lavaredo, attraverso la Via Comici-Dimai. L’idea di fare sei grandi nord è orientata alle vie più importanti dal punto di vista storico. Anche se non sono gradi stratosferici, magari ti trovi in un passaggio difficile e pensi: ‘ma cento anni fa, con l’attrezzatura di allora, come facevano?’. Stiamo ripetendo dei grandi pezzi di storia, ma con attrezzatura superleggera e con sicurezze al limite del comfort: questa cosa ti insegna ad essere umile.
In che modo questo vostro approccio arricchisce l’esperienza alpinistica? Perché lo fate?
Sia io che Barbara non siamo così attaccate all’aspetto della performance, ci piace goderci la via e l’esperienza in generale. Certo, se fai la via one-push, parti da Bondo, arrivi su sparato in cima al Badile e attacchi la discesa, sei fortissimo, hai fatto la prestazione, ma secondo me ti perdi qualcosa. Questa è un po’ la nostra filosofia. Poi, penso che per ogni cosa ci sia il momento. Certo uno può dire: ‘ho le capacità di fare la Nord dell’Eiger in sei ore’. Benissimo, ma non è solo una questione di capacità tecnica; è necessario prendersi del tempo per accumulare esperienza, creare un bagaglio di conoscenze per far fronte alle difficoltà. Finché va tutto bene, finché le condizioni sono ottimali e non succede nulla, tutti siamo ottimi alpinisti. Quando invece ci si trova a mettere insieme stanchezza fisica e mentale, imprevisti, ritardi sulla tabella di marcia, condizioni avverse… Avere le idee chiare, la prontezza di reazione, è altrettanto importante dell’abilità tecnica, e questo nasce da un approccio umile, bisogna scalare sempre con i piedi per terra.

Ad oggi, cosa pensi abbia fatto maturare in te questo tipo di sensibilità rispetto alla pratica alpinistica?
Una cosa che mi ha sempre affascinato sono le storie delle persone, quelle che la gente racconta nella loro concretezza e naturalezza. Mi affascinano molto le biografie degli alpinisti, penso a Walter Bonatti, Hermann Buhl, il cinismo di Marc Twight… mi hanno sempre ispirato. Penso a quello che hanno fatto e a come l’hanno fatto, e si trasforma presto in un insegnamento che influenza il mio agire quotidiano. Un effetto ancor più diretto lo hanno avuto le storie delle persone con cui negli anni mi sono trovata a scalare. C’è un mio carissimo amico che ha 72 anni ed è sempre stato il mio mentore, colui che mi portato a fare le prime cascate, le prime creste. Lui mi ha insegnato a vivere e scalare con lentezza, a godermi quello che sto facendo e a guardare un po’ meno l’orologio. Credo che certe persone sappiano instillarti forme di saggezza importantissime, se tu sei pronto a recepirle; come l’attitudine alla fatica, alla resistenza, l’aspetto mentale: oggi non posso che essergli grata. Infine, per quanto riguarda proprio l’aspetto mentale, io pratico yoga da molti anni, insegno e ho fatto diversi corsi in India: lo yoga e l’arrampicata credo siano due discipline fortemente complementari.
In tempi di accesissima corsa agli Ottomila, partire dal garage di casa propria può essere la nuova frontiera dell’esplorazione alpina?
Io lo spero, lo spero davvero. Sono anni in cui l’alpinismo sta diventando un continuo scambio di accuse su chi ha fatto cosa, chi ci ha messo meno tempo, eccetera. Essendo che i “problemi” delle Alpi sono tutti stati risolti, sembra non rimanga altro che la velocità a determinare il tuo valore di alpinista. Ora che tutto è una corsa, sarebbe bello invece fare un passo indietro e prestare più attenzione a vivere l’alpinismo in modo etico. Ecco, forse “etico” è la parola più indicata per questa riflessione. Prendi da casa, e vai. O almeno cerchi di farlo nel minor impatto possibile, e non parlo solo di impatto ambientale, ma di consapevolezza di sé e delle proprie azioni. L’esplosione delle palestre indoor e la comunicazione social sono elementi che spesso catalizzano l’aspetto prestazionale, a tutto discapito del momento del viaggio. D’altro canto però, sempre più gente utilizza la bici come mezzo di trasporto, oltre che come sport: allora perché non unire queste dimensioni? È importante che i nuovi alpinisti rispettino la parte umana e mentale, non solo la performance.














