"Il mondo era ai nostri piedi, il Cervino era conquistato": la prima ascesa sulla vetta della "più nobile rupe d'Europa", 160 anni fa

Il 14 luglio 1865, l’alpinismo “eroico”, di matrice romantica, quello che aveva scalzato l’alpinismo scientifico e positivista in favore di una visione della montagna come percorso di ascesa intima e di avventura, esauriva il suo potenziale. Le principali vette europee erano state conquistate; da lì in poi, si sarebbe partiti alla ricerca di nuovi versanti, più difficili tecnicamente. Era l’inizio del cosiddetto alpinismo “sportivo” o “accademico”

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
La prima del Cervino è ben più che la storia di un’ascesa: quella del Cervino è la storia di tutte le ascese che da lì in poi sarebbero venute. È stata, per l’alpinismo, l’archetipo. E forse, è stata anche la premessa della sua distorsione odierna.
Del resto, il 14 luglio 1865 - 160 anni fa - sulle pendici delle Alpi occidentali, si realizzò un concorso storico di eventi incredibilmente fortuito. Quel giorno, l’alpinismo “eroico”, di matrice romantica, quello che aveva scalzato l’alpinismo scientifico e positivista in favore di una visione della montagna come percorso di ascesi intima e di avventura, esauriva il suo potenziale. Le principali vette europee erano state conquistate; da lì in poi, si sarebbe partiti alla ricerca di nuovi versanti, più difficili tecnicamente. Era l’inizio del cosiddetto alpinismo “sportivo” o “accademico”.
Ma questo, allora, ancora non si sapeva. A consegnare l’ascesa alla storia è stata prima di tutto la stessa Grande Becca. A costruire un mito attorno a quella piramide perfetta, così aguzza e verticale, ci avevano già pensato le arti e la filosofia, soprattutto in Gran Bretagna. John Ruskin, scrittore e critico d’arte ne parlò come della “più nobile rupe d’Europa”. Si premiava la vertiginosa purezza delle sue pareti, che provocavano l’uomo mettendolo di fronte alla sua impotenza. Eccitava le penne ed i pennelli di intellettuali e artisti d’oltremanica e non solo, per i quali allora il nord Italia doveva essere un po’ il nostro odierno Nepal. Lo scienziato scozzese James David Forbes la definì “la vetta più meravigliosa nelle Alpi, inconquistata ed inconquistabile”. Quale premessa migliore per la costruzione di un mito?
Vi furono anche guide locali che, convinte dell’impossibilità di scalare la Grande Becca, rifiutavano ai loro facoltosi clienti nord-europei le spedizioni su di essa. Eppure, all’altezza del l4 luglio 1865, il Cervino era già stato oggetto di numerosi tentativi falliti. Un ruolo importante in questa fase lo ebbe Jean-Antoine Carrel, un cacciatore valdostano di Valtournenche, nonché uno dei più abili alpinisti della zona. Tra i suoi clienti, quello che poi divenne più illustre fu senz’altro Edward Whymper, un incisore di Londra assolutamente ossessionato dalla Becca. Nei quattro anni che precedettero l’ascesa, passati tra le Alpi, Whymper si guadagnò la fama di abilissimo alpinista.
Così, mentre era alla disperata ricerca di una guida locale con cui tentare la scalata al Cervino - dopo aver ricevuto il rifiuto di Michel Croz, la guida più ricercata di Chamonix, e da Carrel, entrambi impegnati con altri clienti - il britannico scoprì che in realtà quest’ultimo era partito con una spedizione di Quintino Sella, ministro delle Finanze del Regno d’Italia e cofondatore del Club Alpino Italiano. L’obiettivo era consegnare l’ultima delle grandi vette ad una missione italiana, dopo i recenti successi - per lo più inglesi - sulle Alpi. Sentendosi raggirato, Whymper partì di corsa alla volta di Zermatt: forse era ancora in tempo per strappare il primato a Carrel, ma toccava farlo dal versante Est, in Svizzera.
