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Ambiente

Il 2022 in Italia anno da record per le frane in quota: per la prima volta un team di ricercatori dimostra il nesso con il riscaldamento climatico

Un team di ricercatori di Ginevra evidenzia, per la prima volta, la correlazione tra l'aumento delle frane e l'aumento delle temperature in un sito nelle Alpi svizzere

Di Sofia Farina | 02 marzo | 18:00
Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

Un recentissimo studio, edito su Nature, ha investigato il legame tra il riscaldamento globale e gli episodi franosi negli ultimi 100 anni, evidenziando come il degrado del permafrost abbia effettivamente aumentato la caduta di massi in un sito delle Alpi svizzere.

 

La caduta massi è uno dei processi che ricevono maggiore attenzione nelle aree alpine a causa della sua (finora presunta) intima relazione con il permafrost e in particolare con la sua degradazione negli ambienti di alta montagna. Le ondate di calore che hanno colpito le Alpi nel 2003, 2015 e 2022 hanno causato picchi di incidenti di caduta massi sollevando preoccupazioni per i loro effetti destabilizzanti sui pendii. Una panoramica più generale dell'attività franosa in quota nell'arco alpino è fornida dal gruppo di ricerca GeoClimAlp (Geomorphological impacts of Climate change in the Alps) dell’Istituto di Ricerca per la Protezione Idrogeologica, a sua volta afferente al Consiglio Nazionale delle Ricerche. GeoClimAlp infatti elabora e aggiorna periodicamente il Catasto delle frane di alta quota nelle Alpi, attualmente disponibile qui per il periodo che va dal 2000 al 2022. Dal loro resoconto sugli ultimi vent'anni scopriamo che "fra le tipologie di processi più frequenti si segnalano 279 crolli di roccia e 191 colate detritico-torrentizie. Le regioni maggiormente colpite risultano essere la Valle d’Aosta (40,3 % del totale), La Lombardia (19,1 % del totale) e il Piemonte (16,3 % ), seguito a breve distanza dal Trentino Alto Adige. L’anno record per il periodo considerato è sicuramente il 2022, per il quale sono documentati 71 processi di instabilità e di questi, ben 60 sono avvenuti in estate. L’analisi su base annuale ha fatto emergere anche una evidente tendenza all’aumento degli eventi con il passare degli anni, con ogni probabilità un effetto dell’aumento delle temperature alle quote più elevate ed alla conseguente degradazione del permafrost. La stagione in cui questi processi si manifestano con maggior frequenza è quella estiva (giugno, luglio ed agosto), con 434 eventi documentati, pari al 56 % del totale".

 


Fonte: gruppo GeoClimAlp (Cnr)

 

Tuttavia, la relazione tra cambiamento climatico, degradazione del permafrost e caduta massi è finora rimasta poco conosciuta. Le difficoltà nel correlare le cose risiede, in parte, nella scarsità di registrazioni meteorologiche ad alta quota, le prestazioni limitate dei modelli climatici in un terreno montano oltre che nel fatto che i dati esistenti sulla caduta massi tendono a soffrire di serie di osservazione non uniformi, non sufficientemente lunghe, e di distorsioni verso le cadute recenti e di maggiori dimensioni che hanno causato danni a infrastrutture.

 

Un team di ricercatori dell’Istituto “Impatti e rischi dei cambiamenti climatici nell'Antropocene” di Ginevra, in Svizzera, ha voluto dimostrare che il riscaldamento in corso favorisce il distacco delle frane e che i cambiamenti nell'attività attività sono correlate in modo significativo con le temperature dell'aria in estate su scala interannuale e decadale. 

 

La ricostruzione dell’attività franosa è stata effettuata tramite tecniche di dendrometria, quella scienza che studia le tecniche che permettono di calcolare i valori biometrici relativi ad un albero o ad un bosco. Grazie a queste tecniche è possibile, attraverso lo studio degli anelli di accrescimento di una pianta e le loro anomalie, di pervenire ad importanti informazioni sulla storia del luogo in cui la pianta è vissuta, come ad esempio periodi favorevoli o sfavorevoli alla vegetazione, frane o alluvioni.

 

 

 

Il team di ricerca ha ricostruito, per la prima volta, una serie temporale continua dal 1920 al 2020 dell'attività di caduta massi utilizzando le registrazioni degli anelli di accrescimento di 375 alberi danneggiati dalla caduta di massi a Täschgufer, nelle Alpi svizzere. L’area è stata scelta perchè soggetta a frequenti cadute di massi, che originano principalmente da aree localizzate tra i 2500 e i 2900 metri sul livello del mare, al limite tra il gelo stagionale e il permafrost.

 

Brevissimo ripasso per chi ne avesse bisogno: il permafrost è un terreno tipico delle regioni fredde, come quelle alle alte latitudini o altitudini. Infatti si tratta di suolo perennemente ghiacciato e non necessariamente in presenza di masse d'acqua congelate. Nelle Alpi si trova a partire da quote di circa 2600 metri sul livello del mare, in funzione dell’esposizione).

 

Per i più curiosi, che magari si staranno chiedendo come si fa a ricostruire frane avvenute decine di anni fa guardando agli anelli di accrescimento degli alberi su un pendio, ecco la risposta. La caduta dei massi danneggia gli alberi, causando delle lesioni. In risposta, l’albero lesionato cerca di guarire formando delle strutture specifiche per proteggere il legno dagli agenti patogeni nel giro di pochi giorni. Se le lesioni si sono verificate nella stagione vegetativa, la caduta dei massi può essere datata con una risoluzione addirittura sub-stagionale.

 

 

Le tendenze interannuali e decadali mostrano correlazioni tra l'attività di caduta delle rocce e le temperature estive, con temperature più calde associate a una maggiore caduta di massi. In particolare, due periodi di maggiore frequenza di attività franosa e, contemporaneamente, di riscaldamento particolarmente pronunciato, sono stati identificati negli anni ‘40 e ‘50 e tra gli anni ‘80 e ‘90. Questi risultati confermano che il degrado del permafrost contribuisce all'instabilità dei pendii e alla caduta massi e costituiscono un punto di riferimento per studi futuri che possano essere estesi ad altre zone nelle Alpi.

 

Ci si aspetta che il continuo riscaldamento promuova un aumento dell'attività di caduta massi dalle aree ripide del permafrost che, a sua volta, richiederà aggiustamenti nei pendii montani sempre più instabili, mettendo in pericolo le comunità montane e le vie di trasporto. La caduta di massi può coinvolgere volumi diversi, da singoli massi a valanghe di roccia, eventi che avranno probabilmente ripercussioni significative sui sistemi fisiologici, biologici e umani delle montagne. Il primo notevole sforzo di registrazione a lungo termine dell'attività di caduta massi realizzato nell'ambito di questa ricerca può contribuire a portare attenzione alla necessità di progettazione di misure di mitigazione e riduzione del rischio negli ambienti montani abitati che tengano conto dei cambiamenti climatici in atto sotto tutti i punti di vista.

 

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