"Ho cominciato a soffocare e a pensare a come avrebbero descritto il nostro incidente. Poi ci hanno salvato". Dodici giorni dopo diventò la prima donna ad aver scalato l'Everest. Storia di Junko Tabei

Nata il 22 settembre 1939, in un Giappone di forte impronta patriarcale, Junko non fu soltanto la prima a scalare gli 8848 metri dell’Everest. In mancanza di spazio per le donne nell’alpinismo nipponico, nel 1969 fondò lo "Joshi-Tohan Club", un club di arrampicata al femminile. Da allora, nel corso della sua vita, l’amore per le montagne la portò sulle vette più alte di ciascun continente

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Nata il 22 settembre 1939 a Miharu, nella prefettura di Fukushima, Junko Ishibashi visse un’infanzia umile, circondata da due fratelli e quattro sorelle, in un contesto fortemente condizionato dalla Seconda guerra mondiale. Ishibashi era il suo cognome da ragazza.
Fu a scuola che scoprì il suo amore per la montagna. A dieci anni, il maestro propose una gita sul vicino Monte Nasu, un vulcano nel Parco Nazionale Nikku. Più volte ricordò il suo stupore nello scoprire che la vetta non era verde.
Dopo la guerra, nella società giapponese rimase una forte costrizione della donna nel ruolo di ‘angelo del focolare’. “La maggior parte degli uomini giapponesi della mia generazione si aspettano che la donna stia a casa e faccia le pulizie”, raccontava Junko al Japan Times nel 1991. Ciononostante, poté frequentare la Showa Women's University, un ateneo esclusivamente femminile a Tokyo, dove si laureò in Letteratura inglese nel 1962.
Al suo impegno accademico continuò ad affiancare la passione per l’alpinismo, nel frattempo cresciuta, cercando di inserirsi nei club maschili. Qui incontrò numerosi ostacoli e contrasti da parte dei suoi colleghi uomini, soprattutto da parte dei più giovani e inesperti. Fu in questo contesto che conobbe Masanobu Tabei, noto alpinista, con cui si sposò nel 1965.
In seguito a questi contrasti, nel 1969 fondò un club di arrampicata femminile, lo Joshi-Tohan Club, composto esclusivamente da donne, con il seguente slogan: "Andiamo da sole in una spedizione all'estero".
Il club di Junko, guidato dallo sherpa Eiko Miyazaki, tentò l’ascesa all’Annapurna III, nel Nepal centrale. Fu la prima spedizione a tentare una via di salita alternativa: quella meridionale. Sorpresi dal maltempo dovettero lasciare i portatori al campo base, partendo in direzione della vetta quote molto basse. Nonostante le difficoltà, però, il 19 maggio Junko Tabei raggiunse la vetta.
Da qui, non si fermò più. Tornata dall’Annapurna, chiese al governo nepalese il permesso per scalare l’Everest, ma ci vollero cinque anni per avere l’approvazione. Nel frattempo si occupò di raccogliere i fondi per la spedizione, anche stavolta marcatamente al femminile, “donne giapponesi per la spedizione sull'Everest”. All’ultimo momento, la televisione giapponese e il quotidiano Yomiuri Shimbun accettarono di finanziare l’impresa.
Ventidue anni dopo l’impresa di Tenzing e Norgay, Junko Tabei ne ripercorse le tracce, seguendo la stessa via. Ma non fu affatto semplice. Il 4 maggio una valanga travolse il Campo 2, sommergendo i membri della spedizione. “Poco dopo la mezzanotte del 4 maggio cinque di noi dormivano in una tenda al Campo 2. Senza alcun avviso, siamo stati travolti da una valanga e sepolti sotto la neve. Sono rimasta incastrata nella tenda e schiacciata sotto gli altri quattro membri del club. Ho cominciato a soffocare e ho pensato a come avrebbero descritto il nostro incidente. Poi all'improvviso gli sherpa che ci accompagnavano ci hanno salvato. Siamo stati molto fortunati che nessuno di noi fosse rimasto ferito, ma ci sono voluti tre giorni prima potessi camminare e muovermi normalmente”.
Incapace di aspettare ancora, dopo dodici giorni Junko partì per raggiungere la vetta in un solo giorno, in compagnia soltanto dello sherpa Ang Tsering. Il 16 giugno Junko Tabei raggiunse la vetta dell’Everest: fu la prima donna. Rispetto all’arrivo alla cima, che apparve ai suoi occhi come un “tatami di neve”, dichiarò: “Tutto quello che ho sentito è stato sollievo”.
Era la prima donna a scalare il tetto del mondo, e il successo non tardò ad arrivare, ma fu sempre visto da Junko con diffidenza. Poco dopo la storica impresa, partì alla rincorsa delle vette più alte di ogni continente: anche stavolta, ebbe successo. Nel 1980 arrivò in cima al Kilimangiaro in Africa, raggiunse l'Aconcagua in Sud America nel 1987, il Denali negli Stati Uniti nel 1988, l'Elbrus nel Caucaso nel 1989, il Vinson in Antartide nel 1991 e il Puncak Jaya in Oceania nel 1992.
Le ascese alle “Seven Summits”, e altri progetti che condusse nel periodo tra gli anni Ottanta e il 2000 fecero maturare una nuova sensibilità ecologica in Junko Tabei, che iniziò a temere l’impatto di un turismo sempre più invasivo nelle alte quote. Proprio all’inizio del nuovo millennio, tornò al mondo accademico, conseguendo una specializzazione in Scienze ambientali. Ottenuto il titolo, diventò direttrice dell'Himalayan Head Trust of Japan, un'organizzazione che lavora a livello globale per preservare gli ambienti montani.
Nonostante un cancro diagnosticatole nel 2012, non smise di scalare fino alla morte, avvenuta il 20 ottobre 2016. Ciò che ci resta oggi della sua leggendaria figura, è l’immagine di una donna alta appena un metro e quarantasette, ma allo stesso tempo monumentale nella storia dell’alpinismo. Una personalità emancipata e sempre in anticipo sui tempi, che ha saputo scegliere le proprie battaglie senza esporsi ai riflettori delle vittorie.