Caso volle che, proprio a Zermatt, Whymper incontrasse Croz, abbandonato da un cliente e in partenza per il Cervino con una squadra. Questa era composta, oltre che da Croz, da due abili ed esperti alpinisti britannici, Lord Francis Douglas e il reverendo Charles Hudson, e il diciannovenne Douglas Hadow, il più inesperto. Ad accompagnarli c’erano poi le guide svizzere Peter Taugwalder, padre e figlio. Il 13 luglio, i sette della squadra così formata, con l’aggregazione di Whymper, partirono alla volta del Cervino lungo la cresta dell’Hörnli.
Terrorizzati dall’idea che la cordata italiana li avesse preceduti, arrivati in prossimità dei 4478 metri della vetta, Croz e Whymper si slegarono e corsero in dirittura della cima. Nessun segno di presenza umana. Affacciandosi sul versante sud, videro in lontananza la squadra guidata da Carrel che arrancava verso di loro. All’una e quaranta del 14 luglio, Croz e Whymper erano stati i primi nella storia dell’umanità a raggiungere la vetta del Cervino. "Alle 13:40 il mondo era ai nostri piedi — il Cervino era conquistato. Fu un momento di trionfo e solennità. Osservammo a lungo e intensamente il panorama, che era al di là di ogni paragone e di ogni descrizione". Così il momento verrà descritto da Whymper nel suo Scrambles amongst the Alps.
"La cima era una piccola piattaforma, lunga a malapena tre metri e larga meno di uno, circondata da precipizi su tutti i lati. Era l’ultimo punto di quella nobile e tremenda piramide".
Ad aspettarli però, c’è la parte più delicata, quella che ha consegnato la vicenda alla storia della cronaca nera: “Siamo rimasti in cima per un’ora - un’ora intensa e colma di vita gloriosa. Passò troppo in fretta, e cominciammo a prepararci per la discesa”. In questa fase, il giovane Hadow arrancava, complice l’inesperienza e l’equipaggiamento scorretto.
Si ricorda, in proposito, che c’è una ragione per la quale oggi chiamiamo quel periodo “dell’alpinismo eroico”: all’epoca, l’attrezzatura consisteva in un paio di scarponi chiodati artigianalmente, piccozze pesanti ed estremamente rudimentali, alpenstock – ovvero un lungo bastone che termina in un uncino ferrato - e corde di canapa estremamente fragili per i nostri standard.
Paradossalmente, proprio la fragilità di quest’ultima ha permesso che qualcuno rimanesse a difendere la gloria immortale dell’impresa, e a scontare la macchia tragica che vi si legò inesorabilmente. Il giovane Hadow, d’improvviso scivolò, colpendo Croz alle spalle. I due volarono giù da un precipizio per un salto di oltre mille metri, trascinando con sé Hudson e Douglas. Whymper e i Taugwalder, udite le grida, fecero appena in tempo ad aggrapparsi a delle rocce. Ecco che la corda si spezzò, salvando la vita ai tre. Delle vittime, vennero recuperati i corpi alla base del ghiacciaio; eccetto quello di Lord Douglas, probabilmente precipitato in un crepaccio.
L’impresa ebbe una eco straordinaria, tra voci di condanna e di entusiasmo. Ad intervenire furono anche numerosissimi personaggi di spicco ed intellettuali; tanto l’ascesa della Grande Becca aveva colpito le fantasie dell’Europa ottocentesca. I protagonisti sopravvissuti dell’impresa rimasero notevolmente segnati dalla tragedia e travolti dai processi e dalle accuse. Una serie di domande retoriche riassume bene il dibattito pubblico dell’epoca in proposito; sono quelle contenute nell’editoriale che The Times pubblica il 25 luglio 1865.
“Perché il miglior sangue d’Inghilterra deve disperdersi cercando di scalare vette fino ad allora inaccessibili, macchiando la neve eterna e raggiungendo l’abisso insondabile per non ritornare mai? È vita? È dovere? È buon senso? È lecito? Non è sbagliato?”













